Sapiens (fino a un certo punto)

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Cosa: Sapiens – Da animali a dèi – Breve storia dell’umanità

Chi: Yuval Noah Harari

Quando: 2011

Dove: Israele

Come: italiano (traduzione di Giuseppe Bernardi, Giunti Editore)

Perché: libro regalatomi e descrittomi come saggio imprescindibile a cui dedicarsi con monacale devozione al fine ultimo di raggiungere l’Estasi Cerebrale Suprema.

E l’originale? Sapiens – From Animals into Gods: A Brief History of Mankind

Sunto: Si parte dall’inizio che più inizio non si può – dal Big Bang, dunque – e si arriva ai giorni nostri, forse non proprio al governo gialloverde e agli isterismi di Icardi e Wanda Nara, ma poco ci manca. Nel mezzo, come da sottotitolo, una breve storia dell’umanità: ampie riflessioni sulla preistoria, spunti vari sulla scrittura, il denaro e il potere, sciabolate morbide dall’animismo al cristianesimo, fino alle inevitabili congetture su ciò che il futuro ci riserva. La specie Sapiens lascerà spazio al superuomo? Saremo circondati da tanti piccoli Avengers? La risposta è: chi lo sa (però, nel dubbio, speriamo di no).

Bonus: per citare l’élite intellettuale londinese del primo Novecento, il buon Harari “knows his shit”. I temi affrontati sono molteplici e spesso ostici, specie quando li si deve analizzare in poche pagine, ma l’autore riesce nell’intento con chiarezza, competenza e – tutto sommato – anche una discreta eleganza. La caterva di note a pié di pagina, ammassate a fine libro, lascia un’ottima impressione in merito alla veridicità di quanto argomentato o descritto (nella speranza che la fonte non sia Lercio). La metodicità di Harari, la sua capacità di affrontare lo scibile umano e condensarlo in 500 pagine, è qualcosa di commovente.

Malus: voi leggereste mai un’enciclopedia? Non dico consultarla, proprio leggerla. Preparare una tisana, mettervi sotto le coperte e leggere un volume di enciclopedia da cima a fondo, come un romanzo o – per i meno ambiziosi – un articolo di BuzzFeed. A meno che non siate personcine particolarmente perverse, la risposta è “no”. E sapete il perché? Perché nel giro di cinque minuti sareste tra le braccia di Morfeo. Il rischio che corre il lettore di Sapiens è proprio questo: l’abbiocco fulminante. La narrazione di Harari è limpida, i suoi studenti saranno ben lieti di averlo come professore, ma l’approccio didattico, alla lunga, può risultare monocorde e, spiace dirlo, noioso. L’autore prova ogni tanto ad alleggerire il tono della narrazione, ma sono tentativi blandi, tiri telefonàti che non impensieriscono il portiere avversario. Ci sarà un motivo se Sapiens è stato celebrato a destra e a manca, ma per i miei gusti manca quella scintilla, quel guizzo vitale che permette ai migliori saggisti di intrattenere, oltre a informare.

Supercit. Quando Harari tratteggia il futuro dei Sapiens, nubi minacciose si stagliano all’orizzonte:

Nonostante le cose sorprendenti che gli umani sono capaci di fare, restiamo incerti sui nostri obiettivi e sembriamo scontenti come sempre. Siamo passati dalle canoe alle galee, dai battelli a vapore alle navette spaziali, ma nessuno sa dove stiamo andando. Siamo più potenti di quanto siamo mai stati, ma non sappiamo che cosa fare con tutto questo potere. Peggio di tutto, gli umani sembrano più irresponsabili che mai. Siamo dèi che si sono fatti da sé, a tenerci compagnia abbiamo solo le leggi della fisica, e non dobbiamo render conto a nessuno. Di conseguenza stiamo causando la distruzione dei nostri compagni animali e dell’ecosistema circostante, ricercando null’altro che il nostro benessere e il nostro divertimento, e per giunta senza essere mai soddisfatti.

Consigliato a: chiunque cerchi al contempo nozioni di storia, archeologia, filosofia, economia, fisica, sociologia, etica e molto altro ancora. Mi raccomando: assumere con cautela.

Curiosità: a Sapiens hanno fatto seguito Homo Deus. Breve storia del futuro (2016) e 21 lezioni per il XXI secolo (2018).

