CLIC (Consigli Letterari Indubbiamente Contestabili) – X

Partenza a razzo, calo netto nella seconda novità del mese. Ma i quattro libri auspicati ci sono.

#01

1q84

Cosa: 1Q84 (Libro 3)
Chi: Murakami Haruki
Quando: 2010
Come: italiano (Einaudi, 2012, traduzione di G. Amitrano)
Perché: perché il secondo libro aveva lasciato troppi punti in sospeso per poter abbandonare Tengo, Aomame e il 1Q84.
E l’originale? いちきゅうはちよん
Sunto: al ping pong Tengo – Aomame si aggiunge un terzo giocatore, l’avvocato/investigatore Ushikawa. Il mistero si infittisce, la tendenza misticheggiante del secondo libro si fa ancora più marcata, ma il finale – senza fare spoiler – delude.
Bonus: come già detto per i primi due libri, lo stile, nella sua leggerezza, è senz’altro degno di nota. E il personaggio di Ushikawa mi è sembrato davvero ben riuscito.
Malus: nel primo libro Murakami fa dire a uno dei personaggi che i libri più belli sono quelli che non riusciamo a capire del tutto. CAZZATA! Muraka’, se mi instilli ventordici dubbi in ciascuno dei tre volumi, io PRETENDO che alla fine tutto torni. Io voglio RISPOSTE! Che ne è dei Little People? Qual è il loro vero ruolo? E che fine ha fatto l’amante di Tengo? Chi ha ucciso Ayumi? E che senso ha l’incontro di Tengo con Adachi? In ogni caso, anche se volessi ignorare la mia sete di risposte – cosa che non sono disposto a fare, HAI CAPITO, MURAKA’? – il finale è floscio, se si pensa alle 1400 pagine che l’autore aveva usato per costruire quest’enorme struttura narrativa, universo parallelo incluso.
Supercit.:

Mi sono stancato di vivere odiando qualcuno, disprezzandolo, portandogli rancore. Mi sono stancato di vivere senza amare nessuno. Non ho un amico, nemmeno uno. E soprattutto non posso amare me stesso. Sai perché? Perché sono incapace di amare gli altri. Ed è soltanto amando gli altri, ed essendo amati, che si impara ad amare se stessi. Ma non sto dicendo che è colpa tua se sono così. Penso che anche tu sei vittima come me. Penso che nemmeno tu sappia cosa significa amare se stessi. Sbaglio?

Consigliato a: chiunque cerchi un libro che fa domande senza dare risposte (contenti voi…).
Curiosità: Murakami (TE POSSINO!) è un collega corridore: all’attivo vanta più di venti maratone completate.

#02

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Cosa: Biglietto, signorina
Chi: Andrea Vitali
Quando: 2014
Come: italiano (Garzanti)
Perché: perché mi è stato regalato a Natale, e ai libri regalati va sempre data una possibilità.
E all’estero? Non chee stuh™
Sunto: nella ridente cittadina di Bellano (LC), a pochi anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, si muove una massa eterogenea di personaggi e personaggini, tra i quali spiccano l’ambizioso vicesindaco Torelli e una giovane e procace forestiera, Marta: attorno a loro due si svilupperà un intrigo di paese con diversi colpi di scena.
Bonus: sarò di parte, avendo un padre bagià, ma il mix di dialetto e parlato colloquiale è davvero ben riuscito. Insomma, si capisce che Vitali è uno del posto. Approvati pure i dialoghi, tendenzialmente secchi e scoppiettanti.
Malus: ci sono il parroco, il dottore, il sindaco, il vicesindaco, la perpetua, il brigadiere. In poche parole, un misto di episodi di Don Matteo, libri di Camilleri e film di Don Camillo. Non proprio il mio mix ideale.
Supercit.:

Piccolo e tondo, molle come taleggio fresco, uso a passeggiare per Bellano picchiettando in terra una canna di bambù e guardando ogni cosa, lago e montagne comprese, come se lui fosse il padrone, il commerciante di vini e vicesindaco Amedeo Torelli era un doppiogiochista di rara abilità: lo sapevano bene i suoi fornitori ai quali da anni recitava la manfrina di piagnistei e minacce secondo che dovesse pagare oppure ottenere la merce.

