CLIC (Consigli Letterari Indubbiamente Contestabili) – Riassunto estivo

summer books

Ché a dirla tutta l’estate non s’è vista granché, almeno qui. Ma le conversazioni sul tempo mi deprimono, meglio stare zitti. Oppure parlare d’altro. Di libri, per esempio. L’idea era leggerne 52 in 52 settimane, ma questa è la settimana n°38 e i libri toccano solo quota 21. Urge accelerare.

#16

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Cosa: L’immoralista
Chi: André Gide
Quando: 1902
Come: italiano (letto nell’edizione Garzanti del 1987)
Perché: perché caldamente consigliato dalla cara labyrinthpersephone, e come potevo dirle di no?
E l’originale? L’Immoraliste
Sunto: il tormentato e cagionevole Michel racconta ai suoi amici del viaggio di nozze in Tunisia con la mogliettina Marceline. Peccato che, in quello che dovrebbe essere un soggiorno di amore intenso e spensierato, lui 1) si ammali di tubercolosi e 2) cominci a capire che forse, la cara Marceline, dopotutto, non lo attira così tanto. Non quanto i ridenti giovinetti del luogo, almeno.
Bonus: lo stile semplice ma al contempo raffinato; la presenza di Ménalque, amico di Michel, personaggio fuori dagli schemi che incoraggia il protagonista a infrangere le rigide convenzioni sociali dell’epoca; una sottile ma tangibile aura nietzschiana per tutto il testo.
Malus: la data di pubblicazione. Non è certo colpa di Gide se mammina lo ha messo al mondo nel 1869, ma leggere oggi il suo romanzo non causa certo lo shock vissuto a inizio Novecento, quando parlare e scrivere di omosessualità latente era inconcepibile.
Supercit.: Michel non va tanto d’accordo nemmeno con la religione:

- Non bisogna pregare per me, Marceline.
– Perché? – mi chiese un po’ turbata.
– Io non amo le protezioni.
– Respingi l’aiuto di Dio?
– Avrebbe diritto alla mia riconoscenza, dopo. Si creano degli obblighi; non ne voglio.

Consigliato a: amanti di tormenti interiori e meditazioni filosofeggianti; persone dotate di adeguati strumenti introspettivi.
Curiosità: André Gide ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1947, quattro anni prima di morire.

#17

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Cosa: Extremely Loud and Incredibly Close
Chi: Jonathan Safran Foer
Quando: 2005
Come: inglese
Perché: tempo fa avevo visto il film e non mi era dispiaciuto, mi pareva giusto confrontarlo con l'”originale”.
E in Italia? Molto forte, incredibilmente vicino (Guanda, 2007)
Sunto: Oskar Schell ha nove anni, suona il tamburello, ama i vestiti bianchi e ha paura di un’infinità di cose. Un giorno, per caso, trova una busta. Sopra, un cognome; dentro, una chiave. Da quel momento la sua ricerca della giusta serratura per le vie di New York si intreccia a lettere, volti, storie e silenzi, con il dolore per la scomparsa del padre, morto nell’attentato alle Torri Gemelle, sempre presente sullo sfondo.
Bonus: la coraggiosa struttura narrativa a più livelli; l’unicità di Oskar e della sua voce narrante; la capacità di affrontare un argomento come l’11 settembre senza mai scadere nel patetico.
Malus: forse il finale, un po’ debole rispetto all’imponente crescendo che si crea nel corso della storia. Ma di criticare l’autore, qui, proprio non me la sento.
Supercit.: uno dei numerosi dialoghi geniali tra Schell padre e figlio:

“Well, I’m not talking about painting the Mona Lisa or curing cancer. I’m just talking about moving that one grain of sand one millimeter.”
“Yeah?”
“If you hadn’t done it, human history would have been one way…”
“Uh-huh?”
“But you did do it, so…?”
I stood on the bed, pointed my fingers at the fake stars, and screamed: “I changed the course of human history!”
“That’s right.”
“I changed the universe!”
“You did.”
“I’m God!”
“You’re an atheist.”
“I don’t exist!”
I fell back onto the bed, into his arms, and we cracked up together.

