Gulp! CLIC su Blonk! (A Filippo Tommaso Marinetti piace questo elemento)

Avete presente la rubrica CLIC, quella in cui straparlo dei libri letti durante le sedute di pendolarismo via Carnate (rubrica che, peraltro, ultimamente coincide col 100% degli articoli di questo blog, ma vedrò di diversificare i contenuti, promesso)?

Ebbene, la rubrica è piaciuta ai signori di una piccola casa editrice digitale, Blonk, con cui avevo collaborato anni fa per la pubblicazione di un manualetto – che oggi riscriverei da capo a piedi, ma questo è un altro discorso. I suddetti signori mi hanno chiesto se avevo voglia di portare CLIC su un blog ospitato dal loro sito, e io ho detto «sì, va bene, sepoffà». Ed ecco che quindi, magno cum gaudio, vi annunzio che il primo post è online (al momento su Chrome il layout è tutto sballato, su Firefox, IE e Safari tutto ok).

No, il mio nome non c’è, e m’hanno appiccicato un etichetta che non mi convince del tutto, ma perlomeno nei contenuti dovrei avere carta bianca. La cadenza dovrebbe essere settimanale, il che implica recensire un libro a settimana, il che implica leggere un libro a settimana, il che rappresenta un impegno – piacevole, ma pur sempre un impegno – e al tempo stesso uno stimolo a macinare pagine su pagine.

Fine della propaganda. Metterò magari un bannerino sulla colonna a destra, come ho fatto per Ninety-nine News (come non sapete cos’è Ninety-nine News? Redimetevi e rimediate, ORA!); dicevo, metterò un link nella sidebar ma, oltre a questo, non vi romperò più le scatole. E ovviamente il consueto post CLIC di inizio mese continuerà a essere pubblicato.

Ah, il libro di questa settimana è sconosciuto e malinconico e bellissimo.

CLIC (Consigli Letterari Indubbiamente Contestabili) – XI

Nonostante sia stata presa la solenne decisione di dedicare ai libri le ore di passione trascorse a bordo degli scricchiolanti, stridenti e stordenti convogli Trenord, nei ventotto giorni di febbraio è stata completata la lettura di un solo volume. Mica un volume qualsiasi, però.

#05

Cosa: Il Maestro e Margherita
Chi: Michail Afanas’evič Bulgakov
Quando: 1939 – ma pubblicato per la prima volta in edizione completa solo nel 1969
Come: italiano (Mondadori, 1995, traduzione di M. S. Prina)
Perché: ogni tanto capita che un libro, del tutto ignorato fino a un dato momento, cominci ad apparirti davanti agli occhi in ogni forma possibile e immaginabile – in libreria, sul web, tra amici. È il libro che sceglie te, e non viceversa, e tu puoi solo piegarti al suo volere.
E l’originale? Мастер и Маргарита
Sunto: due esponenti dell’élite letteraria russa discettano dell’esistenza di Dio mentre camminano nella Mosca del primo dopoguerra. Alla conversazione si unisce quindi un terzo personaggio, apparso dal nulla e a prima vista piuttosto stravagante, tale Woland, il quale ridendo e scherzando predice la morte per decapitazione di Berlioz, uno dei due letterati. Berlioz è scettico, scettico e strafottente, del tipo “sì sì, certo, come no!”, eppure cinque minuti dopo la sua testa rotola inerte sull’asfalto moscovita, mozzata dalle ruote di un tram. È l’inizio – grottesco, disarmante, spettacolare – di un’incredibile serie di eventi, quasi tutti causati da Woland (che non è uno strambo qualunque, ma Satana in persona) e dai suoi bizzarri compagnoni. Ma c’è anche un secondo piano narrativo, il cui protagonista è Ponzio Pilato, procuratore di Giudea. E c’è pure la vicenda del Maestro e di Margherita, i personaggi che danno il titolo al libro. Insomma: un’opera ricchissima, cui nessun sunto balordo potrà mai rendere giustizia.
Bonus: posso dire TUTTO? No? Allora scelgo Behemot, che nel corso del libro è diventato un idolo indiscusso: un enorme gatto nero dalla fine eloquenza, capace, tra le varie cose, di camminare sulle zampe posteriori e maneggiare senza problemi una pistola. Vivace e malizioso, ora distaccato ora irascibile, nella mia mente perversa ha assunto le sembianze del felino in copertina sull’ultima edizione Feltrinelli dell’opera, ma con la voce del doppiatore italiano di Doraemon, solo più maligna.
Malus: non ne ho trovati. Se per voi ce ne sono, vi ascolto e ne parliamo. Si può questionare invece la qualità della traduzione, che in diversi punti risulta datata, ma in fin dei conti in libreria si trovano edizioni più recenti e – almeno sotto questo punto di vista – migliori.
Supercit.:

“Dovrai fartene una ragione,” ribatté Woland, e un sorriso di scherno gli torse la bocca. “Non hai fatto in tempo a comparire sul tetto, che già hai commesso uno sciocco errore, e ti dirò qual è: l’intonazione della tua voce. Hai pronunciato le tue parole come se non riconoscessi l’esistenza delle ombre, e nemmeno del male. Non vuoi invece essere così buono da riflettere sulla questione: che cosa avrebbe fatto il tuo bene se non fosse esistito il male, e che aspetto avrebbe la terra se da lei scomparissero le ombre? Sono le cose e le persone che generano le ombre. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono anche le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Non vorrai forse scorticare l’intera sfera terrestre, strappandole di dosso tutti gli alberi e tutto ciò che è vivo, per la tua fantasia di abbandonarti al godimento della nuda luce? Sei stupido.”

Consigliato a: un po’ a tutti, perché è un romanzo che contiene mille e uno generi, ma in particolare a chi si è scontrato con la letteratura russa e ne è uscito sconfitto (perché Dosotevskij è un figo, ma Bulgakov è un figo che si fa leggere più facilmente), alle bestie di Satana e ai fan di Doraemon disposti a vedere il loro beniamino in chiave meno gioiosa.
Curiosità: ne Il Maestro e Margherita c’è spazio per tutto, anche per l’autobiografismo – Bulgakov stesso, come il Maestro del libro, aveva dato alle fiamme la prima edizione del romanzo. Ma, come dice Woland, «i manoscritti non bruciano». E se lo dice lui, non so voi, ma io mi fido.

CLIC (Consigli Letterari Indubbiamente Contestabili) – X

Partenza a razzo, calo netto nella seconda novità del mese. Ma i quattro libri auspicati ci sono.

#01

1q84

Cosa: 1Q84 (Libro 3)
Chi: Murakami Haruki
Quando: 2010
Come: italiano (Einaudi, 2012, traduzione di G. Amitrano)
Perché: perché il secondo libro aveva lasciato troppi punti in sospeso per poter abbandonare Tengo, Aomame e il 1Q84.
E l’originale? いちきゅうはちよん
Sunto: al ping pong Tengo – Aomame si aggiunge un terzo giocatore, l’avvocato/investigatore Ushikawa. Il mistero si infittisce, la tendenza misticheggiante del secondo libro si fa ancora più marcata, ma il finale – senza fare spoiler – delude.
Bonus: come già detto per i primi due libri, lo stile, nella sua leggerezza, è senz’altro degno di nota. E il personaggio di Ushikawa mi è sembrato davvero ben riuscito.
Malus: nel primo libro Murakami fa dire a uno dei personaggi che i libri più belli sono quelli che non riusciamo a capire del tutto. CAZZATA! Muraka’, se mi instilli ventordici dubbi in ciascuno dei tre volumi, io PRETENDO che alla fine tutto torni. Io voglio RISPOSTE! Che ne è dei Little People? Qual è il loro vero ruolo? E che fine ha fatto l’amante di Tengo? Chi ha ucciso Ayumi? E che senso ha l’incontro di Tengo con Adachi? In ogni caso, anche se volessi ignorare la mia sete di risposte – cosa che non sono disposto a fare, HAI CAPITO, MURAKA’? – il finale è floscio, se si pensa alle 1400 pagine che l’autore aveva usato per costruire quest’enorme struttura narrativa, universo parallelo incluso.
Supercit.:

Mi sono stancato di vivere odiando qualcuno, disprezzandolo, portandogli rancore. Mi sono stancato di vivere senza amare nessuno. Non ho un amico, nemmeno uno. E soprattutto non posso amare me stesso. Sai perché? Perché sono incapace di amare gli altri. Ed è soltanto amando gli altri, ed essendo amati, che si impara ad amare se stessi. Ma non sto dicendo che è colpa tua se sono così. Penso che anche tu sei vittima come me. Penso che nemmeno tu sappia cosa significa amare se stessi. Sbaglio?

Consigliato a: chiunque cerchi un libro che fa domande senza dare risposte (contenti voi…).
Curiosità: Murakami (TE POSSINO!) è un collega corridore: all’attivo vanta più di venti maratone completate.

#02

https://frawolves.files.wordpress.com/2015/02/7bafb-bigliettosignorina.jpg?w=415&h=631
Cosa: Biglietto, signorina
Chi: Andrea Vitali
Quando: 2014
Come: italiano (Garzanti)
Perché: perché mi è stato regalato a Natale, e ai libri regalati va sempre data una possibilità.
E all’estero? Non chee stuh™
Sunto: nella ridente cittadina di Bellano (LC), a pochi anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, si muove una massa eterogenea di personaggi e personaggini, tra i quali spiccano l’ambizioso vicesindaco Torelli e una giovane e procace forestiera, Marta: attorno a loro due si svilupperà un intrigo di paese con diversi colpi di scena.
Bonus: sarò di parte, avendo un padre bagià, ma il mix di dialetto e parlato colloquiale è davvero ben riuscito. Insomma, si capisce che Vitali è uno del posto. Approvati pure i dialoghi, tendenzialmente secchi e scoppiettanti.
Malus: ci sono il parroco, il dottore, il sindaco, il vicesindaco, la perpetua, il brigadiere. In poche parole, un misto di episodi di Don Matteo, libri di Camilleri e film di Don Camillo. Non proprio il mio mix ideale.
Supercit.:

Piccolo e tondo, molle come taleggio fresco, uso a passeggiare per Bellano picchiettando in terra una canna di bambù e guardando ogni cosa, lago e montagne comprese, come se lui fosse il padrone, il commerciante di vini e vicesindaco Amedeo Torelli era un doppiogiochista di rara abilità: lo sapevano bene i suoi fornitori ai quali da anni recitava la manfrina di piagnistei e minacce secondo che dovesse pagare oppure ottenere la merce.

Consigliato a: amanti delle opere di Guareschi; lettori over60; estimatori del dialetto lecchese.
Curiosità: Bellano è anche nota per il suo orrido, che no, non è una persona particolarmente brutta, ma una cascata posta in una gola naturale formatasi milioni di anni fa.

#03

Cosa: Che tu sia per me il coltello
Chi: David Grossman
Quando: 1998
Come: italiano (Mondadori, 1999, traduzione di A. Shomroni)
Perché: perché consigliato da una cara amica appassionata di letture sofferte; perché il nome di Grossman mi era apparso troppe volte sotto il naso, negli ultimi tempi, per poterlo ignorare
E l’originale? שתהיי לי הסכין
Sunto: un bel giorno Yair (sposato, con figlio) vede Myriam (sposata, con figlio), se ne innamora e le propone di instaurare un rapporto di corrispondenza unilaterale. Gran parte del libro è occupata dalle lettere di Yair, col tempo sempre più ossessionato da Myriam, che nel frattempo ha preso a rispondergli. Quindi Grossman lascia spazio alla prosa più misurata della donna e, solo alla fine, mescola le voci dei due protagonisti, in un finale convulso e sofferto.
Bonus: Grossman ricorre spesso e volentieri a immagini poetiche ora delicate ora potenti, che pure un bergamasco pressoché privo di strumenti di introspezione quale il sottoscritto riesce ad apprezzare.
Malus: Yair è illeggibile. Folle, ossessivo, paranoico, egocentrico, asfissiante, incoerente. Bravissimo Grossman, per carità, ma più volte ho mandato a quel paese il protagonista e altrettante volte ho rischiato di buttare il libro dalla finestra (in senso figurato, eh, ché il Kindle è fragile e in fin dei conti innocente). La parte dedicata a Myriam e il finale non bastano a compensare gli sproloqui di quel cretino.
Supercit.:

Di sicuro ricordi il momento meraviglioso in cui un bambino comincia a chiamare le cose per nome. Eppure, ogni volta che imparava una parola nuova, una parola che è anche un po’ “loro”, di tutti, persino la sua prima parola, una parola bella come “luce”, io provavo una stretta al cuore, perché pensavo: chissà cosa sta perdendo in questo momento. Chissà quanti tipi di chiarore ha visto e assaggiato e odorato prima di stiparli tutti in quella piccola scatola chiamata “luce”, con quella “c” nel mezzo, come un interruttore per spegnerla. Capisci, vero?

Consigliato a: amanti di letture densissime; appassionati di monologhi epistolari.
Curiosità: da sempre schierato a favore del dialogo tra israeliani e palestinesi, Grossman ha perso un figlio, Uri, ucciso a 20 anni durante il conflitto israelo-libanese del 2006.

#04

Cosa: Voglio correre 
Chi: Enrico Arcelli
Quando: 2012
Come: italiano (Sperling&Kupfer)
Perché: perché ogni tanto sento l’impulso di dare maggiore scientificità alle mie allegre sgambate in felpa di pile e collant termici.
E all’estero? Niet.
Sunto: scritto da una delle principali figure nel panorama italiano della medicina dello sport e della preparazione atletica, Voglio correre è un manuale per pigroni che vogliono schiodarsi dal divano, corridori dilettanti alla ricerca di allenamenti più seri e strutturati, professionisti che intendono migliorarsi perfezionando il regime alimentare, la tecnica di corsa e altri aspetti generalmente ignorati dai tapascioni.
Bonus: dove altri autori dello stesso filone peccano in sbrodolii e tecnicismi, spesso risultando ostici alla lettura, Arcelli scrive in modo chiaro e scorrevole, spiegando ogni singolo termine del gergo tecnico da lui adoperato. Apprezzabile anche l’intuizione di inserire, tra i capitoli, brevi aneddoti tratti dalla sua lunga carriera di medico dello sport.
Malus: Arcelli sembra un po’ troppo convinto nell’elevare la dieta a zona a unico regime alimentare valido per raggiungere risultati consistenti. Ma si tratta di un dettaglio, se confrontato con la massa di informazioni utili e precise contenute nel libro.
Supercit.:

Che esperienza fantastica iniziare a correre! Al principio, ci sono di sicuro molti momenti in cui si avverte soltanto la fatica. Ma, a un certo punto, quasi all’improvviso, il piacere prende il sopravvento. Le gambe sembrano più forti e il corpo più leggero; è come se certe salite diventassero meno ripide e i percorsi che facciamo abitualmente si accorciassero. Soprattutto, si prova un benessere generale sia mentre si sta correndo, sia nelle ore successive. Durante la giornata ci si sente più dinamici, più pieni di energia, più vivi, e di notte si dorme meglio.

Consigliato a: pigroni, semipigroni, tapascioni, dilettanti, professionisti.
Curiosità: se andate sulla pagina Amazon dedicata al libro troverete gente che lo critica perché troppo “oscuro” e poco adatto ai principianti, ma anche gente che lo critica perché troppo “commerciale” e poco adatto ai professionisti: a mio avviso, un chiaro segno della riuscitezza del libro.