Otto notevoli pretesti per aver ignorato l’inizio della serie A

Tra sabato e domenica si è giocata la prima giornata di serie A.
Ok.
Ma tra sabato e domenica si è svolta pure la finale di eptathlon ai mondiali di atletica di Pechino. Ditemi voi se uno può avere il coraggio di preferire i quadricipiti di Chiellini alle atlete di cui sotto:

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Jessica Ennis-Hill (UK), 1° posto
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Brianne Theisen Eaton (CAN), 2° posto
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Laura Ikauniece-Admidina (LET), 3° posto
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Nadine Broersen (NED), 4° posto
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Eliška Klucinová (CZE), 13° posto
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Grit Šadeiko (EST), 15° posto
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Alina Fodorova (UKR), 17° posto
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Karolina Tyminska (POL), 20° posto

CLIC (Consigli Letterari Indubbiamente Contestabili) – XIII

C’era una volta una rubrica sui libri…
Proviamo a resuscitarla con i mini-post sugli ultimi (pochissimi!) libri letti. Certo, l’ultimo vale triplo.

#09

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Cosa: Don’t Panic: Douglas Adams & The Hitch Hiker’s Guide to the Galaxy

Chi: Neil Gaiman

Dove: Gran Bretagna

Quando: 1993

Come: inglese

Perché: di recente, traducendo un articolo del Guardian, ho scoperto che il buon Gaiman – autore, tra l’altro, di American Gods, che prima o poi finirò di leggere, giurin giurello – ha scritto un libercolo sui retroscena della Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams, il quale no, non ha mai vinto un Nobel, o un Booker Prize, forse nemmeno una tombola con i parenti, ma in ogni caso è una figura di spicco nel mio personalissimo Olimpo letterario.

E in Italia? Niente panico. La guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams secondo Neil Gaiman (Edizioni 001, 2015)

Sunto: nel 1983 un Gaiman 22enne viene spedito a casa Adams per un’intervista. I due si annusano e si piacciono: l’intervista si allunga, si allarga, fino a diventare un misto tra una biografia sull’imbranato, inaffidabile autore della Guida, e un making-of della «trilogia in cinque volumi», come è stato definito il capolavoro di Adams. Ma oltre ai libri c’è di più: la radio, da cui tutto è cominciato, ma anche la tv, il teatro e perfino Hollywood, sebbene i tentativi di fare della Guida un film siano sempre falliti miseramente (eccetto la pellicola del 2005, uscita nelle sale quando ormai Adams – scomparso quattro anni prima – non poteva più ritoccare ogni scena all’inverosimile, far imbestialire tutto il cast e, infine, osservare beato il progetto mentre andava a monte).

Bonus: per chi si intende di asciugamani, androidi paranoici e motori a improbabilità infinita, questo libro è una bomba: interviste approfondite, rivelazioni sulla saga della Guida, ma anche incursioni nel lato umano dell’autore, nei suoi lunghi periodi bui dominati dall’alcol e dalla depressione. Un altro punto di interesse arriva dai continui riferimenti ai Monty Python, colonne portanti della comicità british, con i quali Adams ha lavorato ad alcuni spettacoli teatrali in gioventù. Interessanti anche gli spunti sull’arte della scrittura, vissuta dall’autore della Guida come una vera e propria sofferenza.

Malus: il problema di questo genere di libri è che piacciono un fottio ai fan hardcore, quelli pronti a orgasmare a ogni minimo aneddoto sui loro beniamini; d’altra parte, chi non ha letto la Guida parte svantaggiato nella comprensione del libro e dei millemila rimandi intertestuali presenti. Ma questo non è un malus del libro, quanto piuttosto un malus di chi non ha ancora letto la Guida. Quindi cosa fate ancora lì? Leggetela!

Supercit.:

“Writing comes easy. All you have to do is stare at a blank piece of paper until your forehead bleeds.

I find it ludicrously difficult. I try and avoid it if at all possible. The business of buying new pencils assumes gigantic proportions. I have four word processors and spend a lot of time wondering which one to work on. All writers, or most, say they find writing difficult, but most writers I know are surprised at how difficult I find it.

