Infinite Jest, spiegato male

Sono perfettamente consapevole che l’ispirazione esiste, ma ci deve trovare già all’opera, come suggeriscono i vari motivational su Pinterest – sfondi pastello, font pretenziosi, you get the picture – citando quel geometra anarchico di un Pablo Ruiz y Picasso. Ma è anche vero che è arduo mettersi all’opera quando l’obiettivo è descrivere un libro così denso e ambizioso e complesso (sfidante, direbbe la gente che vuole male alla lingua italiana). Ma ancora prima di scrivere, il solo raccogliere le idee, a lettura conclusa, risulta parecchio impegnativo. E allora ho temporeggiato, come Quinto Fabio Massimo contro Annibale, sperando di alzarmi una mattina con in testa un post strutturato, comprensivo, convincente. In realtà sto temporeggiando tuttora, con questo preambolo.

Partiamo dai concetti di base, dunque. Il libro è Infinite Jest (IJ). L’autore è David Foster Wallace (DFW). Le pagine sono 1079, e in queste 1079 pagine sono comprese 388 note che no, non sono a piè di pagina, bensì a fine libro. Ma dire a fine libro non è tecnicamente corretto, perché sono esse stesse il libro, un po’ come l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, giusto per buttare lì qualche altra citazione a caso, sempre su sfondo pastello. Le note sono il libro perché non compongono i fondamentali ma in ultima analisi inutili riferimenti bibliografici che avete messo alla fine della vostra tesi di laurea con margini 5 e interlinea 3,8 per sembrare più saputi e soprattutto aumentare il numero totale di pagine per stupire la commissione con il vostro malloppazzo rilegato in similpelle blu/rossa al modico prezzo di 35€ a copia. No. Le note di IJ sono parte integrante del racconto, così come le abbreviazioni e gli acronimi, e sono in generale uno dei tratti distintivi di tutte le opere di DFW. Alcune note durano una riga, altre cinque pagine, ma tutte sono scritte in font 7, interlinea 1, con margini 2, perché DFW non aveva bisogno di allungare il brodo; al contrario, voleva a tutti i costi che ogni pensiero, ogni episodio venisse descritto ed esposto nel modo più dettagliato possibile, senza omissioni. Non tanto per principio, quanto per un impellente bisogno interiore di chiarezza, ai limiti dell’ossessivo-compulsivo.

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L’editor propone tagli, DFW è confuso.

Chiedere di cosa parla Infinite Jest è un po’ come chiedere di cosa parla la Bibbia: non puoi dare una risposta rapida e completa. Per la risposta completa non abbiamo tempo, quindi andiamo di risposta rapida. In IJ viene descritto un mondo distopico: gli Stati Uniti, il Canada e il Messico fanno parte dell’Organizzazione delle Nazioni dell’America del Nord (o più semplicemente O.N.A.N., uno degli svariati acronimi spiazzanti del libro); il Quebec è un’enorme discarica tossica, in cui i rifiuti vengono lanciati tramite catapulte; il tempo è sponsorizzato, ovvero non ci sono più i nostri banali 2002 o 1996 ma capolavori come l’Anno della Saponetta Dove in Formato Prova oppure l’Anno del Pannolone per Adulti Depend. Giusto per stordire ulteriormente il lettore, fabula e intreccio non coincidono, quindi buona fortuna nell’incastrare i vari flashback con la narrazione principale, che avviene a cavallo tra i nostri anni ’90 – quelli dei Roy Roger’s come jeans, presumo – e l’inizio del nuovo millennio.

Se la cornice è atipica, i personaggi sono dei pazzi fulminati. Harold James Incandenza, per tutti semplicemente Hal, è un diciassettenne apatico capace di recitare a memoria interi dizionari e dotato di un ottimo talento tennistico, tale da garantirgli un posto nella Enfield Tennis Academy (E.T.A.), frequentata anche dai due fratelli maggiori (un bugiardo seriale, ora stella del football americano, e un dolcissimo ragazzo deforme con la capoccia gigante e gli arti minuscoli), fondata dal padre (regista incompreso e alcolizzato morto suicida infilando la testa in un forno a microonde modificato ad hoc) e gestita dalla madre (Milf mozzafiato, fumatrice incallita, Grammar Nazi militante, mamma migliorabile). Di fianco all’Academy sorge la Ennet House, struttura di recupero per tossicodipendenti, dove Don Gately, ex tossico ed ex ladro, nonché armadio a quattordici ante (soprannome di gioventù Bim, acronimo per Big Indistructible Moron), prova a tenere a bada gli altri pazienti, nell’insieme una notevole banda di casi umani.