Consigliato a: amanti delle opere di Guareschi; lettori over60; estimatori del dialetto lecchese.
Curiosità: Bellano è anche nota per il suo orrido, che no, non è una persona particolarmente brutta, ma una cascata posta in una gola naturale formatasi milioni di anni fa.

#03

Cosa: Che tu sia per me il coltello
Chi: David Grossman
Quando: 1998
Come: italiano (Mondadori, 1999, traduzione di A. Shomroni)
Perché: perché consigliato da una cara amica appassionata di letture sofferte; perché il nome di Grossman mi era apparso troppe volte sotto il naso, negli ultimi tempi, per poterlo ignorare
E l’originale? שתהיי לי הסכין
Sunto: un bel giorno Yair (sposato, con figlio) vede Myriam (sposata, con figlio), se ne innamora e le propone di instaurare un rapporto di corrispondenza unilaterale. Gran parte del libro è occupata dalle lettere di Yair, col tempo sempre più ossessionato da Myriam, che nel frattempo ha preso a rispondergli. Quindi Grossman lascia spazio alla prosa più misurata della donna e, solo alla fine, mescola le voci dei due protagonisti, in un finale convulso e sofferto.
Bonus: Grossman ricorre spesso e volentieri a immagini poetiche ora delicate ora potenti, che pure un bergamasco pressoché privo di strumenti di introspezione quale il sottoscritto riesce ad apprezzare.
Malus: Yair è illeggibile. Folle, ossessivo, paranoico, egocentrico, asfissiante, incoerente. Bravissimo Grossman, per carità, ma più volte ho mandato a quel paese il protagonista e altrettante volte ho rischiato di buttare il libro dalla finestra (in senso figurato, eh, ché il Kindle è fragile e in fin dei conti innocente). La parte dedicata a Myriam e il finale non bastano a compensare gli sproloqui di quel cretino.
Supercit.:

Di sicuro ricordi il momento meraviglioso in cui un bambino comincia a chiamare le cose per nome. Eppure, ogni volta che imparava una parola nuova, una parola che è anche un po’ “loro”, di tutti, persino la sua prima parola, una parola bella come “luce”, io provavo una stretta al cuore, perché pensavo: chissà cosa sta perdendo in questo momento. Chissà quanti tipi di chiarore ha visto e assaggiato e odorato prima di stiparli tutti in quella piccola scatola chiamata “luce”, con quella “c” nel mezzo, come un interruttore per spegnerla. Capisci, vero?

Consigliato a: amanti di letture densissime; appassionati di monologhi epistolari.
Curiosità: da sempre schierato a favore del dialogo tra israeliani e palestinesi, Grossman ha perso un figlio, Uri, ucciso a 20 anni durante il conflitto israelo-libanese del 2006.

#04

Cosa: Voglio correre 
Chi: Enrico Arcelli
Quando: 2012
Come: italiano (Sperling&Kupfer)
Perché: perché ogni tanto sento l’impulso di dare maggiore scientificità alle mie allegre sgambate in felpa di pile e collant termici.
E all’estero? Niet.
Sunto: scritto da una delle principali figure nel panorama italiano della medicina dello sport e della preparazione atletica, Voglio correre è un manuale per pigroni che vogliono schiodarsi dal divano, corridori dilettanti alla ricerca di allenamenti più seri e strutturati, professionisti che intendono migliorarsi perfezionando il regime alimentare, la tecnica di corsa e altri aspetti generalmente ignorati dai tapascioni.
Bonus: dove altri autori dello stesso filone peccano in sbrodolii e tecnicismi, spesso risultando ostici alla lettura, Arcelli scrive in modo chiaro e scorrevole, spiegando ogni singolo termine del gergo tecnico da lui adoperato. Apprezzabile anche l’intuizione di inserire, tra i capitoli, brevi aneddoti tratti dalla sua lunga carriera di medico dello sport.
Malus: Arcelli sembra un po’ troppo convinto nell’elevare la dieta a zona a unico regime alimentare valido per raggiungere risultati consistenti. Ma si tratta di un dettaglio, se confrontato con la massa di informazioni utili e precise contenute nel libro.
Supercit.:

Che esperienza fantastica iniziare a correre! Al principio, ci sono di sicuro molti momenti in cui si avverte soltanto la fatica. Ma, a un certo punto, quasi all’improvviso, il piacere prende il sopravvento. Le gambe sembrano più forti e il corpo più leggero; è come se certe salite diventassero meno ripide e i percorsi che facciamo abitualmente si accorciassero. Soprattutto, si prova un benessere generale sia mentre si sta correndo, sia nelle ore successive. Durante la giornata ci si sente più dinamici, più pieni di energia, più vivi, e di notte si dorme meglio.