Consigliato a: chiunque cerchi un po’ di poesia nel grigiume quotidiano.
Curiosità: il libro è pieno zeppo di immagini più o meno legate al testo e si chiude con un flipbook di quattordici pagine.

#18

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Cosa: Stoner
Chi: John E. Williams
Quando: 1965
Come: inglese
Perché: perché, dopo mezzo secolo di nulla, all’improvviso è stato reclamizzato come «uno dei più grandi romanzi americani di tutti i tempi».
E in Italia? Stoner (Fazi editore, 2012)
Sunto: vita, morte e indicibili sfighe di William Stoner. Figlio di contadinotti del Missouri, viene costretto a iscriversi alla facoltà di Agricoltura. Tuttavia, durante una lezione del corso obbligatorio di letteratura inglese, la lettura di un sonetto di Shakespeare lo illumina, lo turba, lo sconvolge perfino. Ed è così che Stoner decide di dedicare i suoi studi e, come si vedrà, la sua intera vita alle lettere e all’insegnamento.
Bonus: la grandezza di questo libro non sta nella trama, piuttosto scarna, quanto nel modo scelto per raccontarla. La prosa di Williams è semplice, essenziale, quasi saggistica, eppure, poco alla volta, senza strattoni, riesce a far immergere il lettore nella vita del protagonista e a tenerlo in una delicata apnea fino alla fine. Roba che dopo dieci pagine non ci scommetteresti una lira, e invece…
Malus: se cercate un intreccio ricco di colpi di scena, dialoghi taglienti ed emozioni forti, avete sbagliato libro. Stoner non è adrenalinico, ma neanche per sbaglio. Non che questo sia un difetto a tutti i costi, ma se vi addormentate sin dalle prime pagine, non dite che non vi avevo avvisato.
Supercit.: Stoner riflette sull’amore:

In his extreme youth Stoner had thought of love as an absolute state of being to which, if one were lucky, one might find access; in his maturity he had decided it was the heaven of a false religion, toward which one ought to gaze with an amused disbelief, a gently familiar contempt, and an embarrassed nostalgia. Now in his middle age he began to know that it was neither a state of grace nor an illusion; he saw it as a human act of becoming, a condition that was invented and modified moment by moment and day by day, by the will and the intelligence and the heart.

Consigliato a: chi cerca la storia di un uomo ordinario narrata in modo straordinario.
Curiosità: così come il protagonista del suo romanzo, anche John Williams ha completato un dottorato in letteratura inglese all’Università del Missouri.

#19

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Cosa: Nudi e crudi
Chi: Alan Bennett
Quando: 2001 (edizione Adelphi)
Come: italiano
Perché: perché cercavo di prendere fiato a metà de I fratelli Karamazov e mi era tornato in mente questo libriccino di cui avevo letto una recensione positiva non mi ricordo più dove.
E l’originale? The Clothes They Stood Up In (1996)
Sunto: una sera i Ransome, rispettabile coppia di mezz’età con rispettabilissima casa a Notting Hill, vanno a teatro per godersi il Così fan tutte di Mozart. Al ritorno scoprono di essere stati derubati. Il bottino dei ladri? Be’, tutto: oggetti preziosi, certo, ma anche tavoli, sedie, moquette e addirittura rotoli di carta igienica. Abbondanti dosi di humour inglese, ma non mancano spunti di riflessione più seri.
Bonus: so che a molti fa venire l’orticaria, ma per me l’umorismo sottile, quasi involontario eppure ricercato di alcuni scrittori d’Oltremanica è sempre un bel leggere, e Bennett ne è un ottimo esponente.
Malus:  il doppio finale – il finale “vero” e l’epilogo – non mi ha convinto un granché. Non è brutto, eh, forse un po’ approssimativo.
Supercit.: il sig. Ransome discute con i poliziotti chiamati per indagare sulla vicenda:

«Non è che hanno lasciato qualcosa, no?» domandò il sergente tirando su col naso, mentre passava la mano su una modanatura.