Spoiler alert: si stava meglio quando si stava peggio.

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Sangue. Morte. E. Altre. Amenità.

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Cosa: Il selvaggio

Chi: Guillermo Arriaga

Quando: 2016

Dove: Messico/USA/Canada

Come: italiano (traduzione di Bruno Arpaia, Bompiani, 2018)

Perché: perché un giro alla Feltrinelli di Porta Garibaldi lo si fa sempre volentieri, soprattutto quando dal nulla compaiono opuscoli dal titolo “100 libri per l’estate”.

E l’originale? El salvaje

Sunto: nella brutale Città del Messico degli anni Settanta, il giovane Guillermo convive con il fantasma del fratello gemello, morto strangolato durante il parto. Poi deve convivere con la brutta fine del fratello maggiore (un ventenne hipster ante litteram a capo di un fruttuoso traffico di morfina e LSD, quindi malvisto dalla polizia e dai facinorosi gruppi rivali, quindi assassinato nell’omertà più assoluta). A fare loro compagnia arrivano la nonna, spentasi sul divano senza che nessuno se ne accorgesse, e i genitori, artefici e vittime di un incidente stradale cercato per porre fine al loro dolore.

Bella la preadolescenza, eh, Guillermo?

A tenere il protagonista a galla sono: Chelo, vitale ragazza appassionata di peni; King, adorabile cane fifone; Avilés, panzuto domatore di bestie feroci; e, in un certo senso, Colmillo, un lupo che Guillermo decide di addomesticare in casa, giusto perché mantenere integro almeno il mobilio, nella sfiga generale, gli faceva probabilmente schifo.
Mentre Guillermo cerca di compiere la sua vendetta, l’autore intreccia le vicende del cacciatore Amaruq, del lupo Nujuaqtutuq (sic), del buon ingegner/allevatore Mackenzie e di altri personaggi minori in settecentocinquantadue intense pagine.

Bonus: Il selvaggio è un romanzo a tinte fortissime con un suo perché. La narrazione ambientata in Messico appare tutto sommato credibile e convincente, Guillermo – poraccio – è un protagonista al contempo tosto e fragile, ben definito, così come valide sono le spalle Chelo e Avilés.

Malus: Ci sono tante piccole cose che non mi tornano, ma a darmi fastidio, più in generale, è soprattutto la sensazione che, dopo una prima parte ispirata, Arriaga abbia messo da parte l’estro e si sia affidato alla pura, fredda, triste logica per far quadrare i conti e arrivare a un’unione dei due filoni principali – le sanguinose avventure di Guillermo e il rispetto letale tra Amaruq e Nujuaqtutuq – che pare davvero forzata. Anonimi i capitoli dedicati a Mackenzie, scialba la voce narrante, improbabile l’incontro con l’improbabile veterinario. Ce lo vedo, Arriaga, che si fa uno schemino delle narrazioni su un foglio (a quadretti) e cerca di capire cosa inventarsi per farle combaciare. È come quando col tema in classe impiegavo ore a costruire epiche argomentazioni, mi accorgevo che mancavano dieci minuti alla fine e buttavo giù una chiusura stitica e affrettata giusto per far incastrare tutti i pezzi.
(Per giunta qui il finale è quasi offensivo nella sua banalità.)

Supercit. Roba allegra:

«Chiunque abbia visto morire un essere vivente sa che la morte non arriva in maniera definitiva e totale. La morte è un’ondata di piccole morti. Non siamo individui, ma la somma di cellule che si raggruppano per dar forma a ciò che crediamo sia un individuo. La morte non è altro che la morte di un insieme di molteplici esseri viventi. I tessuti non finiscono di colpo, ma vanno spegnendosi uno dopo l’altro».

Consigliato a: ammiratori di Quentin Tarantino, Jack London e Jimi Hendrix. E ai fan della letteratura non convenzionale, quella in cui l’autore, bello pacifico, sta portando avanti un discorso tranquillo e. Poi. Sangue. Dal nulla. Morte. Sangue. Si mette. Ma perché? Sangue. A Scrivere. Ho già detto sangue? Così.
Per non parlare dei potenti attacchi di SafranFoerismo (a.k.a. calligrammi).

