Sangue. Morte. E. Altre. Amenità.

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Cosa: Il selvaggio

Chi: Guillermo Arriaga

Quando: 2016

Dove: Messico/USA/Canada

Come: italiano (traduzione di Bruno Arpaia, Bompiani, 2018)

Perché: perché un giro alla Feltrinelli di Porta Garibaldi lo si fa sempre volentieri, soprattutto quando dal nulla compaiono opuscoli dal titolo “100 libri per l’estate”.

E l’originale? El salvaje

Sunto: nella brutale Città del Messico degli anni Settanta, il giovane Guillermo convive con il fantasma del fratello gemello, morto strangolato durante il parto. Poi deve convivere con la brutta fine del fratello maggiore (un ventenne hipster ante litteram a capo di un fruttuoso traffico di morfina e LSD, quindi malvisto dalla polizia e dai facinorosi gruppi rivali, quindi assassinato nell’omertà più assoluta). A fare loro compagnia arrivano la nonna, spentasi sul divano senza che nessuno se ne accorgesse, e i genitori, artefici e vittime di un incidente stradale cercato per porre fine al loro dolore.

Bella la preadolescenza, eh, Guillermo?

A tenere il protagonista a galla sono: Chelo, vitale ragazza appassionata di peni; King, adorabile cane fifone; Avilés, panzuto domatore di bestie feroci; e, in un certo senso, Colmillo, un lupo che Guillermo decide di addomesticare in casa, giusto perché mantenere integro almeno il mobilio, nella sfiga generale, gli faceva probabilmente schifo.
Mentre Guillermo cerca di compiere la sua vendetta, l’autore intreccia le vicende del cacciatore Amaruq, del lupo Nujuaqtutuq (sic), del buon ingegner/allevatore Mackenzie e di altri personaggi minori in settecentocinquantadue intense pagine.

Bonus: Il selvaggio è un romanzo a tinte fortissime con un suo perché. La narrazione ambientata in Messico appare tutto sommato credibile e convincente, Guillermo – poraccio – è un protagonista al contempo tosto e fragile, ben definito, così come valide sono le spalle Chelo e Avilés.

Malus: Ci sono tante piccole cose che non mi tornano, ma a darmi fastidio, più in generale, è soprattutto la sensazione che, dopo una prima parte ispirata, Arriaga abbia messo da parte l’estro e si sia affidato alla pura, fredda, triste logica per far quadrare i conti e arrivare a un’unione dei due filoni principali – le sanguinose avventure di Guillermo e il rispetto letale tra Amaruq e Nujuaqtutuq – che pare davvero forzata. Anonimi i capitoli dedicati a Mackenzie, scialba la voce narrante, improbabile l’incontro con l’improbabile veterinario. Ce lo vedo, Arriaga, che si fa uno schemino delle narrazioni su un foglio (a quadretti) e cerca di capire cosa inventarsi per farle combaciare. È come quando col tema in classe impiegavo ore a costruire epiche argomentazioni, mi accorgevo che mancavano dieci minuti alla fine e buttavo giù una chiusura stitica e affrettata giusto per far incastrare tutti i pezzi.
(Per giunta qui il finale è quasi offensivo nella sua banalità.)

Supercit. Roba allegra:

«Chiunque abbia visto morire un essere vivente sa che la morte non arriva in maniera definitiva e totale. La morte è un’ondata di piccole morti. Non siamo individui, ma la somma di cellule che si raggruppano per dar forma a ciò che crediamo sia un individuo. La morte non è altro che la morte di un insieme di molteplici esseri viventi. I tessuti non finiscono di colpo, ma vanno spegnendosi uno dopo l’altro».

Consigliato a: ammiratori di Quentin Tarantino, Jack London e Jimi Hendrix. E ai fan della letteratura non convenzionale, quella in cui l’autore, bello pacifico, sta portando avanti un discorso tranquillo e. Poi. Sangue. Dal nulla. Morte. Sangue. Si mette. Ma perché? Sangue. A Scrivere. Ho già detto sangue? Così.
Per non parlare dei potenti attacchi di SafranFoerismo (a.k.a. calligrammi).