Consigliato a: pigroni, semipigroni, tapascioni, dilettanti, professionisti.
Curiosità: se andate sulla pagina Amazon dedicata al libro troverete gente che lo critica perché troppo “oscuro” e poco adatto ai principianti, ma anche gente che lo critica perché troppo “commerciale” e poco adatto ai professionisti: a mio avviso, un chiaro segno della riuscitezza del libro.

Roberto – L’Ultimo Ripetente

Negli ultimi tempi i martedì pomeriggio cominciavano sempre allo stesso modo. Auto parcheggiata vicino al cimitero, settanta metri a piedi sul ciglio del provinciale disastrato, se possibile evitando pozzanghere ed eventuali automobilisti burloni, e alla fine un dito che preme un campanello.

«Chi è?» chiede una voce svogliata ma genuinamente incuriosita.
La solita persona che per mesi ha suonato sempre il tuo campanello tra le 13.59 e le 14.06 del martedì pomeriggio.
«Francesco».

Nessuna risposta, solo il bzzz della porta che si apre e il ktrvsz di una cornetta del citofono rimessa al suo posto. Oltre la porta, a sinistra, le cassette della posta, affiancate dall’immancabile lista dei turni di pulizia delle scale. Programmati fino a giugno del 2015. Condòmini previdenti o rompiballe?

«Ciao» dice la voce svogliata di prima, ora più neutra, quando alzo lo sguardo a pochi gradini dal pianerottolo del primo piano. La voce appartiene a Roberto, 15 anni, ragazzo al quale, negli ultimi mesi, ho cercato – invano – di togliere l’arsenale necessario per ferire, torturare e infine uccidere senza pietà la lingua inglese. Ma dopotutto, se all’inglese desse del tu, non avrebbe cercato sarebbe stato costretto a cercare subire qualcuno disposto a fargli ripetizioni. O tutoring privato, come si scrive su LinkedIn.

Roberto (nome di fantasia) ha i capelli castani, corti e vagamente ricci, il naso adunco e una spruzzata di brufoli acerbi ma imperiosi, da preadolescente DOP. Ma a contraddistinguerlo non è l’acne,  né la corporatura paffuta, bensì la mise che è solito indossare durante i nostri incontri.

Con la pioggia, con la neve, con il gelo che modella stalattiti di muco tra i più raffreddati; con il sole, con l’afa, con il caldo che genera rivoli di sudore tra le chiappe dei meno termoisolati; non c’è stato giorno in cui Roberto non mi abbia aperto la porta in pigiama. Ho contemplato outfit estivi (pantaloncini e maglietta a righine orizzontali bianche e blu, stile Viserbella ’85) e invernali (maglia e pantaloni in pile color puffo sbiadito), sempre e comunque all’insegna della sonnolenza e del cattivo gusto.

Ieri indossava un pigiamotto dalle mille sfumature di grigio: pantaloni a quadrettoni scozzesi e maglia a tinta unita, con tettine e pancetta sporgenti. Mentre entro in casa e mi tolgo il cappotto, comincio a recitare con lui il solito dialogo di inizio lezione, messo in scena già diverse volte.

«Come va?».
«Mmnng. Tu?».
«Bene, grazie. Hai novità?».
«Mmno».
«Fatto qualche verifica?».
«Mmno».
«In inglese, argomenti nuovi?».
«Mmno».

Sopraffatto dalla sua dialettica, spiazzato dalla sua voglia di vivere, mi siedo e sospiro. Prendo il suo libro di testo e cerco di fare mente locale sugli esercizi fatti la volta scorsa. Qualsiasi tipo di esercizio io scelga, lui reagirà con la solita apatia: un braccio a sorreggere la testa, mentre l’altro giocherella con la matita; occhi bassi, salvo qualche rara sbirciata in tralice, sotto gli occhiali, quando avverte che lo sto guardando; espressione tipica da quindicenne costretto a fare inglese ma anelante a poltrire sul divano, guardare Dragonball e mandare messaggi sgrammaticati agli amici.