Ovviamente DFW, tra una nota e l’altra, in oltre mille pagine di libro, racconta tutte le storie di questi casi umani, così come descrive i vezzi e le paturnie di moltissimi altri allievi della E.T.A.. Ogni personaggio “minore” è caratterizzato talmente bene che potrebbe benissimo essere il protagonista di un’altra opera, e in questo senso DFW pare Tarantino in Pulp Fiction. E in teoria dovrei anche spiegare cos’è l’Infinite Jest del titolo, chi sono gli Assassini Sulle Sedie a Rotelle, qual è La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi e perché è finita a far parte dell’Unione Deformità Repellenti e Improbabili.

Ma in verità, in verità vi dico: fratelli, anche elencando l’intero fottio di animaletti che pervadeva la foresta amazzonica della fantasia di DFW, non riuscirei mai a trasmettervi l’essenza del libro. Perché sì, l’architettura dell’opera è maestosa, gli incastri tra i personaggi e le linee temporali sono geniali, ma a mio avviso IJ non è puro sballo cerebrale – per quanto, fidatevi, sarete in grado di avvertire le vostre sinapsi godere come ricci in calore di fronte a diversi passaggi del testo. Alcuni critici e lettori hanno sentenziato: IJ è puro esibizionismo letterario, è un estenuante esercizio di bravura formale ad opera di una mente superiore. Lo sforzo intellettuale è evidente, ci mancherebbe, ma ciò che DFW voleva trasmettere era la totale, irrecuperabile, disarmante tristezza di una generazione. In Infinite Jest non c’è un solo, singolo personaggio che sia felice – e di personaggi, sia chiaro, ce n’è almeno un centinaio. Si parla di anedonia – l’incapacità di provare appagamento o interesse per attività comunemente ritenute piacevoli – e di depressione clinica, si affronta l’impossibilità di provare ad esprimere emozioni e la conseguente fuga verso l’ottundimento, e si spiega così l’enorme spazio che l’autore dedica alla droga e all’intrattenimento. In IJ tutti, protagonisti e comparse, lottano contro i rispettivi demoni, così come farà per anni lo stesso DFW, purtroppo senza uscirne vincitore – il suo suicidio è datato 12 settembre 2008.

Ci sono pagine in cui l’autore sembra urlare che siamo vulnerabili, noi tutti, nessuno escluso, e che non dobbiamo aver paura di mostrare la nostra vulnerabilità a chi ci circonda. Da qui l’importanza data ai vari gruppi di Alcolisti Anonimi e Narcotici Anonimi, in cui solo il coraggio di mettersi a nudo e affidarsi alla solidarietà del gruppo può portare a una vita senza ombre, o perlomeno un po’ più luminosa.

Infinite Jest è una notevole palata sui denti. Per leggerlo servono pazienza e costanza – se volete vi butto lì pure la resilienza, che ultimamente va di moda. Prendetevi tutto il tempo necessario. Alternatelo a qualche testo più leggero. Sorseggiate gin tonic tra un capitolo e l’altro. Io ho impiegato tre mesi a finirlo, data l’edizione originale inglese. E in ogni caso sono arrivato alla fine, ho chiuso il tomo, mi sono grattato la nuca, l’ho riaperto, ho riletto le prime pagine (diventate un vago ricordo) e poi ho controllato un paio di siti internet. Come temevo, mi ero perso dei nessi intratestuali grandi come una casa.

Ma non importa. Ne è valsa ampiamente la pena.

-Look, a lot of the impetus for writing “Infinite Jest” was just the fact that I was about 30 and I had a lot of friends who were about 30, and we’d all, you know, been grotesquely over-educated and privileged our whole lives and had better healthcare and more money than our parents did. And we were all extraordinarily sad. I think it has something to do with being raised in an era when really the ultimate value seems to be – I mean a successful life is – let’s see, you make a lot of money and you have a really attractive spouse or you get infamous or famous in some way so that it’s a life where you basically experience as much pleasure as possible, which ends up being sort of empty and low-calorie. But the reason I don’t like talking about it discursively is it sounds very banal and cliche, you know, when you say it out loud that way. Believe it or not this was – this came as something of an epiphany to us at around age 30, sitting around, talking about why on earth we were so miserable when we’d been so lucky.

-Well, when did you realize that all the benefits you had in an educated middle-class life weren’t bringing you happiness?

-Well, look, I guess it sort of depends on what you mean by happiness. I mean, it’s not like we were walking around fingering razor blades or anything like that. But it just sort of seems as if – we sort of knew how happy our parents were, and we would compare our lives with our parents and see that, at least on the surface or according to the criteria that the culture lays down for a successful, happy life, we were actually doing better than a lot of them were. And so why on earth were we so miserable? I don’t think – you know, I don’t mean to suggest that it was, you know, a state of constant clinical depression or that we all felt that we were supposed to be blissfully happy all the time. There was just – I have a very weird and amateur sense that an enormous part of, like, my generation and the generation right after mine is just an extremely sad, sort of lost generation, which when you think about the material comforts and the political freedoms that we enjoy, is just strange.