Curiosità: Arriaga ha sceneggiato diversi film del regista Alejandro Iñárritu, noto alle masse per Birdman (4 Oscar nel 2015) e Revenant (3 Oscar 2016).

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[FM18] Il mercatino delle pulci

Football Manager è un videogioco manageriale di simulazione calcistica. All’indomani della clamorosa mancata qualificazione dell’Italia dai mondiali di Russia 2018, gli obiettivi sono due:

– salvare il Benevento dalla retrocessione;
– diventare CT della Nazionale azzurra.

Qui gli scorsi episodi: #0 Ventura scànsate, #1 Di tamarri, Bostik e malattie veneree, #2 Clamoroso al Vigorito, #3 Formiche azzurre e bulldozer tamarri, #4 Come il gol di Brignoli, #5 Piccoli problemi di cuore, #6 Spareggioni soporiferi, #7 Caduta libera


 

A Benevento è il 31 dicembre 2017 e, per accogliere l’anno nuovo, i nostri giocatori postano foto di dubbio gusto su Instagram, tra hashtag insensati, bottiglie di vodka dell’Eurospin e fuochi d’artificio illegali (procurati da Ciciretti, pusher delle grandi occasioni). La truppa sembra ancora in buono spirito, nonostante le nove partite senza vittoria che hanno segnato novembre e dicembre. Invece la dirigenza, in stile paperoniano, celebra il 2018 concedendosi soltanto del pane raffermo e due gocce di gazzosa. L’obiettivo è investire ogni euro rimasto in cassa nel calciomercato invernale, nella remota speranza che qualche ingenuo peone 1) accetti di giocare per le Streghe e 2) si accontenti di due bruscolini e una pacca sulla spalla come stipendio.

Il primo passo consiste nel recuperare un po’ di margine di manovra e quindi sfoltire la rosa, per evitare che il mercato del Benevento finisca come un tentativo di parcheggio a S di una Volvo nello spazio destinato a una Smart. Rischiamo di restare con i giocatori contati per il resto della stagione, è vero, ma non ci sono grandi alternative – oltre ad accontentarsi della mediocrità imperante, of course.

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Pronti, via e interrompiamo il prestito di Brignoli dalla Juventus. Sì, proprio QUEL Brignoli. Al netto delle cappellate quindicinali Belec il Bianco è un portiere decente per il nostro livello e non ha molto senso tenere in rosa un portiere leggermente inferiore destinato a fare panchina. Il terzo portiere (Piscitelli) viene promosso a secondo senza apparenti meriti sportivi – la comunità accende un cero a S. Bartolomeo e prega che Belec non si infortuni mai.

La difesa preoccupa assai. A destra il promettente Gyamfi ha ormai superato nelle gerarchie lo sciagurato Letizia, mentre a sinistra Di Chiara è l’unico giocatore di ruolo (ed è stato imbarazzante nelle ultime partite). Sì, ci serve un terzino sinistro. Al centro abbiamo quattro difensori discreti sulla carta ma catalettici in partita. Lucioni, il capitano, è in scadenza di contratto e ha il coraggio di chiedere un rinnovo al doppio del suo stipendio attuale. In gruppo non è ben visto, il suo contratto scade a breve, nel suo ruolo ci sono almeno due alternative. Mmm. Capitano, facciamo che ti vendo?

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La mossa è disperata ma la Spal, ultimissima in classifica con 9 punti, è talmente messa male da sborsare 800.000€ per una riserva in scadenza di contratto. Il capitano se ne va, la piazza rumoreggia ma la dirigenza gongola e respira. Anche Djimsiti (in prestito dall’Atalanta) chiede di andarsene causa scarso minutaggio, ma non possiamo accontentarlo e restare poi con soli due difensori centrali. Djimsiti si incazza – reazione del tutto prevedibile – ma dovrà farsene una ragione.