«No, come può vedere da sé non hanno lasciato assolutamente nulla» rispose Mr Ransome stizzito.

«Non volevo dire qualcosa di vostro» precisò il sergente. «Dicevo qualcosa di loro». E di nuovo tirò su col naso, con sguardo interrogativo. «Un ricordino».

«Un ricordino?» chiese Mrs Ransome.

«Escrementi» rispose il sergente. «Quello del topo d’appartamenti è un mestiere che dà ansia. Il ladro sente spesso il bisogno di evacuare per scaricarsi».

«Che poi sarebbe un altro modo per dirlo» intervenne l’agente.

«Per dire cosa, Partridge?».

«Scaricarsi è un altro modo per dire evacuare. In francese» proseguì l’agente «si dice appostare una sentinella». «Ah, ecco. E questo te l’hanno insegnato a Leatherhead?» disse il sergente. «Partridge si è diplomato all’Accademia di polizia».

«È come l’università» spiegò l’agente. «Solo che lì ci si comporta meglio».

«Ad ogni modo,» disse il sergente «date una controllata in giro. Per gli escrementi, dico. Certi ladri sono parecchio creativi. In una casa di Pangbourne l’avevano fatta dentro un’applique del Settecento. In qualunque altro campo avrebbero preso un’onorificenza».

Consigliato a:  chi cerca un’agile lettura di disimpegno, magari per favorire la digestione di qualche tomo particolarmente impegnativo.
Curiosità: di Bennett è molto apprezzata, oltre alla prosa, anche la voce. Per questo motivo ha collaborato alla realizzazione di diversi audiolibri in qualità di narratore.

#20

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Cosa: The Uncommon Reader
Chi: Alan Bennett, sempre lui
Quando: 2007
Come: inglese
Perché: perché «se vi è piaciuto Nudi e crudi, non potete perdervi La sovrana lettrice». E chi sono io, per sottrarmi a questo compito?
E in Italia? La sovrana lettrice (Adelphi, 2011), per l’appunto.
Sunto: un bel giorno a Buckingham Palace appare una biblioteca itinerante. Sua Maestà Elisabetta II se ne accorge e, incuriosita, va a dare un’occhiata in prima persona. Nel furgoncino trova, oltre all’autista-bibliotecario, un giovane sguattero delle cucine, in apparenza l’unico membro del personale reale a interessarsi di libri. Ne nasce un’amicizia insolita ma solida, grazie alla quale la regina cambia, e non poco, nonostante la disapprovazione del primo ministro e della servitù.
Bonus: un libro che parla di libri vince sempre facile, c’è poco da fare. Aiutandosi con la solita dose di humour, Bennett mostra come la vicinanza dei libri possa modificare i comportamenti e il carattere di una persona, anche di un’ottantenne non proprio progressista come la regina d’Inghilterra: davvero un bello spunto.
Malus: le letture di Sua Maestà suonano spesso sconosciute al lettore italiano, a parte qualche caso eccezionale (Jane Austen, Marcel Proust). Non è colpa di Bennett, ci mancherebbe, però nel leggere i passaggi legati alle opere si avverte che ci si sta perdendo qualche sfumatura di significato. Ma sono dettagli, eh.
Supercit.: Sua Maestà riflette sull’indifferenza dei libri, che non si inchinano di fronte a lei:

The appeal of reading, she thought, lay in its indifference: there was something lofty about literature. Books did not care who was reading them or whether one read them or not. All readers were equal, herself included. Literature, she thought, is a commonwealth; letters a republic. Actually she had heard this phrase, the republic of letters, used before, at graduation ceremonies, honorary degrees and the like, though without knowing quite what it meant. At that time talk of a republic of any sort she had thought mildly insulting and in her actual presence tactless to say the least. It was only now she understood what it meant. Books did not defer.