I usually get very depressed when writing. It always seems to me that writing coincides with terrible crises breaking up my life. I used to think these crises had a terrible effect on my being able to write; these days I have a very strong suspicion that it’s the sitting down to write that precipitates the crises. So quite a lot of troubles tend to get worked out in the books. It’s usually below the surface. It doesn’t appear to tackle problems at a personal level, but it does, implicitly, even if not explicitly.

I’m not a wit. A wit says something funny on the spot. A comedy writer says something very funny two minutes later. Or in my case, two weeks later”.

Consigliato a: fedeli seguaci di Arthur Dent, Ford Prefect, Zaphod Beeblebrox e compagnia cantante; giovani discepoli pronti ad avvicinarsi alla sacra Guida; estimatori dello humour britannico.

Curiosità: il 25 maggio si celebra il Towel Day, la giornata mondiale dell’asciugamano, in onore di Douglas Adams.

#10

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Cosa: Le città invisibili

Chi: Italo Calvino

Quando: 1972

Dove: Italia

Come: italiano (edizione Mondadori, 2002)

E all’estero? Yes, è stato tradotto in un fottio di lingue.

Perché: non ho mai avuto un gran rapporto con Calvino. Parecchi anni fa, credo alle medie, mi fecero leggere Le cosmicomiche. Ora: se metti un libro con un titolo simile in mano a un 13enne ingenuo, quest’ultimo si aspetta che faccia ridere. Almeno, io speravo facesse ridere, e invece no, ma proprio per niente, ed era complicato, con tanti nomi astrusi. Sono stato costretto a superare il blocco-Calvino qualche tempo fa, quando per un corso di letteratura ho dovuto leggere Se una notte d’inverno un viaggiatore. Nonostante i diversi anni di distanza dal trauma cosmicomico, e nonostante l’ingenuità dell’epoca avesse ormai lasciato posto a uno spietato cinismo, neanche SUNDIUV – va che bell’acronimo, sembra un Suv coreano – mi ha convinto del tutto. Ma d’altronde, quando un libro è imposto, il rischio di resistergli (più o meno consciamente) incombe sempre. Insomma, era giunto il momento di un terzo tentativo (volontario).

Sunto: una volta superata l’interessante introduzione e la corposa cronobiografia dell’autore (due parti che in genere mi premuro di saltare, ma per affrontare e digerire Calvino ogni informazione extra può essere utile), ci si imbatte in 55 allegre brevi descrizioni di città immaginarie dai nomi classicheggianti e di chiara derivazione femminile, quali Leonia, Tecla o Teodora. La cornice in cui si inseriscono le descrizioni è offerta dai dialoghi tra Kublai Khan, imperatore della dinastia Yuan e nipotino del caro vecchio Gengis, e il veneziano Marco Polo. Con una scelta di parole felicissima e una dovizia di particolari estrema, il mercante descrive al sovrano le città che ha attraversato nei suoi lunghi viaggi commerciali. O forse no. Forse Marco Polo immagina tutto: non ha mai visto nessuna di queste città, le sta inventando al momento per quel credulone di un Khan. Anzi, a dire il vero, forse nemmeno Khan e Polo esistono. Insomma: c’è dello strutturalismo spinto, roba vietata ai minori. Il tutto si chiude con una postfazione di P. P. Pasolini – che ovviamente non ho letto, perché ho fatto del saltare le postfazioni un punto fermo della mia vita, e non vedo perché dovrei cambiare ora.

Bonus: le città, senza dubbio. Che esistano o meno nella realtà, sulla carta sono credibili e tangibili. E affascinanti. Senza mai smettere di mescolare i colori, Calvino dipinge 55 paesaggi cupi, solari, macabri, concreti, essenziali, sovraffollati, irraggiungibili, eterei, melmosi – non sto qui a scrivere 55 aggettivi, avrete ben capito che ogni città è diversa dalle altre. E chi legge ha sempre e comunque la sensazione che per ogni città non ci sia mai una parola di troppo.

Malus: ok Italo, vuoi fare il periodo combinatorio: va bene. Vuoi mettere i titoletti a ogni città, e a ogni titoletto aggiungere un numerino: fai pure. Vuoi mettere 1-2-1-3-2-1-4-3-2-1 all’inizio e 5-4-3-2-5-4-3-5-4-5 alla fine per far vedere che sono sequenze speculari: sei un campioncino. Ma dimmi, Italo, cosa ricava il lettore dal tuo onanismo numerico? Probabilmente Raymond Queneau, quei briganti dell’OuLiPo e gli strutturalisti tutti saranno andati in brodo di giuggiole, ti avranno rivolto occhiolini complici e ti avranno riempito di lodi per la tua sagacia ossessivo-compulsiva. Consapevole della mia ignoranza, Italo bello, ti dico che con i tuoi freddi numerini non mi porti da nessuna parte: se ne poteva fare ampiamente a meno.

Supercit.:

Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.

Consigliato a: chi cerca città fittizie in cui perdersi; nerd della letteratura; calvinisti.

Curiosità: pare che a Minorca esista un hotel dichiaratamente ispirato al libro, come mostra questo video. Non so quale sia il vostro parere, il mio è un sonoro “BAH!”.

#11

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Cosa: L’arte di correre

Chi: Murakami Haruki

Quando: 2007

Dove: Giappone/USA

Come: italiano (edizione Einaudi, 2007, traduzione di Antonella Pastore)

Perché: con Murakami ho un conto in sospeso. La lettura di 1Q84, soprattutto dei primi due volumi, mi ha avvinto, ma il finale – o meglio, l’assoluta mancanza di un finale degno di tal nome – m’ha lasciato parecchio insoddisfatto. Un libro sulla corsa pareva il miglior modo per riscattare la delusione di Tengo e Aomame.

E l’originale? 走ることについて語るときに僕の語ること (ho fatto copia-incolla da Wikipedia, se in realtà c’è scritto “W la figa” non mi assumo responsabilità)

Sunto: Murakami, classe ’49, è uno scrittore-maratoneta. Ma attenzione, non è un maratoneta VIP contemporaneo. Non è una delle tante celebrità che cercano di cavalcare l’onda del running per racimolare qualche riga in più sui giornali. Niente magliette fluo, niente GPS a tre zeri, niente iPod in bella vista. Murakami non fa running: corre. E non corre per un qualche impeto salutistico: corre perché la corsa è incline alla sua personalità. Il libro – una raccolta di riflessioni o, come scrive lui stesso, «forse un soliloquio» – non è altro che un cumulo di pensierini e pensieroni legati alla corsa; un cumulo non casuale, s’intende, ma studiato e levigato più volte, un disordine calcolato in pieno stile Murakami.

Bonus: il libro contiene alcune riflessioni che ti fanno venir voglia di prendere, andare in aeroporto, volare in Giappone, rintracciare casa Murakami, suonare il campanello e abbracciare l’autore forte forte in segno di affetto e riconoscenza. Riflessioni sulla corsa, certo, ma anche sul talento, sull’esercizio, sulla costanza, sulla «tigna», come si dice qui da me, su quella cocciutaggine positiva di cui l’autore abbonda.
Un’altra cosa fantastica è che Murakami è credibile. Quando scrive “non mi piace apparire in pubblico, fare promozione per i miei libri”, non fai fatica a credergli. Perché ti immagini Fazio, coi suoi occhiali hipster, i suoi capelli ridicoli e le sue domande inconsistenti, e no, non ce lo vedi proprio Murakami davanti a lui, a farsi cospargere di complimenti insipidi, a farsi inondare di buonismo in formato famiglia (radical-chic). «Guarda» gli direbbe «grazie per l’invito, ma stasera pensavo di andare a letto alle 9». Anzi, magari un dialogo simile è già avvenuto, e noi ne siamo all’oscuro.

Malus: il disordine calcolato ha i suoi fan, io non sono tra questi. Quindi, leggere per la seconda volta un libro che parte alla grande e poi si perde in un anti-climax di dimensioni notevoli, non fa piacere. L’autore stesso lo ammette, quando scrive «un produttore di Hollywood che volesse trarre un film da questo libro, arrivato all’ultima pagina lascerebbe perdere». Muraka’, ti voglio bene lo stesso, eh, ma ogni tanto mi fai disperare.

Supercit.:

La solitudine è un risultato che in parte ho cercato di mia spontanea volontà. Soprattutto per chi fa il mio mestiere, è un percorso obbligato, anche se in gradi diversi. Tuttavia il senso di solitudine, come un acido fuoriuscito da una bottiglia, può corrodere e annientare lo spirito di un individuo senza che questi se ne accorga. È una micidiale arma a doppio taglio. Protegge lo spirito, e al tempo stesso dall’interno continua senza sosta a ferirlo. Questo rischio a mio modo credo di averlo accettato, probabilmente grazie all’esperienza. Al tempo stesso però ho cercato di lenire, di relativizzare quel senso di solitudine che mi tenevo dentro costringendomi a un costante esercizio fisico, in qualche caso spingendo il mio corpo fino al limite estremo delle sue possibilità. Più che per cognizione, per intuito.

Consigliato a: amanti della corsa, per forza, ma non solo; anzi, gli anti-sportivi potrebbero apprezzare parecchio.

Curiosità: nel febbraio 2014, poco dopo essere stato eletto, l’attuale premier Renzi tirò fuori dalla valigetta L’arte di correre e lo appoggiò in bella vista sui banchi della Camera. Senza alcuna intenzione di fare politica, sappiate che il messaggio del libro è diametralmente opposto al significato di quel gesto.

#12

Pennac_storia-di-un-corpo

Cosa: Storia di un corpo

Chi: Daniel Pennac – o meglio Pennacchioni. E non si può non voler bene a uno che fa Pennacchioni di cognome, dài.

Quando: 2012

Dove: Francia

Come: italiano (edizione Feltrinelli, 2012, traduzione di Yasmina Mélaouah)

Perché: ho una cara amica che spesso funge da pusher di libri. Ci è rimasta male quando le ho detto che il suo ultimo consiglio (Che tu sia per me il coltello, D. Grossman) non mi aveva convinto. Urgeva un riscatto. E poi il Pennacchioni si fa sempre leggere volentieri.

E l’originale? Journal d’un corps

Sunto: determinato a sconfiggere la fifa che lo attanaglia ogni due per tre, un minuto dodicenne francese decide di tenere un diario “corporeo”: niente pene d’amore, nessuna paranoia metafisica, solo e soltanto sensazioni e riflessioni legate al corpo e ai cinque sensi. Il diario funziona – il ragazzino si fa via via meno pauroso – e ha lunga vita: la prima pagina risale al 1935, l’ultima al 2010, anno di morte del protagonista (di cui non viene mai fatto il nome). Certo, ci sono i passaggi obbligati del classico diario preadolescenziale, i litigi con la madre e la prima volta a letto con una ragazza, ma Pennacchioni non si ferma qui; alla lunga il diario si trasforma in un romanzo polifonico, con il corpo del protagonista ad amplificare le voci di amici d’infanzia, conoscenti, colleghi, familiari.

Bonus: provate voi a essere poetici e illuminanti parlando di cateteri, feci e compagnia bella: il buon Pennacchioni ci riesce alla grande. Lo stile è spiazzante, battute fulminanti e riflessioni malinconiche si alternano come se nulla fosse, facendo risaltare la volubilità e l’ipocondria del protagonista.

Malus: in alcune pagine si intuisce una discreta dose di snobismo latente. Anzi, più che di snobismo, parlerei di francesità. Perché ok, sì, siamo tutti Charlie, va bene, ma io i francesi continuo a non sopportarli (Pennacchio’, porta pazienza).

Supercit.:

I testicoli possono strizzarsi di paura per gli altri, l’ho già notato a Etretat quando Mona mi ha fatto venire le vertigini avvicinandosi troppo al bordo delle falesie. Stamattina mi hanno ricordato questa tendenza all’empatia quando ho visto un ciclista investito da un taxi. Era passato con il rosso, il tassista non è riuscito a evitarlo. Risultato, l’urto, un volo, una gamba rotta, due o tre costole incrinate dall’orlo del marciapiede, un gran taglio sul cuoio capelluto, graffi sulla guancia, e le mie palle che si strizzano durante il volo. Non poteva essere altro che una paura empatica giacché, dopo tutto, quel povero ragazzo non cadeva certo addosso a me. Ne ho dedotto che le palle sono altruiste, capaci di temere per la vita altrui. Testicoli sede dell’anima?

Consigliato a: chi ha bisogno di guardare il mondo con maggiori curiosità e attenzione.

Curiosità: nel 2013 il romanzo è stato ripubblicato in una versione illustrata – dalla quale mi terrò a debita distanza di sicurezza.

 #13

http://alessandria.bookrepublic.it/api/books/9788811137689/cover

Cosa: Anna Karenina

Chi: Lev Nikolàevič Tolstòj

Quando: 1878

Dove: Russia

Come: italiano (edizione Garzanti, 2012, traduzione di Pietro Zveteremich)

Perché: sudore, zanzare, sudore, afa, sudore: io d’estate soffro. E sudo, se non si è capito. Ma d’estate trovo anche la forza e il coraggio di lanciarmi in letture vietate ai deboli di cuore, non tanto per i contenuti quanto per la portata. C’è del masochismo? Probabile. Fatto sta che, dopo l’estate 2014 consacrata ai fratelli Karamazov, e dopo aver sperimentato Bulgakov e Gogol’, mancava giusto giusto quel vecchio barbone di un Tolstoj.

E l’originale? Aнна Каренина

Sunto: tutto gira fondamentalmente intorno alla patata.
A Mosca il sempre gaio Stepan Arkadevič (Stiva, per gli amici del bordello) cornifica sua moglie, la mai tranquilla Dar’ja Aleksandrovna (Dolly, per le comari del gregge), senza neanche farsi troppi scrupoli. La sorella di Stiva, Anna Arkàdievna (Anna la Milf, un po’ per tutti), arriva da S. Pietroburgo per salvare il salvabile nella coppia. Al grido di “fate fare a me, ché io di matrimoni improbabili ne so a pacchi da dodici”, Anna convince la cognata a nun fa’ cazzate e stay together for the kids. Nel frattempo la sorella minore di Dolly, la pura e casta Katerina Ščerbackaja (Kitty, per le amichette dell’asilo), riceve una proposta di matrimonio dall’imbranato, testardo e lunatico Konstantin Dmitrič Lèvin (sempre e solo Lèvin), latifondista rivoluzionario. Kitty, così confusa da colpirsi da sola, rifiuta però Lèvin perché spera che a farsi avanti sia quell’essere inutile che risponde al nome di Aleksej Kirillovič Vronskij (Vronskij), cazzone di prima categoria che, con i suoi “bei denti bianchi e forti” e l’uniforme sempre lustra, pastura implacabile l’intera popolazione femminile di Mosca, che manco Borriello a Milano Marittima. Vronskij – pensate un po’ – della viriginea educanda Kitty non vuole sapere nulla, soprattutto dopo aver incontrato Anna la Milfona in stazione: SBAM, ci siamo giocati il playboy. Ridotto a un infimo stato vegetativo di zerbinaggio, Vronskij segue Anna (scodinzolando e sbavando, anche se il libro non lo dice) a S. Pietroburgo, dove lei rientra in casa dal figlio, Serëža, e dal marito, l’arido politicante Aleksei Aleksandrovič Karenin.

Ecco, queste sono pressapoco le prime centocinquanta pagine. Ne rimangono ancora circa settecentocinquanta: auguri. Tra i fatti salienti figurano un matrimonio, un parto, un altro parto, un divorzio-sì-poi-no-poi-forse, la morte di un cavallo, un perdono inspiegabile, un suicidio fallito, un suicidio riuscito, una guerra, due semi-conversioni e parecchie sbrodolate da intellettuali russi di metà Ottocento, non necessariamente in quest’ordine.

