Spotify, lo Swaziland e l’idea coreana di teambuilding

Desultoriamente Spotify tira fuori dal nulla qualche perla, e questo spiega come mai quattro hipster nordirlandesi mi si siano conficcati nel sottoscala del cervello, senza alcuna intenzione di andarsene. Tuttavia nella maggior parte dei casi la riproduzione casuale di Spotify produce soltanto carriolate di fuffa, e quindi mi trovo costretto a rallegrare (?) la consueta corsa mattutina domenicale con BBC World Service.

A dispetto del nome serioso, la radio mondiale della BBC sa offrire contenuti piuttosto leggeri. Non sempre, certo, perché ogni tanto vanno in onda estenuanti dibattiti sulla politica interna dello Swaziland che ti succhiano ogni goccia di energia e felicità, come se i rappresentanti del Folletto ti suonassero a casa travestiti da Dissennatori. Ma dopotutto la BBC tiene non solo alla cultura dei suoi ascoltatori, ma anche alla loro salute mentale.

Qualche tempo fa su World Service avevo scoperto il mistero di Webdriver Torso. Ci avevo scritto un post, il caro vecchio Soggetto Ventuno ci aveva perso parecchie ore di sonno ma alla fine aveva risolto il mistero, prendendosi pure le lodi di diversi siti internazionali, mentre in Italia l’argomento aveva raggiunto i principali quotidiani. Insomma, un argomento non trascendentale, buono giusto per qualche ipotesi assurda davanti a una birra, al pub con gli amici.

(Fino a un certo punto. Poco dopo l’ondata di celebrità che l’ha travolto, Soggetto Ventuno è sparito dai radar ed è tuttora latitante. Ci dobbiamo preoccupare?)

Un altro buono spunto è arrivato con l’intervista a Nick Middleton, geografo e autore del libro An Atlas Of Countries That Don’t Exist, in cui vengono raccontate le storie di circa cinquanta Paesi non riconosciuti ufficialmente dalle autorità mondiali ma, a modo loro, esistenti. Spunti interessanti, insomma, che poi ti portano a cercare su Wikipedia l’inno della Groenlandia mentre torni dal lavoro in treno.

Il libro, peraltro, è stato pure tradotto in italiano, ma 25€ per 240 pagine mi sembrano un po’ un furto.

Anyway. In preda a un attacco di studioapertismo conclamato, domenica World Service ha proposto ai suoi ascoltatori la curiosa idea di alcune aziende della Corea del Sud (sì, quella di Gangnam Style e dei mondiali con l’arbitro Moreno). Pare che tra i sudcoreani i suicidi siano molto di moda – addirittura più del tofu ma, non preoccupatevi, meno delle bacche di goji. E pare che lo stress lavorativo sia uno dei fattori chiave.

E allora, per far apprezzare la vita, alcune aziende si sono messe a organizzare funerali finti per i loro dipendenti.

È tutto vero. Cioè, è finto, ma succede davvero.

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I dipendenti indossano una tunica bianca e sono invitati a scrivere una lettera, come se fosse il loro addio al mondo. Le lacrime si sprecano. Quindi i morituri si alzano dal banco, si avvicinano alla bara, entrano e si sdraiano. Un non-morituro passa e sistema il coperchio delle bare, le quali restano chiuse per 10 minuti circa.

L’obiettivo è far riflettere i poveracci sul senso della vita.

Non di traumatizzarli per sempre, eh. Farli riflettere.

È difficile capire la vera reazione dei dipendenti – la Corea del Sud è una società molto paternalistica ed è difficile che loro critichino le scelte dell’azienda, eppure sembra che la pratica colga nel segno.

«Dopo l’esperienza nella bara, ho capito che dovrei provare a seguire un nuovo stile di vita», afferma Cho Yong-tae dopo la cerimonia. «Ho capito di aver fatto molti errori. Intendo mettere più passione nel lavoro e passare più tempo con la mia famiglia».

Coreani. Difficile capirli. Ma dopotutto, dal Paese che ha creato Gangnam Style, cosa altro potevamo aspettarci?

(Qui l’articolo originale in inglese, con tanto di video illustrativo.)

(Ah, alla fine mi sono iscritto. Questo significa tante corse, tante sessioni Spotify, tanti dibattiti sulla politica interna dello Swaziland. Yay!)

#03 – La porta

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Cosa: La porta

Chi: Magda Szabó

Quando: 1987

Dove: Ungheria

Come: italiano (2007, Einaudi, traduzione di Bruno Ventavoli)

E l’originale? Az ajtó

Perché: come può un semi-sconosciuto romanzo ungherese di fine anni Ottanta finire nella classifica dei migliori 10 libri del 2015 stilata dal NY Times Book Review? Be’, lo hanno pubblicato con una nuova traduzione. Ok, ma una bella traduzione non fa un bel libro. Urge indagare in prima persona.

Sunto: una giovane scrittrice, Magda, e la sua non più giovane domestica-portinaia-tuttofare, Emerenc, si amano, poi si odiano, poi si amano, poi si odiano, poi si apprezzano (semi-cit.). Il romanzo – in parte autobiografico – ruota attorno a queste due donne, la prima immersa nell’effimero mondo delle parole su carta, la seconda ossessionata dalle meno nobili faccende terrene. Oltre a loro, ad accaparrarsi una discreta fetta di narrazione non è il freddo e perennemente malato marito di Magda – «il padrone», come lo chiama Emerenc (elemento che mi ha talvolta portato ad equiparare la vecchia a un canuto Gollum magiaro) – bensì il cane, Viola, che spesso funge da trait d’union fisico e metaforico tra le due protagoniste. Ah, be’, certo: poi c’è una porta, la porta, chiusa 365 giorni l’anno. Qualcuno la aprirà, infine? Embè, leggetevi il libro.