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Il magico potere dell’introversione

Essere introversi non è una piaga sociale. Le piaghe sociali sono fenomeni che ti fanno contemporaneamente rabbrividire e sentire in imbarazzo. Despacito, per esempio. Oppure gli striscioni ai matrimoni. Oppure ancora le pubblicità cantate. Gli esempi si sprecano. Ma il messaggio di Quiet, opera di Susan Cain, è un altro: in diversi ambiti della nostra rutilante esistenza, l’estroversione è considerata l’ideale da perseguire a tutti i costi, mentre l’introversione viene ostacolata e combattuta con la stessa ottusa cecità con cui un tempo ci si opponeva ai bambini mancini. È ora di cambiare.

Sul luogo di lavoro, per esempio, viviamo nell’epoca del gioco di squadra forzato, il cosiddetto tìmuork – che scritto così pare un misto tra un Pokèmon raro e un insulto in napoletano. Teniamo riunioni per programmare riunioni, e concetti come il brainstorming e l’open space sono ormai punti fermi della vita aziendale contemporanea. L’idea di fondo è che insieme si lavora meglio, si è più creativi e produttivi.

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Susan Cain sostiene l’esatto contrario. A suo dire, parecchi studi scientifici™ mostrano che senza uno spazio privato sul luogo di lavoro la gente si sente spiata, sotto pressione, e non rende quanto dovrebbe. Essendo circondato da colleghi, non posso più prendermi cinque minuti di sacrosanta pausa per, non so, fare stalking su Facebook, controllare i risultati del fantacalcio, oppure andare alla ricerca di tesori perduti nelle mie narici – amene attività normalmente garantite dalla presenza di pareti divisorie. Lo stress aumenta, il malumore serpeggia, la produttività si riduce. Altri studi fanno notare come far ragionare i dipendenti individualmente prima di una sessione di brainstorming o a una riunione porti risultati migliori rispetto alla pura collaborazione coatta.

La stessa tendenza alla collaborazione coatta la si ha nelle scuole. I lavori di gruppo sono incoraggiati sin dalle elementari, dove dalla tradizionale, rigida distribuzione dei banchi in file singole (o al massimo da due) si è passati a folti coacervi di bimbi appiccicati tra loro. Cain non è una reazionaria che sospira ed esclama con nostalgia “ai miei tempi [inserisci soggetto] era molto, molto meglio”, ma semplicemente osserva che con una configurazione simile i bambini meno spigliati rischiano di essere schiacciati dai più espansivi e chiacchieroni, con conseguenze anche notevoli nella valutazione degli insegnanti.

Quante volte capita di sentire “Giangiacomo è un bimbo intelligente, ma in classe non interviene mai e parla raramente”. La partecipazione attiva è una componente chiave nel giudizio degli alunni, e Giangiacomo – solo perché sta zitto quando non ha niente di valido da dire – rischia di trovarsi con voti più bassi di un Gianfilippo qualsiasi, che bercia qualsiasi cavolata gli passa per la testa.

L’importante è partecipare, argomentare, buttarsi a capofitto in ogni conversazione, lasciare una buona impressione di sé non per le idee espresse, ma per il modo in cui le si esprime. Alla Business School di Harvard, dove Cain raccoglie diverse interviste, gli studenti sono incoraggiati ad apparire convincenti e sicuri di sè, a prescindere dal contenuto delle loro parole. Dì stronzate, ma dille bene. La cosa mi ha lasciato sgomento, dato che Harvard è una delle scuole più rinomate al mondo, ma dopotutto da qui sono usciti i manager che hanno contribuito alla crisi finanziaria del 2008. E ricordiamo che si parla pur sempre del popolo che alla Casa Bianca ha eletto Trump, uno che urla stronzate confuse ma convinte un giorno sì e l’altro pure.

Susan Cain sembra una tipa a posto. In qualità di introverso,  approvo, stimo e sostengo la sua missione, ovvero mettere in risalto “il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare” – come recita il sottotitolo dell’edizione italiana. Ma come ogni libro americano di pop science, Quiet qualche pecca ce l’ha.

Alcune parti dedicate a delineare il profilo dell’introverso e dell’estroverso mi sono parse piuttosto banali. “Non vai volentieri a una festa con sconosciuti e quando ci vai ti metti un angolo a fissare lo smartphone? Con ogni probabilità sei introverso”. Ma no, giura? Gli esempi di Cain non sono letteralmente questi, ma ci vanno molto vicino e ogni tanto fanno cadere le braccia. Un po’ come quando, due settimane fa, alcuni miei vicini di casa hanno preso la strana decisione di segnalare tutti i tombini del cortile comune.