Consigliato a: lettori che amano libri che parlano di libri; fan della Royal Family britannica (ma anche no).
Curiosità: il titolo gioca sull’espressione «a common reader», che in inglese indica chi legge per piacere personale. Inoltre, Virginia Woolf ha intitolato proprio A Common Reader una raccolta di saggi uscita nel 1925.

#21

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Cosa: I fratelli Karamazov (HELL YEAH, CE L’HO FATTA)
Chi: Fëdor Michajlovič Dostoevskij
Quando: 1879
Come: italiano (edizione Newton Compton, 2010)
Perché: perché era una vita che mi imponevo di leggerlo (cfr. qui).
E l’originale? Братья Карамазовы
Sunto: quasi ottocento pagine (scritte in piccolo, eh) con le rutilanti avventure di Aleksej, Ivan e Dmitrij, i tre figli legittimi dell’«abietto e dissoluto» Fëdor Pavlovic Karamazov. Ma anche monaci incorruttibili e servitori ambigui, rispettabili dame e travolgenti cortigiane. Poi, un omicidio, ma chi è il colpevole? Un volume dalle dimensioni temibili e dai contenuti enciclopedici. Una discreta botta di vita.
Bonus: di tutte le cose positive che si potrebbero dire (e che già sono state dette), scelgo la caratterizzazione dei personaggi femminili, vivi e sfaccettati. Grušen’ka, poi, credo di averla perfino incontrata nella vita reale, ma questo è un altro discorso.
Malus: la combo formata da Il grande inquisitore e dal resoconto della vita dello starec Zosima, due capitoli atti a sviscerare il tema della fede da diversi punti di vista, con tutto il rispetto, caro Dosto, è una solenne palata sui denti.
Supercit.: ce ne sono mille, ma queste parole di Dmitrij in particolare rendono bene cosa voglia dire «essere un Karamazov»:

Io vago e non so se sono precipitato nel fetore e nella vergogna o nella luce e nella gioia. Ecco dov’è la sventura poiché tutto nel mondo è un mistero! E quando mi avveniva di sprofondare nella più sordida depravazione [...] leggevo allora questi versi su Cerere. Riuscivano forse a redimermi? Mai! Perché io sono un Karamàzov. Perché, se precipito in un abisso, è a capofitto, con la testa in giù e i piedi in su, e sono anzi contento di esservi caduto in modo così degradante: lo considero bello. E proprio quando sono al fondo della vergogna, innalzo allora un inno. Che sia pure maledetto, vile, meschino purché possa baciare anch’io l’orlo della tunica in cui si avvolge il mio Dio.

Consigliato a: lettori coraggiosi dotati di molto tempo e molta pazienza; chiunque sia alla ricerca di un Libro con la L maiuscola.
Curiosità: per Dostoevskij questo era solo l’inizio! La sua idea era scrivere altri romanzi per concentrarsi maggiormente sulla vita di Aleksej Karamazov. Purtroppo o per fortuna, un enfisema se lo portò via nel gennaio 1881.

Braveheart Reloaded

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Mentre il popolo italico si scopre paladino dei diritti delle orse brune, un po’ più a nord ci si appresta a partecipare a un referendum storico: domani, rispondendo alla domanda «Should Scotland be an independent country?», circa 4,3 milioni di cittadini scozzesi decideranno se staccarsi dal Regno Unito o mantenere lo status quo. E no, per una volta Mel Gibson non c’entra niente.

Ma perché mai il popolo del kilt vuole fare le valigie e dire addio alla nonna Elisabetta II e allo zio David Cameron? Tutto cominciò nel 2011, quando lo Scottish National Party dominò le elezioni politiche conquistando 69 seggi in parlamento (contro i 37 dei laburisti e i 15 dei conservatori) dopo una campagna elettorale all’insegna di una sola parola chiave: indipendenza. E l’ampio margine della vittoria alle urne consentì ad Alex Salmond, leader SNP e nuovo primo ministro, di avviare la procedura per il referendum “scissionista”, se così si può dire.