Per il centrocampo, zona imbottita di prestiti, sarebbe utile avere qualche giocatore di proprietà. Con Ciciretti inamovibile a destra, servirebbe un’ala sinistra e qualcuno per far compagnia a Yurchenko in mezzo. Gli scout del club vengono spediti a destra e manca, ma pure lo staff è scarso, e prima di ricevere una relazione su un giocatore passano interi mesi. Ed è così che, nel cercare un’ala sinistra giovane, rapida e letale, finiamo col comprare Stephen Quinn.

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A quasi 32 anni, Stephen “Rosso Malpelo” Quinn è al tramonto della carriera, ma il 18 in determinazione, il 17 in impegno e il prezzo modico (100.000 €) hanno avuto la meglio su qualsiasi ragionamento logico e assennato. Centosessantotto centimetri di tempra irlandese, un buon piede sinistro e numerose bottiglie di Guinness stappate con i denti sono doti che la squadra accoglie più che volentieri. Potrebbe essere un affare o un clamoroso flop – in ogni caso è un irlandese a Benevento, e già questo è motivo di gaudio.

Nel frattempo c’è da giocare la trasferta contro la Juve. Data la differenza tra le squadre in campo, tra i titolari finiscono i borbottanti Djimsiti e Venuti, nella speranza che ne prendano talmente tante da chiedere in ginocchio di tornare in panchina o, ancora meglio, in tribuna. La partita va come previsto (3 gol e 3 traverse per la Juve, il nulla cosmico per noi), cui si aggiunge l’umiliazione di Höwedes – mein Gott –  premiato come migliore in campo. Belec si rende protagonista di un altro errore grossolano, ma meglio contro la Juve che in uno scontro salvezza.

Scontro salvezza che, peraltro, arriva subito dopo, contro il Verona. Noi siamo finiti in 14a posizione – ricordate i tempi in cui prendevamo a pallonate il Milan a San Siro? – mentre loro sono 17esimi, a un passo dalla zona retrocessione. Due squadracce in forma oscena, e infatti nessuno biasima i pochi tifosi che arrivano al Vigorito per la partita.

Djimsiti e Venuti, che la notte continuano a sognarsi Höwedes, tornano in panca, rimpiazzati da Costa e Di Chiara. A sinistra parte di nuovo Quinn, con D’Alessandro a destra e Ciciretti acciaccato pronto a subentrare. L’unico azzardo della formazione è in attacco, dove al posto di Coda c’è Armenteros – pure lui pronto a cambiare aria dopo manco sei mesi a Benevento, magari in direzione USA, dove sta incantando con la sua classe.

Dopo trenta secondi la partita è già a un bivio, con Büchel che trattiene D’Alessandro in area e ci regala un rigore. Il gioco mi chiede chi voglio far tirare: scelgo Armenteros. Sul dischetto va Cataldi. Palo pieno. Alé.

La prevedibile conseguenza è che il Verona si ripiglia, si stabilizza, attacca e segna. Lanzafame – quello che Tuttosport aveva indicato come il nuovo Cristiano Ronaldo ormai una vita fa – pesca dal nulla Cerci in area, e il guru conclamato di Robben non sbaglia davanti a Belec. Il morale dei nostri è ai minimi storici, e infatti nessuno si stupisce quando arriva il secondo gol, con Büchel che – solerrimo nell’area piccola – segna di testa.

All’intervallo chiedo cortesemente a Di Chiara di uscire non dal campo, ma dallo stadio. Anzi, che andasse dritto a casa e iniziasse a valutare un passaggio in Seconda Categoria. Il resto della truppa viene presa a insulti e bottigliate. Gli occhi di Quinn iniziano a brillare: finalmente si sente a casa. Da lui parte un monologo motivazionale in irlandese stretto. Nessuno capisce una beata fava, ma l’atmosfera nello spogliatoio è elettrica.