Curiosità: Arriaga ha sceneggiato diversi film del regista Alejandro Iñárritu, noto alle masse per Birdman (4 Oscar nel 2015) e Revenant (3 Oscar 2016).

[FM18] Il mercatino delle pulci

Football Manager è un videogioco manageriale di simulazione calcistica. All’indomani della clamorosa mancata qualificazione dell’Italia dai mondiali di Russia 2018, gli obiettivi sono due:

– salvare il Benevento dalla retrocessione;
– diventare CT della Nazionale azzurra.

Qui gli scorsi episodi: #0 Ventura scànsate, #1 Di tamarri, Bostik e malattie veneree, #2 Clamoroso al Vigorito, #3 Formiche azzurre e bulldozer tamarri, #4 Come il gol di Brignoli, #5 Piccoli problemi di cuore, #6 Spareggioni soporiferi, #7 Caduta libera


 

A Benevento è il 31 dicembre 2017 e, per accogliere l’anno nuovo, i nostri giocatori postano foto di dubbio gusto su Instagram, tra hashtag insensati, bottiglie di vodka dell’Eurospin e fuochi d’artificio illegali (procurati da Ciciretti, pusher delle grandi occasioni). La truppa sembra ancora in buono spirito, nonostante le nove partite senza vittoria che hanno segnato novembre e dicembre. Invece la dirigenza, in stile paperoniano, celebra il 2018 concedendosi soltanto del pane raffermo e due gocce di gazzosa. L’obiettivo è investire ogni euro rimasto in cassa nel calciomercato invernale, nella remota speranza che qualche ingenuo peone 1) accetti di giocare per le Streghe e 2) si accontenti di due bruscolini e una pacca sulla spalla come stipendio.

Il primo passo consiste nel recuperare un po’ di margine di manovra e quindi sfoltire la rosa, per evitare che il mercato del Benevento finisca come un tentativo di parcheggio a S di una Volvo nello spazio destinato a una Smart. Rischiamo di restare con i giocatori contati per il resto della stagione, è vero, ma non ci sono grandi alternative – oltre ad accontentarsi della mediocrità imperante, of course.

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Pronti, via e interrompiamo il prestito di Brignoli dalla Juventus. Sì, proprio QUEL Brignoli. Al netto delle cappellate quindicinali Belec il Bianco è un portiere decente per il nostro livello e non ha molto senso tenere in rosa un portiere leggermente inferiore destinato a fare panchina. Il terzo portiere (Piscitelli) viene promosso a secondo senza apparenti meriti sportivi – la comunità accende un cero a S. Bartolomeo e prega che Belec non si infortuni mai.

La difesa preoccupa assai. A destra il promettente Gyamfi ha ormai superato nelle gerarchie lo sciagurato Letizia, mentre a sinistra Di Chiara è l’unico giocatore di ruolo (ed è stato imbarazzante nelle ultime partite). Sì, ci serve un terzino sinistro. Al centro abbiamo quattro difensori discreti sulla carta ma catalettici in partita. Lucioni, il capitano, è in scadenza di contratto e ha il coraggio di chiedere un rinnovo al doppio del suo stipendio attuale. In gruppo non è ben visto, il suo contratto scade a breve, nel suo ruolo ci sono almeno due alternative. Mmm. Capitano, facciamo che ti vendo?

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La mossa è disperata ma la Spal, ultimissima in classifica con 9 punti, è talmente messa male da sborsare 800.000€ per una riserva in scadenza di contratto. Il capitano se ne va, la piazza rumoreggia ma la dirigenza gongola e respira. Anche Djimsiti (in prestito dall’Atalanta) chiede di andarsene causa scarso minutaggio, ma non possiamo accontentarlo e restare poi con soli due difensori centrali. Djimsiti si incazza – reazione del tutto prevedibile – ma dovrà farsene una ragione.

Per il centrocampo, zona imbottita di prestiti, sarebbe utile avere qualche giocatore di proprietà. Con Ciciretti inamovibile a destra, servirebbe un’ala sinistra e qualcuno per far compagnia a Yurchenko in mezzo. Gli scout del club vengono spediti a destra e manca, ma pure lo staff è scarso, e prima di ricevere una relazione su un giocatore passano interi mesi. Ed è così che, nel cercare un’ala sinistra giovane, rapida e letale, finiamo col comprare Stephen Quinn.