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Il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

Ma lasciamo da parte istinti didascalici e discutibili preferenze cromatiche. Un altro appunto che si può fare a Quiet riguarda i contributi che l’autrice porta a sostegno delle sue tesi. Broker, avvocati, manager, i già citati studenti di Harvard… ogni tanto si ha l’impressione che la cerchia delle persone intervistate sia elitaria e poco rappresentativa del multiforme spettro sociale a disposizione di Cain. Magari è solo un’impressione, ma ammetto di aver faticato a empatizzare con parecchie esperienze raccolte nel libro proprio per questo motivo.

Detto questo, Quiet è un libro ben strutturato, con 56 pagine di note e riferimenti bibliografici e perfino un indice analitico, a testimoniare l’impostazione scientifica ricercata da Cain. Come già scritto, sono al 100% schierato con l’autrice: l’estroversione è sopravvalutata – un po’ come la democrazia, secondo Frank Underwood. Ma l’ovvietà di alcuni passaggi, soprattutto nei primi capitoli, indebolisce in parte il libro, e alla fine il risultato è quello di molti altri volumi di scienza popolare: la lettura è un’esperienza piacevole, ma non ti “resta addosso” per molto.

Peccato.

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What do you believe in?

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Cosa: American Gods

Chi: Neil Gaiman

Quando: 2001

Come: American English, nonostante Gaiman sia British al 100%

E in Italia? Sempre e comunque American Gods (2003, Mondadori, traduzione di Katia Bagnoli).

Perché: una volta appurato che Gaiman è un ometto che sprizza carisma da tutti i pori,  in base a tributi vari ed eventuali legati a Douglas Adams e alla sua Guida Galattica per Autostoppisti, era giunto il momento di valutarlo in quanto autore a sé stante.

Sunto: Shadow, affabile armadio a dodici ante, è in galera. Sta finendo di scontare i suoi tre anni quando, a pochi giorni dal rilascio, gli dicono che la moglie Laura – il suo pensiero fisso nelle lunghe notti in cella – è muerta in un incidente stradale (olé). Peraltro, muerta mentre stava assaporando il pene del migliore amico di Shadow (alla grande, Shadow, bene così). Il nostro affabile armadio, come forse potrete inutire, è vagamente a pezzi. Neanche il tempo di pensare che alla fine, dopotutto, se uno ci riflette, in carcere non si stava poi troppo male, ed ecco che dal nulla compare Mr. Wednesday. Un tipo poco raccomandabile, grigio nel vestire e nell’agire, ma dall’eloquio accattivante e dallo stile tutto sommato magnetico, che di professione fa il dio. No, non Dio con la maiuscola (toglietevi dalla testa l’immagine di Morgan Freeman vestito di bianco, per favore), bensì uno dei tanti dèi che Shadow impara a conoscere nella sua nuova vita, in una realtà contemporanea legata a doppio filo alla mitologia antica.

Bonus: le loro gesta possono avvincere o annoiare, ma i personaggi di Gaiman sono sempre a fuoco, e questo è un super bonus. E anche le ambientazioni, squallide o maestose che siano, solleticano sempre le capacità immaginative del lettore. Il buon Neil è un narratore eccelso, la sintassi è sinuosa, gli aggettivi vanno immancabilmente a segno.

Malus: sul contenuto delineato dalla sintassi e descritto dagli aggettivi, invece, si può discutere. Vi piace la mitologia antica? Andate in visibilio quando sentite parlare di Odino e Loki, Anubi e Thot, leprechaun e compagnia bella? Se sì, buon per voi. Se no, farete un po’ di fatica a digerire il libro. A me sono serviti due tentativi per arrivare in fondo al romanzo, perché i vari intermezzi dedicati alle divinità rallentano parecchio il ritmo del racconto.

Supercit:

“Religions are, by definition, metaphors, after all: God is a dream, a hope, a woman, an ironist, a father, a city, a house of many rooms, a watchmaker who left his prize chronometer in the desert, someone who loves you—even, perhaps, against all evidence, a celestial being whose only interest is to make sure your football team, army, business, or marriage thrives, prospers, and triumphs over all opposition. Religions are places to stand and look and act, vantage points from which to view the world. So none of this is happening. Such things could not occur. Never a word of it is literally true.”

Consigliato a: se sbavate davanti a ogni trailer della Marvel, questo libro potrebbe fare per voi. A patto che sappiate andare oltre i bicipiti di Chris Hemsworth e le battute sagaci (ma dove?) di Robert Downey Jr.

Curiosità: dal romanzo è nato un film? Quasi. Giusto quest’anno è uscita la serie TV omonima, non so quanto fedele all’originale, ma abbastanza promettente: