CLIC (Consigli Letterari Indubbiamente Contestabili) XII

In teoria i libri di marzo sono quattro, l’ultimo l’ho finito giusto giusto il 31, ma scalerà nel prossimo post sull’argomento. A ‘sto giro c’è da accontentarsi di una rilettura nordica (però mai recensita) e due volumi dell’Est Europa. Daje.

#06

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Cosa: Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?
Chi: Johan Harstad
Dove: Norvegia
Quando: 2005
Come: italiano (Iperborea, 2008, traduzione di Maria Valeria D’Avino)
Perché: c’è stato un periodo in cui, per via di un corso di letteratura, bazzicavo parecchio il sito di Iperborea. E niente, sapete cosa succede ogni tanto: un giorno ignori bellamente l’esistenza di un libro, il giorno dopo inizi a leggerlo, la settimana dopo lo consigli a tutti, pure alla vicina di casa spiona e antipatica. Sì, ho una vicina di casa spiona e antipatica. No, col cazzo che gliel’ho consigliato, era un’iperbole, suvvia.
E l’originale? Buzz Aldrin, hvor ble det av deg i alt mylderet?
Sunto: nato il 20 luglio 1969, giorno dello sbarco sulla Luna, e intenzionato sin da piccolo a mescolarsi nella folla, piuttosto che a distinguersi, Mattias conduce una vita tranquilla, costruita su mille confortanti abitudini. Ha 29 anni, un lavoro onesto, una fidanzata storica, un amico di lunga data e due genitori affettuosi. Poi, dal nulla, l’idillio si spezza, e Mattias si ritrova single e disoccupato. Disoccupato ma anche e soprattutto disorientato, alla deriva, del tutto incapace di restare a galla. Certo, dopo due tranvate del genere, vorrei vedere voi. Fatto sta che un giorno Mattias si ritrova – senza memoria delle ultime 24 ore, sdraiato a faccia in giù sull’asfalto e con 15mila corone non sue in tasca – nelle vicine (per un norvegese) isole Far Øer, luogo al contempo splendido e deprimente. Magnificent desolation, per usare le parole con cui Buzz Aldrin, spalla di Neil Armstrong e idolo del protagonista, aveva descritto il paesaggio lunare. Qui Mattias stringe nuove amicizie e, assieme ad altri naufraghi della vita, cerca di risalire la china… ma altro non vi dico, ché il libro è davvero bello e non ve lo voglio bruciare.
Bonus: Harstad adotta uno stile particolare, discontinuo e a tratti ruvido – nordico, verrebbe da dire – ma parecchio efficace. Poi, va be’, c’è Mattias, pure lui particolare e discontinuo, cui è fin troppo facile affezionarsi. Un altro grande bonus arriva dalla delicata e riuscitissima analisi introspettiva dei personaggi, che mette in risalto l’inestimabile valore della vicinanza, del confronto tra persone fragili, tra sopravvissuti che continuano a smarrirsi e ritrovarsi. Infine, Harstad guadagna parecchi punti stima punteggiando il racconto con brevi parentesi estemporanee legate a date, personaggi e avvenimenti storici, spesso ricche di dettagli meravigliosamente superflui, ma che riescono sempre a far sorridere il lettore.
Malus: volendo fare i pignoli, si può dire che la seconda metà del romanzo procede meno spedita della prima. Harstad rallenta, accosta, tira quasi il treno a mano. Ma dopotutto non si può sempre andare a cento all’ora: l’autore non fa altro che adeguare la prosa al buio delle Far Øer, allo smarrimento dei personaggi, alle luci e alle ombre che che costellano le loro relazioni.
Supercit.:

Non tutti vogliono dirigere un’azienda. Non tutti vogliono essere i più grandi campioni del paese o far parte di svariati consigli d’amministrazione, non tutti vogliono avere i migliori avvocati, non tutti vogliono aprire gli occhi ogni mattina sul trionfo o la rovina nei titoli di giornale. Qualcuno vuol essere la segretaria che resta fuori quando si chiudono le porte della riunione, qualcuno vuole guidare la macchina del capo anche il giorno di Pasqua, qualcuno vuole eseguire l’autopsia del quindicenne che si è suicidato una mattina di gennaio, e l’hanno ritrovato in acqua una settimana dopo. Qualcuno non vuole andare in tivù, alla radio, sui giornali. Qualcuno vuole vedere il film, non esserci dentro. Qualcuno vuol fare il pubblico. Qualcuno vuol essere una ruota dell’ingranaggio. Non perché è costretto, ma perché lo vuole. Una pura questione matematica.

Consigliato a: chiunque senta o abbia sentito il bisogno di staccare, di tirare il fiato ed estraniarsi da tutto ciò che ci circonda; estimatori dei paesaggi mozzafiato del Nord Europa; giocatori incalliti di Trivial Pursuit.
Curiosità: i macrocapitoli del libro prendono il nome da quattro album dei Cardigans, gruppo pop rock svedese che nei gloriosi Anni ’90 ha avuto un discreto successo anche in Italia.

#07

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Cosa: Le anime morte
Chi: Nikolaj Vasil’evič Gogol’
Dove: Russia
Quando: 1842
Come: italiano (1983, edizione De Agostini, traduzione di M. Silvestri La Penna – che ovviamente non è l’edizione della fotografia)
Perché: perché dopo aver letto Il Maestro e Margherita di Bulgakov mi sono preso bene con la letteratura russa. Non durerà, eh, sia chiaro.
E l’originale? Мёртвые души
Sunto: a dispetto del titolo da psycho-horror di bassa lega, la storia narrata da quel baffetto impertinente di un Gogol’ scorre su toni piuttosto vivaci, se non allegri – per quanto possa essere allegra una satira sociale sulla Russia del primo Ottocento.
Pavel Ivanovič Čičikov, protagonista del romanzo, è un avido scapolone panzuto che cerca in tutti i modi di acquistare servi della gleba appartenenti ad altri proprietari terrieri. Piccolo problema: i servi della gleba (detti anche anime, secondo il linguaggio dell’epoca) sono tutti morti. Non tutti tutti, eh, solo quelli che vuole comprare Čičikov. Necrofilia? Psicopatia? Sindrome da shopping compulsivo ante-litteram? No: il panzone vuole soltanto guadagnare due o tre palanche in più sfruttando qualche strano cavillo fiscale. Lo so, siete delusi, speravate nella necrofilia: pazienza. In ogni caso Čičikov si rivolge a proprietari quantomeno pittoreschi e, ricorrendo a ogni tipo di balla, quasi sempre ottiene ciò che vuole. Riuscirà il nostro eroe a tenere nascosto il vero fine dei suoi magheggi?
Bonus: un pregiudizio comune sulla letteratura russa del primo Ottocento vede ridurre ogni volume a elementi quali “mattone indigeribile”, “descrizioni infinite” e – come ha scritto il buon Gintoki da qualche parte – “qualcuno che, senza apparenti motivi, a metà libro si incazza tantissimo e poi sviene”. Invece Le anime morte fa sorridere! PIÙ VOLTE! E considerate che io ho una soglia dell’umorismo molto alta: ai lettori meno difficili scapperà pure qualche risatina. E poi, va be’, i personaggi sono tutti caratterizzati a puntino, come «l’orso» Sobakevič o Nozdrev lo sborone.
Malus: non è un malus dell’opera in sé, ma ci tengo a far presente che l’edizione del libro gentilmente messa a disposizione dalla mia biblioteca di fiducia assomiglia parecchio – per forma e colore – a un’austera Bibbia di inizio Novecento. Credo si spieghino così le diverse occhiate sdegnose ricevute in treno dai colleghi pendolari (che poi uno, su un regionale via Carnate, avrebbe tutto il diritto a cercare un po’ di conforto spirituale, ché alla fine ogni viaggio su quei macinini è un atto di fede).
Supercit: con queste parole commoventi Čičikov padre educa Čičikov figlio:

«Bada, Pavluša: studia, non far sciocchezze né monellerie, ma soprattutto cerca di renderti gradito ai maestri e ai superiori. Se ti renderai gradito ai superiori, anche se non riuscirai nelle scienze e Dio non ti avrà dato ingegno, tuttavia farai strada e supererai tutti. Coi compagni non far comunella: non t’insegneranno niente di buono; ma se proprio dovrai farla, allora falla con quelli più ricchi, perché in caso di bisogno possano riuscirti utili. Non offrire niente a nessuno, ma piuttosto comportati in modo che offrano a te, e soprattutto risparmia e serba il soldo: questa è la cosa più fida che ci sia al mondo. Il compagno o l’amico ti gabberà e nei guai sarà il primo a tradirti, ma il soldo non ti tradirà, qualunque sia il guaio in cui ti trovi. Colo soldo farai tutto e sfonderai tutto a questo mondo».

Consigliato a: chi vuole confrontarsi per la prima volta con la letteratura russa ma non si sente ancora pronto per Dostoevskij o Tolstoj; aspiranti arrampicatori sociali.
Curiosità: Gogol’ scrisse Le anime morte mentre si trovava a Roma. Sull’esempio della Commedia dantesca, voleva dividere l’opera in tre volumi: il primo è l’unico compiuto, del secondo restano pochi capitoli (Gogol’ stesso ne bruciò il manoscritto), il terzo non è mai stato scritto.

#08

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Cosa: Trilogia della città di K. (Il grande quaderno – La prova – La terza menzogna)
Chi: Ágota Kristóf
Quando: 1986 – 1988 – 1991
Dove: Svizzera (dal 1956 paese adottivo della scrittrice, nata in Ungheria)
Come: italiano (edizione Einaudi, 2005, traduzioni di Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana, Giovanni Bogliolo)
Perché: è un libro che mi girava in testa da anni. Senza apparenti motivi, peraltro. Forse era saltato fuori durante un corso di letteratura italiana (!) all’università, con la prof che, in genere, ogni due per tre strillava «CAPOLAVORO IMPERDIBILE DELLA LETTERATURA MONDIALE» e tu, lettore avido ma studente scettico, che pensavi “sticazzi” e continuavi a fare scarabocchi sul quaderno degli appunti. O a guardare le tette della compagna di banco. O a fare scarabocchi sulle tette della comp… ok, basta.
E l’originale? Le grand cahier – La preuve – La troisième mensogne
Sunto: avete presente quei libri che, di pagina in pagina, vi si infilano nel cuoricino per depositare sorrisi, carezze e buoni sentimenti? Quei libri che emanano una calda ondata di positività, che vi fanno guardare il mondo con occhi più buoni, più comprensivi, più speranzosi? Ecco, la Trilogia non è niente di tutto questo. C’è la guerra, più di una a dire il vero. Ci sono due gemelli, Lucas e Claus, una mamma che li affida alla nonna, un’arpia puzzolente, perché non può più badare a loro. C’è un quaderno, in cui i gemelli scrivono tutto quello che succede: solo i fatti «veri», però, niente spazio per i sentimenti. E poi ci sono dolore, violenza, scheletri, assassinii, suicidi, solitudine, traumi fisici, disturbi psichici e cinismo, vagonate di cinismo, soprattutto nel primo libro. E il fatto che Kristóf abbia riscritto il tutto quattordici volte prima della pubblicazione vi dà un’idea piuttosto precisa della vita allegra e spensierata che la povera donna deve aver vissuto.
Bonus: l’autobiografismo – non perché io voglia male alla sig.ra Kristóf, ma perché la splendida crudezza di alcuni episodi può solo derivare da fatti realmente accaduti; la sintassi – spezzettata, secca, necessariamente elementare (dopotutto Kristóf non scriveva nella sua lingua madre); l’unhappy ending, ma proprio unhappy che più unhappy non si può.
Malus: con La terza menzogna la narrazione, che ne Il grande quaderno aveva fatto della linearità un punto di forza, e che con La prova si era fatta meno immediata senza però intaccare la scorrevolezza della lettura, va bellamente a meretrici. L’intreccio si fa complicato, cervellotico perfino, così che per ricostruire la fabula dei tre volumi bisognerebbe mettersi lì con carta e penna a disegnare freccette e schemini. Oppure affidarsi a Wikipedia, una delle due.
Supercit.:

Siamo nudi. Ci colpiamo l’un l’altro con una cintura. Diciamo a ogni colpo:
– Non fa male.
Colpiamo più forte, sempre più forte. Passiamo le mani sopra una fiamma. Ci incidiamo una coscia, il braccio, il petto con un coltello e versiamo dell’alcol sulle ferite. Ogni volta diciamo:
– Non fa male.
Nel giro di poco tempo non sentiamo effettivamente più nulla. È qualcun altro che ha male, è qualcun altro che si brucia, che si taglia, che soffre. Non piangiamo più.

Consigliato a: lettori in cerca di cattivi sentimenti (perché il lieto fine, un po’ come la musica balcanica, ha rotto i coglioni); cultori delle strazianti biografie dei tempi di guerra; diabetici.
Curiosità imperdibile per gli amanti degli accenti strani: la “città di K.” citata nel titolo dell’edizione italiana è Kőszeg, città ungherese che sorge sul torrente Gyöngyös, in cui Kristòf ha vissuto da piccola (nella città, non nel torrente).

Gulp! CLIC su Blonk! (A Filippo Tommaso Marinetti piace questo elemento)

Avete presente la rubrica CLIC, quella in cui straparlo dei libri letti durante le sedute di pendolarismo via Carnate (rubrica che, peraltro, ultimamente coincide col 100% degli articoli di questo blog, ma vedrò di diversificare i contenuti, promesso)?

Ebbene, la rubrica è piaciuta ai signori di una piccola casa editrice digitale, Blonk, con cui avevo collaborato anni fa per la pubblicazione di un manualetto – che oggi riscriverei da capo a piedi, ma questo è un altro discorso. I suddetti signori mi hanno chiesto se avevo voglia di portare CLIC su un blog ospitato dal loro sito, e io ho detto «sì, va bene, sepoffà». Ed ecco che quindi, magno cum gaudio, vi annunzio che il primo post è online (al momento su Chrome il layout è tutto sballato, su Firefox, IE e Safari tutto ok).

No, il mio nome non c’è, e m’hanno appiccicato un etichetta che non mi convince del tutto, ma perlomeno nei contenuti dovrei avere carta bianca. La cadenza dovrebbe essere settimanale, il che implica recensire un libro a settimana, il che implica leggere un libro a settimana, il che rappresenta un impegno – piacevole, ma pur sempre un impegno – e al tempo stesso uno stimolo a macinare pagine su pagine.

Fine della propaganda. Metterò magari un bannerino sulla colonna a destra, come ho fatto per Ninety-nine News (come non sapete cos’è Ninety-nine News? Redimetevi e rimediate, ORA!); dicevo, metterò un link nella sidebar ma, oltre a questo, non vi romperò più le scatole. E ovviamente il consueto post CLIC di inizio mese continuerà a essere pubblicato.

Ah, il libro di questa settimana è sconosciuto e malinconico e bellissimo.

CLIC (Consigli Letterari Indubbiamente Contestabili) – XI

Nonostante sia stata presa la solenne decisione di dedicare ai libri le ore di passione trascorse a bordo degli scricchiolanti, stridenti e stordenti convogli Trenord, nei ventotto giorni di febbraio è stata completata la lettura di un solo volume. Mica un volume qualsiasi, però.

#05

Cosa: Il Maestro e Margherita
Chi: Michail Afanas’evič Bulgakov
Quando: 1939 – ma pubblicato per la prima volta in edizione completa solo nel 1969
Come: italiano (Mondadori, 1995, traduzione di M. S. Prina)
Perché: ogni tanto capita che un libro, del tutto ignorato fino a un dato momento, cominci ad apparirti davanti agli occhi in ogni forma possibile e immaginabile – in libreria, sul web, tra amici. È il libro che sceglie te, e non viceversa, e tu puoi solo piegarti al suo volere.
E l’originale? Мастер и Маргарита
Sunto: due esponenti dell’élite letteraria russa discettano dell’esistenza di Dio mentre camminano nella Mosca del primo dopoguerra. Alla conversazione si unisce quindi un terzo personaggio, apparso dal nulla e a prima vista piuttosto stravagante, tale Woland, il quale ridendo e scherzando predice la morte per decapitazione di Berlioz, uno dei due letterati. Berlioz è scettico, scettico e strafottente, del tipo “sì sì, certo, come no!”, eppure cinque minuti dopo la sua testa rotola inerte sull’asfalto moscovita, mozzata dalle ruote di un tram. È l’inizio – grottesco, disarmante, spettacolare – di un’incredibile serie di eventi, quasi tutti causati da Woland (che non è uno strambo qualunque, ma Satana in persona) e dai suoi bizzarri compagnoni. Ma c’è anche un secondo piano narrativo, il cui protagonista è Ponzio Pilato, procuratore di Giudea. E c’è pure la vicenda del Maestro e di Margherita, i personaggi che danno il titolo al libro. Insomma: un’opera ricchissima, cui nessun sunto balordo potrà mai rendere giustizia.
Bonus: posso dire TUTTO? No? Allora scelgo Behemot, che nel corso del libro è diventato un idolo indiscusso: un enorme gatto nero dalla fine eloquenza, capace, tra le varie cose, di camminare sulle zampe posteriori e maneggiare senza problemi una pistola. Vivace e malizioso, ora distaccato ora irascibile, nella mia mente perversa ha assunto le sembianze del felino in copertina sull’ultima edizione Feltrinelli dell’opera, ma con la voce del doppiatore italiano di Doraemon, solo più maligna.
Malus: non ne ho trovati. Se per voi ce ne sono, vi ascolto e ne parliamo. Si può questionare invece la qualità della traduzione, che in diversi punti risulta datata, ma in fin dei conti in libreria si trovano edizioni più recenti e – almeno sotto questo punto di vista – migliori.
Supercit.:

“Dovrai fartene una ragione,” ribatté Woland, e un sorriso di scherno gli torse la bocca. “Non hai fatto in tempo a comparire sul tetto, che già hai commesso uno sciocco errore, e ti dirò qual è: l’intonazione della tua voce. Hai pronunciato le tue parole come se non riconoscessi l’esistenza delle ombre, e nemmeno del male. Non vuoi invece essere così buono da riflettere sulla questione: che cosa avrebbe fatto il tuo bene se non fosse esistito il male, e che aspetto avrebbe la terra se da lei scomparissero le ombre? Sono le cose e le persone che generano le ombre. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono anche le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Non vorrai forse scorticare l’intera sfera terrestre, strappandole di dosso tutti gli alberi e tutto ciò che è vivo, per la tua fantasia di abbandonarti al godimento della nuda luce? Sei stupido.”

Consigliato a: un po’ a tutti, perché è un romanzo che contiene mille e uno generi, ma in particolare a chi si è scontrato con la letteratura russa e ne è uscito sconfitto (perché Dosotevskij è un figo, ma Bulgakov è un figo che si fa leggere più facilmente), alle bestie di Satana e ai fan di Doraemon disposti a vedere il loro beniamino in chiave meno gioiosa.
Curiosità: ne Il Maestro e Margherita c’è spazio per tutto, anche per l’autobiografismo – Bulgakov stesso, come il Maestro del libro, aveva dato alle fiamme la prima edizione del romanzo. Ma, come dice Woland, «i manoscritti non bruciano». E se lo dice lui, non so voi, ma io mi fido.