Bonus: se il libro si fosse chiamato Konstantin Lèvin, non ci sarebbe stato nulla da obiettare. Ci sono pagine in cui lo abbracceresti forte, per poi sussurrargli all’orecchio che andrà tutto bene, e ci sono pagine in cui lo prenderesti a craniate; impossibile resistergli. Ma in generale tutti i personaggi suscitano empatia (tranne Vronkij, eh), e tra le righe capisci che Tolstoj dice «ok, sì, Lèvin ha il potenziale per mandare a puttane ogni cosa che fa, però, insomma, so’ ragazzi, cose che capitano, è tutta esperienza, chiudiamo un occhio» e via andare.
Altro pregio è la narrazione, che scorre sempre liscia, salvo un paio di eccezioni alla fine. Tolstoj racconta i fatti con pacatezza disarmante, sia quando descrive i contadini all’opera nei campi, sia quando ragiona sugli intrallazzi della nobiltà sanpietroburghese (sì, potevo scrivere moscovita, ma quando mi ricapita di scrivere sanpietroburghese?). 
E poi certo, sono mille pagine di libro, e ridurre i pregi a dieci righe di blog è un peccato; ma se volete ne parliamo faccia a faccia, davanti a una Duvel, nessun problema.

Malus: a un certo punto la sgusciante Anna, che in un capitolo sembra la donna più felice al mondo, e in quello dopo è tutta un “Me misera! Me tapina! Sigh! Sob! Sob! Sigh!” (cit.), diventa paranoica. Gelosa, ossessiva, passivo-aggressiva: insomma, una piaga (per un attimo ho quasi compatito Vronkij, poi mi sono ripreso). In ogni caso lo stacco mi è parso troppo netto, per un campione dell’equilibrio quale Tolstoj. È come se un giorno l’autore si fosse alzato e, dopo il risveglio articolare e i gargarismi, avesse deciso che il romanzo aveva bisogno di una scossa. E la sorte che tocca alla Karenina ci può stare, considerando il personaggio, il popò di somaro che s’è scelta, l’oppio e la morfina prima di andare a nanna e tutto il resto. Però… resta un però.
Un altro “però” grande come una casa è il finale, la riflessione filosofico-religiosa di Lèvin. Apparentemente tratto da un trattato su Medjugorje scritto a quattro mani da Paolo Brosio e Nicola Legrottaglie, la tirata finale di Lèvin è un pugno sui denti inaspettato, soprattutto perché arriva a due passi dal finale di un libro che aveva evitato con cura i pipponi («gli splendidi passaggi ontologico-esistenziali», diranno i teorici della letteratura) che spesso compaiono, per esempio, nei Fratelli Karamazov, e in generale nella letteratura di quel periodo.

Supercit.: There is the imbaraz of the choice, direbbe Renzi. C’è Vronskij che ammette di essere un povero babbo, ma sarebbe un delitto non lasciare spazio all’orsacchiotto Lèvin:

Lei amava il tono calmo, affettuoso e ospitale che lui aveva in campagna. In città, invece, sembrava costantemente inquieto e come in guardia, quasi temesse che qualcuno lo offendesse e, soprattutto, offendesse lei. Laggiù in campagna, evidentemente sentendosi nel proprio ambiente, lui non si affrettava in nessun posto e non rimaneva mai senza un’occupazione. Lì in città aveva continuamente fretta come se non volesse lasciarsi sfuggire qualcosa, e tuttavia non aveva nulla da fare.

Consigliato a: chi vuole cimentarsi sulle lunghe distanze. L’importante è avere costanza, il resto verrà da sè.

Curiosità: su Anna Karenina sono stati realizzati ventordici film. Non ne ho visto manco uno, quindi non posso consigliarvi, ma posso dirvi che 1) il libro sarà sempre meglio del film e 2) Keira Knightley, gran bella donna ma anche gran bel palo della luce, nel ruolo di Anna Karenina NON ESISTE.

Tema: descrivi la tua giornata a EXPO

Se per caso ancora non ve ne foste accorti – ma secondo me ve ne siete accorti – da qualche giorno nella periferia milanese è iniziata un’enorme fiera internazionale chiamata Expo. Ieri ci sono andato, un po’ perché c’era l’inaugurazione del padiglione del Paese per cui lavoro, un po’ perché avevo delle domande esistenziali sulla manifestazione che imploravano una risposta. Ecco, qui di seguito trovate alcuni pensierini sparsi sulla rutilante gitarella nella ridente Rho.

Che cos’è Expo?
Nelle idee e nelle parole degli organizzatori, Expo dovrebbe essere una vetrina mondiale per mettere sotto i riflettori il tema dell’alimentazione, tutte le magagne ad essa collegate e le eventuali soluzioni che permetterebbero a tutti e sette i miliardi di personcine su questo pianeta di avere accesso a cibo di buona qualità e in quantità sufficiente.

Sì, ok, va bene, ma in realtà che cos’è Expo?
Un enorme spazio promozionale e commerciale dove i Paesi partecipanti – alcuni con moderazione e intelligenza, altri facendo a gara a chi ce l’ha più grosso (il padiglione) – mostrano quelli che sono i loro punti di forza per cercare di attirare l’attenzione di turisti e investitori. Certo, ci sarebbe questo dettaglio dell’alimentazione, ma diciamo che le interpretazioni dei vari Paesi sul tema sono state quantomeno libere.

Per la serie
Per la serie “l’alimentazione prima di tutto”: lezioni di ballo nel padiglione argentino.

Com’è la situazione per gli ingressi?
Ce ne sono quattro. Due a ovest, i più vicini alla stazione di metro e treni, uno a sud e uno a est. Ogni ingresso ha una trentina di check-in (metal detector+controllo bagagli+tornello), i cartelli luminosi indicano chi deve entrare dove – turisti, staff, stampa, ecc. – ma le code sono sempre e comunque all’italiana. Qualora vogliate andare a fare un giro, affilate i gomiti.

Ci sono indicazioni a sufficienza? Rischio di perdermi?
Se venite in metro, Rho è il capolinea: non potete sbagliare. Se venite in treno, la mole di annunci, cartelli, cartellini e cartelloni è stordente: anche qui, nessun pericolo. Inoltre nella stazione di Rho abbondano gli omini e le donnine con le loro belle pettorine fluo. Quindi, anche per caso vi dovesse sfuggire l’indicazione in Arial Black 196 di cui avete bisogno, #statesereni che a Expo ci arrivate.

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Si può vedere tutto in un giorno?
Purtroppo un giorno non basta per visitare tutti i padiglioni, a quanto ho sentito ne servono almeno cinque. Sempre se vi interessa visitare tutti i padiglioni. Se invece avete pagato dai 20 ai 40 € di biglietto per andare a Expo solo per fare una foto con i pupazzi della famiglia Parmareggio, come ha urlato giubilante al telefono un distinto quarantenne incrociato in treno qualche giorno fa, allora niente, come non detto: un giorno è più che sufficiente per trasformare il vostro sogno in realtà.

Si fa la fila per visitare i padiglioni?
Dipende. Per Paesi come Cina, Italia, Germania, Emirati Arabi e Giappone, la fila è ahivoi automatica. E la fila in questione non è quella che trovate dal macellaio o alle poste – con la vecchiazza infingarda che cerca immancabilmente di prendervi la scia e passarvi all’interno con eleganza, tipo Hakkinen su Schumacher a Spa nel 2000 – quanto piuttosto quella per il Blue Tornado di Gardaland a Ferragosto, con tanto di cartelli “da qui sono due ore – sempre se non morite prima”. L’ingresso nei padiglioni di altri Paesi, soprattutto dei meno blasonati, è molto più agevole.

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I padiglioni sono belli?
Se vi può interessare l’opinione di un bergamasco del tutto privo di sensibilità artistica e nozioni architetturali, sì, dall’esterno sembrano (quasi) tutti belli, ognuno a suo modo. Per quanto riguarda gli interni, posso esprimermi solo sui pochi che sono riuscito a vedere – ho iniziato a fare il turista alle 3 passate, il tempo a disposizione non è stato moltissimo. Prendete la Lituania: da fuori non le daresti mezzo centesimo, eppure ha un padiglione che, nel suo piccolo, è fatto con buon gusto e ricercatezza.