«Facciamo un po’ di speaking?».
«MmNOOO, lo speaking no!»
«Mi piace il tuo entusiasmo. Vada per lo speaking».

In realtà quasiasi proposta viene rimbalzata dal suo «mmno», una sorta di lamento-grugnito-gemito che in tutta calma si articola in un rifiuto. Roberto non dice mai «no», solo «mmno». Quando invece vuole dire di sì, si limita a un «mm», ché dopotutto la vita è uno sbattone infinito, quindi meglio vegetare in modalità risparmio il più a lungo possibile.

Roberto aveva chiuso il primo anno di liceo linguistico con tre debiti scintillanti, in latino (4), francese (5) e inglese (5), e un 6 in matematica – a quanto mi ha riferito – molto generoso. Insomma, era stato a tanto così dalla bocciatura. Sì, quella del linguistico non è stata una scelta felicissima, mi trovate d’accordo.

L’estate, che ci ha visti penare (lui) e imprecare (io) su versioni facilitate, present perfect e conjugaison dei verbi in -ir, è stata lunga e sofferta. Tre botte a settimana, una per materia. La settimana prima delle prove di recupero mi è stato chiesto di fargli lezione tutti i giorni. «Mi spiace, non riesco», la risposta al telefono. Col cazzo, non se ne parla, la versione ufficiale.

Come se la situazione non fosse già disperata, alle nostre allegre sedute talvolta si aggiungeva la madre. Donna dal coefficiente di fastidiosità davvero notevole, abbandonava le faccende domestiche e si siedeva al tavolo con noi, con l’unico risultato di mettere il figlio – a cui ha trasmesso ricci, naso e miopia – ancor più sotto pressione.

«Robè, che ti spicci a fare quell’esercizio?».
«Robè, ma perché non usi la testa?!».
«Robè, hai visto quanti errori hai fatto?!».
Signò, perché non si leva gentilmente dal cazzo?

E lì ho capito perché non ho mai visto il padre in casa. Anyway. Nonostante i, ehm, vigorosi incoraggiamenti della madre, in qualche modo Roberto ha recuperato i debiti di inglese (6), latino (6) e francese (7), fatto che ha suscitato in me soddisfazione e riso isterico. Più riso isterico che soddisfazione. A un mese di distanza, tuttavia, il cellulare è squillato di nuovo: «…ha preso subito 4», «…non so più dove sbattere la testa», «…aiutarlo almeno con l’inglese». Signò, qui non c’è da aiutare, c’è da dispensare miracoli, che per definizione sono rari. Ma alla fine ho accettato, anche causa disoccupazione galoppante.

E quindi niente, a settembre eravamo ancora lì. Io, che con libri, quaderni, computer perfino, cercavo di suscitare in lui un minimo guizzo di partecipazione; lui, che con ogni parte del corpo, brufoli cremisi compresi, riusciva senza sforzi a mantenere l’ECG del suo interesse e della sua collaborazione perfettamente piatto.

Nemmeno l’annuncio di due settimane fa ha sortito effetto.

«Ti devo comunicare una cosa importante» gli ho detto a metà gennaio.
«Mm?». Per una volta ha alzato la testa e mi ha guardato in faccia.
«Dovrei aver trovato lavoro. Inizio a febbraio, forse qualche giorno prima. In ogni caso, dopo oggi, ci vedremo ancora due volte e basta».
«Ah». Ha guardato per un attimo nel vuoto, poi ha riabbassato la testa. Come se nulla fosse.

Ieri, quindi, con ogni probabilità, ho visto Roberto per l’ultima volta. Dopo avergli fatto mietere tutti gli esercizi di grammatica dell’unità nelle lezioni precedenti, non sapevo cosa fargli fare. Allora, per una volta, ha prevalso il sadismo.

«Un po’ di speaking, dai».
«MmNOOO».
In lui e nel suo pigiama non c’è ribellione, né rabbia o protesta, solo pigra rassegnazione.
«Oh sì, per chiudere in bellezza. Speaking».

In realtà lo speaking si è trasformato in un monologo (mio) traboccante di domande senza risposta, interrotto qua e là da timidi «mmyes» e rari e promettenti «mmin my opinion» destinati a spegnersi qualche secondo dopo.

«Mmnon mi viene niente».
«Dillo in italiano, poi pensiamo a come dirlo in inglese».
«Mmno, non mi viene niente in italiano».
«Ah».

Dopo tre quarti d’ora decido di essermi esercitato a sufficienza, nonostante l’incosistenza dello sparring partner. Ancora più a corto di idee, cerco un’illuminazione tra le pagine del libro.

«Dài, facciamo un po’ di vocabulary. Gli argomenti a disposizione sono: animali, vestiti, comunicazione, aggettivi, avverbi, informatica, mestieri, arte, sport e… scienza. Dimmi tu».
«Mmanimali» dice Roberto, stranamente convinto.
«Non è che hai scelto gli animali perché è il primo che ti ho detto e l’unico che hai davvero sentito, vero?».
«Mmno». E alla sbirciata in tralice si aggiunge un sorrisetto malefico.
Piccolo stronzo. Lazzarone fino all’ultimo.

Ma almeno è un argomento privo di rischi. Non ci sono -s da ignorare, avverbi da storpiare, paradigmi da mutilare (come dimenticare lo storico «understand, understood, understanded»). Forse riusciamo a chiudere davvero in bellezza.

Forse.

«Facciamo il cruciverba. Come vedi, qui ci sono le definizioni, lì le parole con le traduzioni che abbiamo appena trovato. È un esercizio foolproof».
«Mmeh?».
«Niente, come non detto. Iniziamo con la prima. A beautiful white bird with a long neck. Quattro lettere. Inizia con la S».

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«Mmmm». Il gemito è prolungato, Roberto non la sa. I suoi occhi scorrono la lista degli animali alla massima velocità – ovvero un nome ogni cinque secondi.
«Dài, è facile. Abbiamo appena fatto la traduzione».
«Mmah sì. Seal».

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No, non era foolproof manco per la cippa. In qualche modo arrivano le 15.30. Chiudo il libro. Siamo ai saluti. Mi alzo e infilo il cappotto, mentre lui sta già smanettando con il cellulare, un sorriso ebete dipinto sul volto.

«Bene, abbiamo finito. Adesso che io non posso più, verrà qualcun altro?».
«Mmboh». risponde, senza alzare gli occhi dallo schermo.
«Sei contento, ora che non mi vedrai più?»
«Mmnng». Non gliene frega un cazzo, insomma.
«Non te ne frega niente, insomma».
«Mmno, va be’». Ok, non gliene frega un cazzo. Gli occhi non si alzano dallo schermo. L’attenzione è ancora rivolta allo smartphone, quando Roberto, avvolto nel pigiamotto dai mille grigi, mi accompagna alla porta.
«Va bene, allora in bocca al lupo!».
«Mmgrazie».
«Ma come “grazie”?!». Neanche in italiano ce la fa.
«Mmah no, crepi».

Crepa, vorrei rispondere, ma mi trattengo, chiudo la porta e scendo le scale. In attesa di scoprire quale sarà la prossima vittima su cui sfogherò sarcasmo e frustrazione.

La macchina dell’incenso

Cosa spinge il cittadino italiano medio ad acquistare brani e album di un artista non appena quest’ultimo passa a miglior vita? Provo a chiedermelo, ma non so darmi una risposta certa. Al massimo posso azzardare qualche ipotesi.

Di certo è un fenomeno curioso, spiazzante nella sua automaticità. Una reazione meccanica, quasi obbligata, una gamba che scatta perché colpita al ginocchio dal diabolico martelletto del medico.

Forse c’entra la diffusa convinzione che il passato sia sempre e comunque migliore del presente. «Quando c’era lui…» è una formula d’inizio frase che ricorre spesso tra gli over70 pendenti a destra. Ma anche senza farne una questione politica: qualunque sia l’oggetto del dibattito – una città, un genere musicale, perfino una società – noi arriviamo sempre tardi per poterlo ammirare all’apice del suo splendore. Pare che la nostalgia sia nel nostro DNA (sì, sembra una frase presa da un libro qualsiasi di Severgnini, e per questo un po’ mi detesto).