Poco dopo il rientro in campo Lazaar (ala schierata terzino al posto di quell’immondo di Di Chiara) si prodiga in un lancio ignorante dal limite della sua area. Armenteros rincorre il pallone, i difensori del Verona, stranamente, no: 1-2. E un minuto dopo D’Alessandro taglia il campo con una Sciabolata Morbida©, Quinn riceve, sprinta e mette in mezzo per Cataldi che espia il peccato di inizio partita e pareggia.

Il Benevento prende a pallate il Verona, il gol del sorpasso è maturo ma sembra non arrivare mai. Solo all’80°, con gli ospiti che pasticciano nel difendere un calcio d’angolo, Costa trova il gol che potrebbe rilanciare la stagione delle Streghe. I minuti finali sono uno strazio, parcheggiamo giusto quei due o tre autobus davanti a Belec e alla fine il risultato dice 3-2 Benevento. La classifica non cambia, ma il morale sì, e parecchio.

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[FM18] Caduta libera

Football Manager è un videogioco manageriale di simulazione calcistica. All’indomani della clamorosa mancata qualificazione dell’Italia dai mondiali di Russia 2018, gli obiettivi sono due:

– salvare il Benevento dalla retrocessione;
– diventare CT della Nazionale azzurra.

Qui gli scorsi episodi: #0 Ventura scànsate, #1 Di tamarri, Bostik e malattie veneree, #2 Clamoroso al Vigorito, #3 Formiche azzurre e bulldozer tamarri, #4 Come il gol di Brignoli, #5 Piccoli problemi di cuore, #6 Spareggioni soporiferi


Giugno si avvicina, la stagione calcistica è agli sgoccioli, e forse proprio per questo ha senso riportare alla luce le vicende virtuali del nostro amato Benevento.

Nonostante un girone di ritorno scoppiettante, le Streghe hanno pagato il nulla cosmico prodotto da agosto a gennaio, sei mesi in cui i numerosi carneadi in rosa (quali nonni racconteranno ai nipotini le imprese di Costa, Letizia e Di Chiara?) si sono prodotti in prestazioni deprimenti e sciagurate, con innumerevoli punti gettati via in zona Cesarini. L’arrivo del nuovo allenatore De Zerbi e la semi-rivoluzione del calciomercato di gennaio hanno portato un gioco nettamente più propositivo e alcune storiche vittorie, come quella a S. Siro contro il Milan, ma tutto ciò non è bastato.

Les jeux sont fait. Alea iacta est. L’è scapàda la quàja. Benevento di nuovo in B e già vedo appassionati secernere palate di nostalgico rimpianto per una squadra che entra di diritto tra le più scarse mai comparse in Serie A – anche se l’Ancona del 2003/04 resta irraggiungibile (e se “Ancona 2003/04” non vi dice niente, vi consiglio questo articolo per rinfrescarvi la memoria e spendere qualche lacrimuccia).

Ma accantoniamo il dovere di cronaca e passiamo al vero impulso di questa faceta narrazione, ovvero la stagione parallela di un Benevento in codice binario che su Football Manager vorremmo guidare a una tranquilla e gioiosa salvezza. Sebbene i giocatori in campo siano pressoché gli stessi zozzoni che hanno fatto retrocedere le Streghe ad aprile (a livello matematico, perché nell’anima erano retrocesse già a ottobre), nel gioco le corse e le pedate dei giallorossi sono state ben più foriere di soddisfazioni.

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Amichevoli prestagionali: una marcia regale. Primo impegno ufficiale: 1-0 cinico in Coppa Italia. Esordio in Serie A: pareggio in casa contro i sei (ormai sette) volte campioni d’Italia. E poi il pareggio a Roma, le vittorie con Milan e Napoli, le caterve di gol segnati e una difesa tutto sommato solida. Dopo dodici partite di campionato, i nostri eroi sono quinti con 22 punti e un glorioso +10 nella differenza reti.