Ma sono anche sostenibili?
Sulla sostenibilità ho parecchi dubbi. Alcuni Paesi hanno sposato la filosofia del «no agli sprechi». La struttura esterna del padiglione polacco, per esempio, sembra fatta di cassette della frutta incastrate tra loro. Tu la vedi e dici: «Be’, quando Expo sarà finito, non avranno problemi a smontare tutto e riusare il materiale di costruzione». L’Olanda, addirittura, non ha manco un padiglione: tanti chioschi, qualche aiuola e un paio di innocui spazi informativi. Poi vedi il Padiglione Italia, nei suoi cinque imponenti piani di cemento armato, e qualche dubbio ti viene.

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È vero che ci sono i lavori ancora in corso?
Sì, questo è un dato di fatto. Dalla stazione di Rho fino ai padiglioni, si vede che parecchi spazi sono ancora da limare (o da costruire tout court). In compenso la visita del turista medio, a occhio, non soffre troppo a causa di questi ritardi. Poi, certo, se uno viene a Expo con il solo scopo di sgamare tutte le magagne, questo è un altro discorso.

È vero che i prezzi sono altissimi?
Sì, anche questo è un dato di fatto – qui un impietoso articolo del Sole 24 Ore con diversi menu. E il padiglione McDonald’s è il più gettonato per le pause pranzo, fatto alquanto paradossale considerata la filosofia di Expo (e altrettanto paradossale è la presenza stessa del padiglione). Per questo motivo vi invito tutti caldamente al padiglione del Belgio, dove i chioschi di birra e patatine fritte hanno un rapporto qualità/prezzo accettabile. E poi, insomma, volete mettere le fritjes belghe con quelle del McDonald’s? Suvvia. Un altro barlume di speranza è offerto dalle varie stazioni dell’acqua gratuite sparse per l’area: prima di comprare una bottiglietta d’acqua a 3 € al padigione del Qatar e poi lamentarvene su Facebook, provate a guardarvi intorno.

Globo tematico nel padiglione lituano
Globo tematico nel padiglione lituano

Ma quindi, alla fine, vale la pena andare a ‘sto Expo?
Dipende. A me la parola “fiera” ha sempre evocato immagini negative: le masse oceaniche, i mangioni a sbafo all’Artigiano in Fiera, gli espertoni estemporanei del Salone del Mobile (e gli espertoni estemporanei hipster del Fuorisalone), tutta gente che da studente ho odiato ed etichettato come occupatori ingrati di spazio vitale in metropolitana. Aggiungiamo il fatto che Expo è nato malissimo, tra scandali, tangenti e intrallazzi vari, del tipo che se esistesse un libro dal titolo Cosa fare per mandare a puttane un evento internazionale ancor prima che questo cominci, l’esposizione universale di Milano sarebbe in copertina – ammesso e non concesso che ci sia ancora spazio sotto il titolo.
Detto questo, dopo una prima visita, secondo me Expo offre materiale per tutti i gusti. Ci sono gli slogan zuccherosi per gli inguaribili ottimisti, le controversie cervellotiche per i sollevatori di polemiche, le dimostrazioni di opulenza per i bauscia e le campagne di sensibilizzazione per gli attivisti ipersensibili. Gli studenti hanno abbastanza pacchianate a disposizione per farsi selfie stupidi da mostrare con orgoglio agli amici, i professori hanno svariati spunti da sfruttare per imbastire una visita d’istruzione tutto sommato sensata e compiuta. Chi si svena da Eataly, può svenarsi da Eataly a Expo. Chi traccheggia al McDonald’s, può traccheggiare al McDonald’s di Expo. La varietà di materiale umano, attività commerciali e aree tematiche è tale da soddisfare chiunque.

E poi, oh, potete fare una foto con la famiglia Parmareggio. E scusate se è poco.

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Paura. Tanta paura.