Ma tornando al mondo della musica: cosa vuole dimostrare l’acquirente del greatest hits del neodefunto? È forse il suo modesto contributo per commemorare il talento, il genio, l’estro di colui che ci ha appena lasciato? Non lo so. Perché se davvero considero un cantante talentuoso, geniale ed estroso, probabilmente i suoi dischi già ce li ho. Il vero fan, quello che sta davvero male pensando alla scomparsa del suo idolo, non deve riempire il carrello virtuale di iTunes, né deve rovistare in soffitta alla ricerca di quel vinile che «se non ricordo male era sotto il servizio di porcellana della zia Bernarda, prova a guardare se lo trovi». Perché il disco – in forma materiale o digitale – ce l’ha già a portata di mano. Anzi, magari lo stava ascoltando proprio quando gli è arrivata la triste notizia.

Chi è, quindi, a comprare l’album del dipartito? Qualcuno che – per pigrizia, taccagneria, noncuranza o semplice indifferenza – non l’aveva ancora comprato. Qualcuno che magari aveva ascoltato una o due canzoni, per sbaglio, mentre faceva la spesa all’Esselunga. E perché no, anche qualcuno che, del caro estinto, non aveva mai ascoltato niente.

Segue una domanda scontata. Se l’artista fosse ancora nell’aldiqua, il cittadino avrebbe acquistato comunque il cd?

Nein.

La cosa mi dà fastidio? Nì. Dopotutto ognuno è libero di fare ciò che vuole dei suoi soldi. A darmi fastidio, più che altro, è l’azione destabilizzante della macchina dell’incenso. Perché se Saviano parla di macchina del fango, non vedo perché non possa esistere una macchina dell’incenso.

L’obiettivo è chiaro: lodare, celebrare, esaltare con veemenza il deceduto, a prescindere dalle sue origini, dalla sua professione e dal suo status attuale. In una sorta di rito socio-religioso collettivo, migliaia di persone alimentano come meglio riescono questo enorme, epico turibolo immaginario. Un ragazzo con precedenti penali resta ucciso durante uno scontro a fuoco? «Era un bravissimo ragazzo». Un calciatore in erba viene stroncato da un infarto a partita in corso? «Sarebbe diventato il nuovo Messi». Un cantautore di mezz’età ci lascia? «Perdiamo una voce unica, il mondo della musica non sarà più lo stesso».

Tra l’altro, quella della «voce unica» è un’espressione che appare puntuale in caso di decesso di un cantante. Non so come funzioni. Che a perire siano solo le voci uniche, e che a intrattenerci restino solo le voci comuni? Ciò significherebbe assecondare la corrente del «quelli che ci lasciano sono sempre i migliori», un detto che non ho mai capito, poiché mi risulta che il Tristo Mietitore, prima o poi, prenda con sè tutti – i migliori, i peggiori, i discreti, i bravi-che-non-si-applicano, i gravemente insufficienti, ecc.

E se la relazione fosse causale? Crepo, ergo figus sum. Una voce unica cessa di esistere? No: una voce – che magari hai sentito (senza ascoltare) per l’ultima volta in una pigra serata invernale, quando la tv dava uno di quei varietà posticci in cui una dozzina di celebrità minori, ingrigite e imbolsite, riproponeva ciascuna il suo cavallo di battaglia e tu, sul divano, stavi probabilmente dormicchiando, oppure giocando a Candy Crush sul cellulare, oppure ancora esplorando le cavità nasali alla ricerca di preziosi reperti archeologici – una voce, dicevo, che all’improvviso esala il suo ultimo respiro e allora diventa unica.

Perché incensare a tutti i costi ogni cuore che smette di battere? Perché questo bisogno – malsano, a mio avviso – di simulare stupore, sgomento e sofferenza per il trapasso di una persona che, finché in vita, abbiamo bellamente ignorato? Se l’andare a visitare la villetta di Cogne o la casa di Avetrana rientra nel turismo dell’orrore, scaricare la discografia di Mango o Pino Daniele può essere definito come shopping morboso e un filo inquietante?

Prima che il post si trasformi in uno sketch di Kazzenger, meglio fermarsi qui. Resta il fatto che non ho trovato una risposta univoca alla domanda d’apertura, e che altre questioni sono emerse in seguito. Se saprete aiutarmi a riflettere sull’argomento, ve ne sarò grato.

Mamma quanti dischi venderanno se mi spengo (cit.)
Mamma quanti dischi venderanno se mi spengo (cit.)