Perché separarsi? In parole povere Salmond e soci dicono: «Sono 300 anni che ci trattano come gli ultimi degli stronzi, direi che può bastare così». Non hanno tutti i torti, dato che gli inglesi ostentano da sempre una certa superbia nei confronti dei cugini (Scozia, ma anche Galles e Irlanda del Nord), salvo poi lodarli e celebrarli quando questi portano gloria «all’intero Regno Unito». Esempio stupido: Andy Murray, di professione tennista, è un povero pirla scozzese quando perde, ma un eroe britannico quando vince (cfr. Wimbledon 2013).

Tuttavia l’orgoglio non è sufficiente. E infatti la campagna del «sì» fa perno su due questioni ben più importanti: il petrolio e la valuta. Uno dei cardini della propaganda indipendentista è il completo controllo delle riserve petrolifere del Mare del Nord che sì, si stanno prosciugando, ma tuttora danno lavoro a 450mila persone in tutto il Regno Unito e fanno entrare nelle casse di Londra circa 6,5 miliardi di sterline in tasse ogni anno. Cameron, ovviamente, è convinto che per sfruttare al meglio i 24 miliardi di barili ancora da estrarre sia necessario restare uniti. Salmond, al contrario, crede che la Scozia possa cavarsela benissimo da sé, magari istituendo un fondo sovrano per tutelare i ricavi dalle fluttuazioni del prezzo del petrolio, un po’ come fanno in Norvegia.

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Anche la questione della valuta è spinosa. Il partito del sì dice: «Ehi, noi ora ci stacchiamo, perché ci avete davvero rotto le cornamuse, ma la sterlina ce la teniamo volentieri. Facciamo un’unione monetaria staccata dall’unione politica, dai!». La risposta di Londra è più o meno questa: «Col cazzo. L’unione monetaria ce l’avete già, ed è inclusa nell’unione politica. Se vi staccate sono fatti vostri, piuttosto andate a chiedere di entrare nell’Eurozona». Ma l’euro non è ben visto da quelle parti, se si considera anche la crisi che ha investito i vicini irlandesi nel 2011. Quindi non si sa bene quale sarebbe il futuro monetario della Scozia, ed è proprio su questo punto che i sostenitori del «no» stanno puntando forte per scoraggiare la separazione.

E quella del «no» è sembrata a lungo la fazione dominante. Negli ultimi mesi, tuttavia, si è registrata la rimonta degli indipendentisti, e ora i sondaggi danno i due schieramenti molto vicini l’uno all’altro. Secondo l’ultimissimo sondaggio, a opera di Survation, il «no» sarebbe ancora in vantaggio, ma di soli quattro punti percentuali (48% vs 44%). E l’8% mancante? È l’immancabile gruppo degli indecisi, del «non sa/non risponde», un gruppo davvero consistente che potrebbe rendere la vittoria del «no» ancora più netta o, chissà, portare a sorpresa all’indipendenza scozzese.

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Secondo il sottoscritto, che si è interessato alla questione ma che di politica ed economia capisce fino a un certo punto, prevarrà il «no» e tutto rimarrà invariato. Ma il referendum, così come le spinte indipendentiste nelle Fiandre o le manifestazioni oceaniche della Catalogna, che a sua volta potrebbe andare alle urne a novembre, è un segnale da non sottovalutare in un’Unione Europea che cerca di tenere tutto e tutti assieme, ma che mostra sempre più crepe e spifferi al suo interno.

Per una panoramica più dettagliata e molto più divertente sull’argomento, vi affido al talento e all’arguzia di John Oliver, che nell’ultima puntata del suo show ha cercato di spiegare i rapporti tra Scozia e Inghilterra al popolo americano. E, a occhio, direi che ci è riuscito benissimo.