E qui iniziano i dolori. A novembre il Benevento si spegne, si scompone, si liquefà. Tutto inizia con la sconfitta a Firenze raccontata nel penultimo episodio, con un possibilissimo pareggio svanito al 91° per via di un gol del tutto evitabile. Poi arriva la Lazio in casa. Perdere con la Lazio ci sta, senza dubbio. Vagamente meno accettabile è il comportamento di Memushaj, faticatore di centrocampo, che si fa ammonire al 64′ ed espellere al 65′, togliendo così ai compagni le poche speranze di riacciuffare gli avversari, in quel momento già sul 2-1. Secondo voci di corridoio Memushaj avrebbe cominciato a comportarsi in modo strano dopo aver bevuto da una borraccia passatagli con insolita gentilezza da Chibsah, altro rozzo pedatore, costretto alla panchina dalle finora buone prestazioni del compagno.

Chibsah, più per assenza di alternative che per merito, parte titolare nella successiva trasferta al Mapei Stadium. La partita è orrenda, diversi spettatori in tribuna si coprono gli occhi per ripararsi dallo scempio, e così facendo si perdono l’unico gol della giornata, ovviamente messo a segno dal Sassuolo (Berardi su calcio d’angolo). Il risultato finale è 1-0 e dopo tre sconfitte consecutive l’entusiasmo nello spogliatoio inizia ad affievolirsi. La vittoria in Coppa Italia contro lo Spezia (3-1) è il raggio di sole che compare dopo una lunga giornata di pioggia, capisce che non è abbastanza potente per scaldare o illuminare alcunché, si deprime e se ne va, lasciando di nuovo lo spazio ai nuvoloni.

C’è anche della sfiga, parecchia sfiga, che però va a bilanciare le botte di culo prontamente accettate a inizio stagione. Nella trasferta contro l’Inter (altro 0-1) la partita è decisa da Belec, propenso a vaccate di prim’ordine. Su calcio d’angolo di Borja Valero, Gagliardini colpisce di testa e manda la palla sulla traversa. Belec, in porta, invece di cercare di bloccare la sfera, decide di rinviare al volo. Il pallone si spalma sulla faccia di Perisic, in piena traiettoria, e finisce in rete.

 

Non ci credete? Ho le prove:

Seguono due pareggi contro squadre che in classifica sono più o meno al nostro livello, Bologna (1-1 in casa) e Cagliari (0-0 in trasferta). Nel mezzo, l’infortunio piuttosto serio alla nostra Grande Speranza Tatuata, a.k.a. Amatino Ciciretti; i brontolii di Armenteros e Del Pinto (CHI?!?), a loro avviso troppo forti per fare così tanta panchina (be’, oddio, parliamone); la sconfitta (0-3) contro le riserve delle riserve della Lazio in Coppa Italia (ma pure la nostra formazione era qualcosa di indecente).

Per concludere il girone d’andata in grande stile, arrivano anche le sconfitte contro Samp (1-2 in casa) e Atalanta (3-1 a Bergamo), durante le quali si assiste a uno spettacolo turpe a base di strafalcioni difensivi, rigori sbagliati e autogol atroci. Il morale della truppa è sotto i tacchi, non tanto per la posizione in classifica – un pur sempre ottimo 13° posto, merito dell’exploit di inizio stagione – quanto per le nove partite consecutive senza vittorie in campionato.

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Siamo a inizio 2018, apre il calciomercato invernale e, a differenza del suo omologo in carne e ossa, su FM il presidente Vigorito non è così disposto a spendere e spandere per rafforzare la squadra. Sette dei sedici milioni del monte stipendi sono destinati a giocatori in prestito che per contratto non possiamo rispedire al mittente, e allo stesso modo il budget trasferimenti è quasi inesistente (600mila €, più o meno un mignolino di Cristiano Ronaldo, o una caccola di Neymar). Insomma: i giocatori sono scarsi e depressi, il capitano Lucioni non vuole rinnovare il contratto, un paio di altri gaglioffi vogliono andarsene, le finanze fanno pietà e il mercato non sta esattamente aspettando noi. Ah, e la prossima partita è contro la Juve a Torino. A naso, il girone di ritorno sarà pianto e stridore di denti.

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