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A quasi 32 anni, Stephen “Rosso Malpelo” Quinn è al tramonto della carriera, ma il 18 in determinazione, il 17 in impegno e il prezzo modico (100.000 €) hanno avuto la meglio su qualsiasi ragionamento logico e assennato. Centosessantotto centimetri di tempra irlandese, un buon piede sinistro e numerose bottiglie di Guinness stappate con i denti sono doti che la squadra accoglie più che volentieri. Potrebbe essere un affare o un clamoroso flop – in ogni caso è un irlandese a Benevento, e già questo è motivo di gaudio.

Nel frattempo c’è da giocare la trasferta contro la Juve. Data la differenza tra le squadre in campo, tra i titolari finiscono i borbottanti Djimsiti e Venuti, nella speranza che ne prendano talmente tante da chiedere in ginocchio di tornare in panchina o, ancora meglio, in tribuna. La partita va come previsto (3 gol e 3 traverse per la Juve, il nulla cosmico per noi), cui si aggiunge l’umiliazione di Höwedes – mein Gott –  premiato come migliore in campo. Belec si rende protagonista di un altro errore grossolano, ma meglio contro la Juve che in uno scontro salvezza.

Scontro salvezza che, peraltro, arriva subito dopo, contro il Verona. Noi siamo finiti in 14a posizione – ricordate i tempi in cui prendevamo a pallonate il Milan a San Siro? – mentre loro sono 17esimi, a un passo dalla zona retrocessione. Due squadracce in forma oscena, e infatti nessuno biasima i pochi tifosi che arrivano al Vigorito per la partita.

Djimsiti e Venuti, che la notte continuano a sognarsi Höwedes, tornano in panca, rimpiazzati da Costa e Di Chiara. A sinistra parte di nuovo Quinn, con D’Alessandro a destra e Ciciretti acciaccato pronto a subentrare. L’unico azzardo della formazione è in attacco, dove al posto di Coda c’è Armenteros – pure lui pronto a cambiare aria dopo manco sei mesi a Benevento, magari in direzione USA, dove sta incantando con la sua classe.

Dopo trenta secondi la partita è già a un bivio, con Büchel che trattiene D’Alessandro in area e ci regala un rigore. Il gioco mi chiede chi voglio far tirare: scelgo Armenteros. Sul dischetto va Cataldi. Palo pieno. Alé.

La prevedibile conseguenza è che il Verona si ripiglia, si stabilizza, attacca e segna. Lanzafame – quello che Tuttosport aveva indicato come il nuovo Cristiano Ronaldo ormai una vita fa – pesca dal nulla Cerci in area, e il guru conclamato di Robben non sbaglia davanti a Belec. Il morale dei nostri è ai minimi storici, e infatti nessuno si stupisce quando arriva il secondo gol, con Büchel che – solerrimo nell’area piccola – segna di testa.

All’intervallo chiedo cortesemente a Di Chiara di uscire non dal campo, ma dallo stadio. Anzi, che andasse dritto a casa e iniziasse a valutare un passaggio in Seconda Categoria. Il resto della truppa viene presa a insulti e bottigliate. Gli occhi di Quinn iniziano a brillare: finalmente si sente a casa. Da lui parte un monologo motivazionale in irlandese stretto. Nessuno capisce una beata fava, ma l’atmosfera nello spogliatoio è elettrica.

Poco dopo il rientro in campo Lazaar (ala schierata terzino al posto di quell’immondo di Di Chiara) si prodiga in un lancio ignorante dal limite della sua area. Armenteros rincorre il pallone, i difensori del Verona, stranamente, no: 1-2. E un minuto dopo D’Alessandro taglia il campo con una Sciabolata Morbida©, Quinn riceve, sprinta e mette in mezzo per Cataldi che espia il peccato di inizio partita e pareggia.

Il Benevento prende a pallate il Verona, il gol del sorpasso è maturo ma sembra non arrivare mai. Solo all’80°, con gli ospiti che pasticciano nel difendere un calcio d’angolo, Costa trova il gol che potrebbe rilanciare la stagione delle Streghe. I minuti finali sono uno strazio, parcheggiamo giusto quei due o tre autobus davanti a Belec e alla fine il risultato dice 3-2 Benevento. La classifica non cambia, ma il morale sì, e parecchio.

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