Fonti:

http://www.bbc.com/news/uk-scotland-scotland-politics-29231440

http://www.bbc.com/news/uk-scotland-scotland-politics-26550736

http://www.bbc.com/news/uk-scotland-scotland-politics-26326117

Di diritti imprescrittibili, fratelli imprevedibili e giornalisti indifendibili

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Nella celebre lista dei diritti imprescrittibili del lettore stilata dal sempre illuminante Daniel Pennacchioni nel saggio Come un romanzo (Comme un roman, 1992) spicca al terzo posto il diritto «di non finire il libro». Un diritto non indifferente. Non ti piace un libro? Accantonalo (e lascia che la polvere lo inglobi), riciclalo (come regalo di Natale per la suocera) oppure, se il formato è digitale, cancellalo senza pietà alcuna. «La vita è troppo breve per trascorrerla con il naso adeso a pagine che non coinvolgono neanche un po’», dicono alcuni. Pare giusto.

Ma non è così facile. Non per me, almeno. Mi sarà capitato un paio di volte in tutto, di mollare un libro prima della fine. Con Severgnini, per esempio, ho dovuto fermarmi per motivi di salute. Perché se fossi andato avanti a leggere (non mi ricordo il titolo, probabilmente qualcosa con italiani o inglesi), mi sarebbe venuto un travaso di bile tale da prendere e spaccare, in mancanza della faccia dell’autore, l’incolpevole Kindle che tenevo tra le mani. Mai visto tanto autocompiacimento in un solo libro, giuro. Ma questo è un altro discorso.

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Cristo, quante botte.

Dicevo, raramente mollo un libro prima della fine. Si accettano ipotesi sulle ragioni. Un rigurgito di perfezionismo latente? Celo. Una sorta di imperativo categorico? Mai sopportato Kant, ma può starci. Una preoccupante punta di masochismo? Perché no. In un recente articolo apparso sul «Sunday Times», Nick Hornby parla addirittura di approccio «puritano» alla lettura.

And think of all the times we refuse to abandon a book we are not enjoying — because we are peculiarly puritanical about literature.

Ma qual è il tomo della discordia? Un modesto libercolo iniziato poco prima di partire per il Belgio. Segue diapositiva.

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Certo, in Belgio la lettura non è stata un’attività prioritaria, per usare un eufemismo. Ma ormai siamo a settembre e, nonostante l’ardito ma sinceramente speranzoso rinnovo del prestito bibliotecario, le pagine lette non superano quota 350 (su 747). È la seconda estate consecutiva in cui tento di scalare questa montagna di carta e inchiostro. Va detto che un miglioramento c’è stato: l’anno scorso mi ero impelagato sull’episodio del Grande Inquisitore, uno dei passaggi più significativi (leggasi: astrusi) del testo, episodio che stavolta ho superato quasi indenne.

Tra l’altro, del Grande Inquisitore mi aveva chiesto il professore di critica e teoria della letteratura. Prima lezione del primo semestre del secondo anno di specialistica. Il prof ci chiede – un po’ per rompere il ghiaccio, un po’ per inquadrarci – quale sono le nostre ultime letture. Il sottoscritto, non senza una certa boria immotivata, si lancia in qualcosa di molto simile a: «Ultimamente sto leggendo alcuni classici della letteratura». E fin qui tutto ok. «Qualche titolo in particolare?» chiede incuriosito il prof. Vai, è il tuo momento, stupiscilo, abbaglialo con il tuo sapere!

«Be’, per esempio… I fratelli Doestoevskij».

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«Intendi I fratelli Karamazov, giusto?» riprende lui, con un sorriso imbarazzato. Emetto gemiti e confermo. «Sei già arrivato all’episodio del Grande Inquisitore?» mi chiede, sempre sorridendo, ma questa volta con un sorriso che sottointende «Dio, ma che figata non è quel passaggio? Che libidine! Di certo le più belle pagine del libro, ho ragione o no?».

Una volta iniziata una figura di merda, la si completa come si deve, no?

«In realtà… quelle pagine… a un certo punto, ho iniziato a saltarle».

