Une semaine à Paris – Jour 5

Jour 5

Giovedì 15 marzo, lo stage entra negli ultimi giorni. Sveglia alle 7.30, solita colazione, solito ritardo, solito tavolo lasciato così com’è per la gioia di Binot (che però s’incazza se la sera sparecchiamo noi al posto suo). Fuori dalla metro prendo il giornale Metro, appunto. Compilo il sudoku e con calma arriviamo a scuola: gli ultimi arrivano sempre tardissimo, perchè correre? A scuola è il mio turno nel dettato. Il mio pezzo è abbastanza facile ma pieno d’errori; o almeno così scopro guardando il testo originale (guardacaso, un articolo di Metro) che Damiani mi porge di nascosto. Correggo e gli errori e poi faccio il figo alla lavagna, dove ricevo i complimenti del Damien, le prof, mentre Miss Ambivere ride di nascosto. Da sottolineare i tre accenti sbagliati nonostante l’aver letto l’originale.

Nella pausa ritorno all’Hard Rock Cafè (ne sentivo la mancanza), esploro ancora un po’ in religioso silenzio, in contemplazione perfino, ed invito Arcieri (patito dell’house) ad uscire da questo tempio, essendo lui un eretico (in senso musicale). In seguito compro una bella t-shirt per me e un portachiavi meraviglioso, a forma di chitarra, per mio papà. Tagliaferri compra una maglietta per sé, uguale a quella di Federica. Al ritorno a scuola si scopre che è la stessa maglietta che Adobati aveva preso per la sua ragazza (Alessandra), ma anche la stessa che Arcieri aveva preso per la sua (Alessandra pure lei). Si scatena la lite Arcieri-Tagliaferri, prontamente sedata.

Ritorno a scuola, altre attività varie, poi subito metro, destinazione Bateau Mouche, simpatico (ma non troppo) battello che ci traghetterà sulla Senna. Arrivati nel quartiere richiesto, cerchiamo un luogo dove rifocillarci. Essendo il quartiere piuttosto ricco, troviamo solo locali cari. Alcuni temerari entrano in una brasserie; il sottoscritto invece si fionda (con l’aiuto di Viscardi) alla ricerca di un posto meno caro. Et voilà: in fondo alla via della brasserie, dietro l’angolo, spunta un McDonald’s. Dopo un attimo di esitazione, torniamo indietro ad avvisare la comitiva, per poi ridirigerci verso il tempio del consumismo (so che avevo detto che non avrei mai più mangiato in un Mc Do’, ma il portafoglio languiva, abbiate pazienza). Pranzo e poi tutti in marcia verso il Battello Moscio.

Al ritrovo è palese lo stato pietoso di Madini, tendente all’ubriachezza, ufficialmente brillo: appena localizzata, abbraccia Gamba, la quale, colta totalmente di sorpresa, non sa cosa fare, oltre a lasciarsi abbracciare. Anyway, si sale su un battello che fa da sala d’attesa per il Battello Moscio: è qui che Colombi, Carissimi (Ilaria, non Daniele) ed altri elementi vengono mitragliati dai piccioni: le giacche dei nostri eroi ne fanno le spese. Arriva il Bateau, si sale e si parte.

Nelle prime fasi Madini si tiene a debita distanza da Gamba (forse ciò che lo trattiene è lo stimolo del vomito, causato da mal di mare e alcol, ma è meglio proseguire). Mentre un tipo con una giacca orrenda descrive gli edifici che si vedono sulla terraferma, le due classi si attivano per le foto. Per tutta la durata del viaggio si susseguono gli scatti, mentre avviene il misfatto: Madini, ripresosi un filo dalle birre bevute, viene sgamato mentre si trova seduto accanto a Gamba. I due stanno abbracciati per tutto il viaggio, senza tuttavia (duole ammetterlo) fare altro. Immediatamente la classe si attiva e come un branco di paparazzi si avventa sulla coppia (?). Da sottolineare il fatto che entrambi sono fidanzati (così pare) con altre persone.

Sorvoliamo. Dopo tutte le foto si scende e ci si incammina verso il museo d’Orsay. Qui dovrei presentare un opera di Renoir, ma tutto passa in secondo piano. All’interno si segnalano le tante scale fatte, Grabova che si libera in bagno, e la presenza di un individuo terribilmente somigliante a Sposini. Mentre costui si allontana Carissimi urla: «Sposiniiiiiii». Non si gira. Non è lui. Dopo la visita (visita?) si torna a casa per mangiare e poi la sera si esce tutti insieme coi prof. Alcuni compagni individuano un bel locale. Una volta all’interno, si scoprono le abatjour stile Rinascimentale. Che locale in. Comunque, una volta entrati restiamo lì (bevo una birra che sa di acqua).

Brena fa un breve discorso annunciando che le prof pagheranno per tutti. Non annuncia però che i soldi sono ancora i nostri, raccolti a inizio gita come fondo comune per pagare i biglietti dei musei. Amen. In seguito tutti sul metro, per tornare a casa. Si concorda però di saltar fuori all’insaputa delle profe: questo avviene, ed è così che ci troviamo a una fermata della metro, tutti assieme, senza prof, pronti per andare in altri locali. Ma c’è Adobati che non vuole: tutti gli altri tentano di fargli cambiare idea, tra i più attivi ovviamente Grabova, ma non ci riescono. Il tempo passa, alcuni devono lasciarci per tornare a casa in tempo. Ed è così che non si fa più niente. Nell’amarezza generale ognuno torna a casa. Anche il sottoscritto si adegua: fermata di Hoche, casa, letto.

Sonno.

4 thoughts on “Une semaine à Paris – Jour 5

  1. roby 24 marzo 2007 / 16:27

    bravo frà hai messo anche il gossip…
    x gli amici di panz: ma gli trovate una ragazza x sto povero ragazzo??? sempre a pensare a quella squadra di serie B inglese???su su fatemi sto piacere… Grazie!!!😀

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  2. Daniele 26 marzo 2007 / 14:16

    caro il mio panzer mi resta sl una cs da dire dp questo intervento….. W LE STIZZE INGLESIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!!!!!!!!!!! e anke i compagnons!! troppo matti…… in quanto a roby7910g, le do xfettamente ragione!!!! ciao leso!! dany
    ps w il metal, morte agli offspring
    ps2 HASTA SIEMPREEEEE!!

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  3. labyrinthpersephone 30 giugno 2014 / 06:04

    Il fatto che tu dicessi “profe” mi fa pensare che ognuno ha i propri altarini. Io tenevo una frangia lunghissima e andavo in giro con le cinture con le finte borchie nere e bianche, ad esempio.

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    • franciswolves 30 giugno 2014 / 12:15

      Ma no, perché altarino? Qui da me gli studenti non dicono “prof” ma “profe”, sia questo uomo o donna🙂 Solo andando in uni a Milano mi sono convertito al “prof”.
      (Sulla cintura non mi esprimo, dato che non ci capisco niente.)

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