Bonus: Emerenc. La lunatica, testarda, incomprensibile Emerenc. L’infaticabile, schietta, commovente Emerenc. La domestica – mai apposizione fu più riduttiva – è un personaggio epico, nel vero senso del termine: in lei convivono l’astuzia di Ulisse, la rettitudine di Ettore, la strafottenza di Agamennone, l’umiltà di Enea, l’ira di Achille – e probabilmente altre caratteristiche di altri personaggi omerici e virgiliani che non ho studiato, ma dopotutto le lezioni di epica al liceo facevano dormire anche i sassi. In breve: Emerenc è un personaggio che vale il prezzo del libro (e/o il tempo della lettura).

Malus: la scrittrice si affligge con una discreta costanza, e ciò fa veramente prudere le mani al lettore, perché l’afflizione pare quasi sempre immotivata, o meglio, davvero superficiale, specie in confronto ai veri traumi vissuti da Emerenc e all’ammirabile forza con cui la domestica è riuscita a scrollarseli di dosso. Per il resto, di negativo non c’è altro da segnalare: i personaggi hanno nomi peculiari (pefforza, sono ungheresi) ma bene o male ce li si ricorda tutti; i flashback hanno un senso e sono ben dosati; la tensione cresce in modo uniforme per tutto il testo. Insomma, un signor libro.

Supercit.: Emerenc e la sua personalissima visione della morte di Gesù:

Disse che non aveva bisogno né di preti, né di chiese, non pagava neppure l’imposta sulla religione, durante la guerra s’era resa conto di quel che Dio era capace di fare, non ce l’aveva con il falegname e con suo figlio, loro erano dei bravi lavoratori, solo che il figlio si era lasciato confondere dalle menzogne dei politici, e quando i suoi capi cominciarono a ritenerlo scomodo, lo coinvolsero in una brutta storia per poterlo giustiziare. Le faceva pena soprattutto la madre perché, per lei, quello, non doveva essere stato un bel giorno, anche se per quanto strano potesse sembrare, il Venerdì Santo fu la prima notte in cui la poveretta riuscì a dormire tranquilla, perché prima s’era fatta solo tanto sangue cattivo per colpa del figlio.

Consigliato a: entusiasti dell’introspezione, cacciatori di storie del Dopoguerra nell’Europa dell’Est, esploratori dei più remoti antri di amore e amicizia.

Curiosità: ne è stato fatto un film? Ovviamente ne è stato fatto un film, che domande! The Door, uscito nel 2012, è stato diretto da tale István Szabó (non un parente della scrittrice). Fossi in voi, me lo risparmierei. Piuttosto ascoltatevi un po’ di Doors.

#02 – The Day The World Came To Town

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Cosa: The Day The World Came To Town

Chi: Jim DeFede

Quando: 2002

Dove: USA (William Morrow Paperbacks)

Come: American English

Perché: nell’editoriale di un numero di Internazionale di qualche settimana fa si parlava della straordinaria risposta di Gander, piccolo paese del Canada, agli attentati dell’11 settembre 2001. L’articolo diceva: “ne è stato fatto un libro”. E allora vuoi non cercare il libro?

E in Italia? Non che io sappia.

Sunto: Gander è una pacifica cittadina di ridenti pescatori. Non solo appartiene al Paese occidentale meno considerato della storia (il Canada), ma è pure su un’isola (Terranova, o Newfoundland) che forse manco i canadesi sanno di avere. Un giorno, però, due aerei si schiantano sulle Twin Towers di New York e il traffico aereo americano, per la prima volta da sempre, viene chiuso. Tutti gli aerei in volo verso gli USA atterrano un po’ dove capita. Pure a Gander, sì, dove c’è un aeroporto – perlopiù usato come scalo dall’esercito americano. Ed ecco quindi che un paese di 10.000 abitanti si trova ad accogliere 38 aerei con a bordo 6,122 passeggeri e 473 membri dell’equipaggio. Caos totale? Macché.

Bonus: la cosa bella del libro è la storia narrata, uno dei rari casi in cui leggi tutto, sospiri e pensi che forse l’umanità, dopotutto, non è poi così malvagia. In circa 200 pagine l’autore racconta le nobili gesta della popolazione, disposta a offrire tutto – cibo, vestiti, case, auto, scuole – per mettere a loro agio oltre seimila perfetti sconosciuti di ogni provenienza e religione.

Malus: DeFede, il giornalista autore del libro, rischia quasi di rovinare una storia che si narra da sola. Certo, è encomiabile il tentativo di raccontare le vite di passeggeri e autoctoni, di intervistarli uno per uno andando a caccia di parole toccanti e piacevoli aneddoti, ma i tantissimi nomi citati, alla lunga, creano una discreta confusione.

Supercit.: questa l’accoglienza riservata a George Vitale, poliziotto newyorkese, da una coppia di Ganderesi – o Ganderani?

Since the community center didn’t have shower facilities, Cindy and Reg Wheaton took Vitale to their home just down the street. They told him to help himself to anything in the refrigerator and to use the phone to make calls or the computer to send e-mails. They showed him where the remote for the cable television was located, handed him a clean towel, and left. He could stay as long as he wanted, and they told him that when he was done, he should just leave the door unlocked on the way out. Vitale was speechless when they left. Although the Wheatons thought nothing of leaving a stranger in their home, it was an act of faith Vitale desperately needed at that moment. Something to replace the pain he was feeling.

Consigliato a: chiunque voglia esplorare un lato poco conosciuto dell’11 settembre 2001.

Curiosità: i prodigiosi fatti accaduti a Gander sono anche narrati in un documentario uscito in occasione delle Olimpiadi invernali di Vancouver, 2010.