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Se gli avessi detto che nel tempo libero amo guardare in loop Two girls one cup mentre ascolto l’intera discografia di Gigi D’Alessio, mi avrebbe guardato meno schifato. Ma gaffe accademiche a parte, la cosa strana di questa vicenda è che I fratelli Karamazov mi piace. C’è tutto: prosa raffinata, personaggi ben caratterizzati, dialoghi avvincenti, descrizioni accurate, intrighi erotico-sentimentali, riflessioni filosofico-religiose e, soprattutto, la conferma implicita che è sempre e solo una cosa, per quanto potentissima, a far girare il mondo, «il sole e l’altre stelle». E no, Dante, non è l’amore, fidati.

E allora perché, più e più volte, ho dovuto sospirare, chiudere il libro e sperare in una giornata di maggiore ispirazione? Non ne ho idea. Per provare a uscire dall’impasse mi sono dato a letture parallele, cosa insolita per uno che il multitasking letterario l’ha sempre stigmatizzato, ma senza ottenere i risultati sperati. Per questo attendo il materno consiglio di quello che Studio Aperto definisce “il popolo di Internet”. Che fare di Ivàn, Dmitrij e di quel finto santerello di Alëša? Abbandonarli una volta per tutte al loro destino come neanche un labrador sulla A14, metterli da parte ora e riprenderli in tempi migliori, oppure resistere, insistere e persistere con pervicacia nipponica?

Dite pure. Silvia Vada ne farà un valido riassunto.

Gent ’14 – Di trovate didattiche, statistiche alcoliche e miscele venefiche

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La Taalunie, letteralmente «Unione della lingua», l’associazione che promuove lo studio dell’olandese all’estero, è nota per la sua generosità. Più volte, durante il corso, è stata ribattezzata Betaalunie, dal verbo betalen, «pagare». Ma oltre alla borsa di studio di cui ogni partecipante ha potuto godere, oltre allo zaino, al materiale didattico, alla penna e alla chiavetta USB consegnati nei primi giorni, la Taalunie ha anche messo a disposizione un piccolo, timido e apparentemente innocuo tappo di sughero. Perché?DSC00112Bella domanda. Un messaggio subliminale per spronare i presenti ad attaccarsi alla bottiglia? Un bizzarro souvenir fiammingo? Un rimedio spiccio contro la diarrea? Macché: uno strumento fondamentale (be’, fondamentale, oddio…) per il miglioramento della pronuncia. Tutti gli studenti, infatti, hanno dovuto frequentare un seminario di uitspraak con un’illustre logopedista fiamminga, spesso contattata dalle emittenti televisive locali per migliorare la dizione dei propri giornalisti. In altre parole: tutti col tappo infilato tra i denti, rigorosamente in verticale, a leggere parole, espressioni e scioglilingua per un’ora e mezza. Ripeto: un’ora e mezza. Ora, a riflesso faringeo sono messo malissimo, infatti dopo trenta secondi sono arrivati i primi conati di vomito. Per evitare scene imbarazzanti ho preferito sistemare il tappo in orizzontale, con risultati discreti: pur sbavando come un San Bernardo, sono riuscito a non condividere i residui del pranzo con il resto della classe.

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Ogni tanto mangiavamo pure, eh.

Passando a note più liete, va detto che gran parte del denaro messo a disposizione dalla Betaalunie è stato investito con un’oculatezza e una determinazione tali da far sembrare Jordan Belfort un umile contabile di periferia. L’investimento principale? Birra, ovvio. Alcuni dati statistici moderatamente attendibili stilati nei giorni finali mostrano come i partecipanti del corso abbiano speso almeno 5521,6 € in birra. La media ipotetica è di 47 €/persona, anche se nel calcolo non sono stati presi in considerazione eventuali disgraziati/e che per tre settimane non hanno mai aperto nemmeno una lattina da 33cl di Cara Pils, la birra più scrausa del Belgio (l’equivalente teorico di una birra Esselunga o Eurospin, per intenderci).

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Immaginatevela verde e gialla, con la scritta “IL MENO CARO!” attaccata allo scaffale.

Certo, eravamo in Belgio, la patria delle birre più squisite al mondo. Ma per rendere possibile un apporto minimo di due birre a serata, e al tempo stesso non sforare il bugdet della Betaalunie, è stato necessario puntare sulla quantità più che sulla qualità. In altre parole, il 77% dei partecipanti ha comprato vagonate di Jupiler, la birra nazionalpopolare belga: niente di speciale, soprattutto per i canoni belgi, ma di gran lunga migliore del corrispettivo olandese (Heineken) o italiano (Peroni? Moretti?). Alcuni (10%) hanno ostentato una certa arroganza bevendo sempre e solo birra di qualità, e guadagnando talvolta il rispetto dei commensali; rispetto che tuttavia era destinato a evaporare in fretta, poiché spesso questi personaggi davano alla birra una priorità inversamente proporzionale a quella per i prodotti di igiene personale, per la serie «sì, ok, bevi sempre Westmalle Tripel, sei un figo, però stammi lontano ché puzzi».

Netto dominio Jupiler nelle bevute di gruppo: tutta gente che si lava.

Per la cronaca vanno segnalate anche: la minoranza (5%) quasi esclusivamente femminile che ha preferito darsi a birre dal forte gusto fruttato (per esempio quell’obbrobrio della Kriek); l’empia minoranza silenziosa (5%) di non bevitori; le ragazze austriache e tedesche (2%) ideatrici del mix fatale Coca Cola + vino bianco (occorre commentare?) e Jonas il Biondo ( \approx 1%, da non confondere con Jonas il Bianco), mio collega di pianerottolo, che a ogni occasione buona si è sempre dato alla Cara Pils. Guarda caso, proprio Jonas il Biondo negli ultimi giorni è stato vittima di febbre, mal di testa e dolori articolari. Coincidenze?

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Gent ’14 – La Terra Annegata

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Verdrinken è un verbo olandese irregolare. Il suo paradigma è verdrinken, verdronk, verdronken e in italiano si può tradurre con «annegare». Non proprio una parola che sprizza allegria. Ma nei Paesi Bassi, terra che convive da sempre (con fortune alterne) con l’acqua in tutte le sue forme, verbi come verdrinken sono all’ordine del giorno. E non si applicano solo alle persone.

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Het Vedronken Land van Saeftinghe - letteralmente «la terra annegata di Saeftinghe» – è una regione di orgine alluvionale che occupa la parte più meridionale della Zelanda, regione olandese confinante con il Belgio. In altre parole, una palude larga 3850 ettari. Saeftinghe è invece il nome del feudo medioevale che sorgeva, secoli orsono, nelle vicinanze.

Perché questo incipit pieroangelistico? Perché oltre alle più convenzionali visite guidate di Gent, Brugge, Anversa e Bruxelles, gli inarrivabili ometti della Taalunie hanno inserito nel programma del corso estivo anche una gitarella un po’ più avventurosa, all’insegna del team-building e della goliardia. Una gitarella a Vedronken Land, per l’appunto. Una guida, due scarpe destinate al bidone della spazzatura, tre ore scarse di esplorazione della palude, tra erba alta, fango, sabbia, ruscelli di acqua salmastra, piante commestibili e animaletti di ogni sorta. Circa novanta intrepidi partecipanti (dei 116 totali) hanno accettato di correre tutti i rischi del caso, mentre i più pavidi hanno preferito visitare uno squallido museo del folklore. Ovviamente il mio giudizio nei confronti di quelle pappemolli è del tutto imparziale, spero si noti.

Sulle prime la truppa si è mostrata piuttosto attenta e disciplinata. Col passare dei minuti, tuttavia, la mancanza di adrenalina ha spinto alcuni dei presenti a movimentare l’escursione con tuffi, scivolate, wrestling improvvisato e battaglie di palle di fango. Le cose si sono animate un pochino, diciamo così, favorite anche dall’attraversamento di zone molto, ma molto paciugose (notare lo scarso equilibrio dell’omino in maglia viola).

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Ora ditemi, come si fa a preferire un museo del folklore belga a una figata come questa?

(Si ringrazia Nadim, l’idolo incontrastato del corso, per il servizio fotografico.)