My Own New Year’s Eve

…che detto/letto/scritto così fa molto titolo di una puntata di Scrubs, in effetti.
Voi! Figli mai ripudiati di CubaLibre e Mojito! Amici e conoscenti di SexOnTheBeach, Caipiroska e Caipirinha! Voi che ogni sera non pregate l’angelo custode, ma l’Angelo Azzurro (ammesso e non concesso che qualcuno di voi preghi, la sera)! A voi mi rivolgo, perchè a voi è dedicato il mio personalissimo capodanno.
Tutto tranquillo a casa Teli. Ravasio è leggermente brillo, ma oltre a ridere come un matto senza particolare motivo, non presenta sintomi preoccupanti. Alcool sì, ma con moderazione. Birra, GinLemon, GinTonic, nient’altro. Anche perchè il barman (nella fattispecie, me medesimo) fa le dosi un po’ a caso. Ripensandoci, si spiegano così le risate sconclusionate di Ravasio, incapace di accorgersi che se si becca quattro “+4” di fila giocando a Uno, forse è perchè le sorelle Teli hanno modificato le carte in gioco mentre lui era in bagno. Povero Ale.
In ogni caso, niente di eccessivo. Dopo l’ultimo partita alla Wii, Panzeri torna a casa. Si toglie le lenti, si cambia, va a nanna. Ore 4.30.

Ore 8.30, Panzeri si sveglia. “Perchè mai alzarsi ad un simile orario, con sole quattro ore di sonno in corpo?”. Semplice, si lavora.
Doccia, colazione e via, verso nuove avventure. Sotto il Monte dorme ancora, ma i proprietari del bar Desirè no, e per estensione nemmeno io. Tra l’altro non ero neanche troppo assonnato, tanto da rifiutare il consueto caffè offertomi prima di ogni turno. “Sei pronto?” mi fa Oriana, la proprietaria. Ho la faccia di uno pronto, secondo te? Guarda che lo so che mi guardi sorridendo perchè ho la stessa faccia di Andrè Carcano di fronte all’unità 6 del libro di russo, cosa credi?
“Certo”, rispondo.
Mai stato bravo a dire bugie.
Incredibile ma vero, si materializzano i primi clienti. Cazzo, al primo dell’anno anche gli accanitissimi fedeli over70 staranno a casa, no? L’avranno bevuto anche loro un po’ di spumante prima di togliere la dentiera e andare a letto! Non dico ciocchi stinchi, ma gli sarà girata un filo la testa.
Macchè. “Due chine.. bollenti eh, che almeno ci scaldiamo!”
Ma una bella stufa per scaldarsi, no? E poi ‘ste chine Martini andavano di moda negli anni Settanta! Non vi dico di bere uno spritz dopo il brunch e prima del lunch (pur sempre restando comodi nel loft), ma non so, cambiate ogni tanto!
Tempo sprecato. ”Certo signori, subito!”. Il brivido alcolico dei clienti del Desirè non supera la China Martini e il Punch. Forse un giorno invece del Campari corretto bianco dovrei portare un bel Long Island. “Sì signora, lo so che è abbondante come Punch al rum, ma lo provi, non se ne pentirà”.
Poi oh, meglio i vecchietti col Punch che i bambini con le cioccolate. Per il semplice fatto che quando se ne vanno, la tovaglia non sembra un quadro di Kandinskij dopo qualche Montenegro di troppo.
Va be’. Pian piano la gente aumenta, e si arriva all’ora X. Ovvero al post-messa. Ragionamento aristotelico (non mi perdo nell’abduzione di osimiana memoria, prenderebbe troppo tempo. A: il Desirè è situato a circa 150 metri dalla chiesa locale. B: la chiesa locale è frequentata da over70enni e a quanto pare il parroco non spende troppo in riscaldamento. C: dopo ogni messa il Desirè è preso d’assalto dai fedeli sopracitati.
Il primo gennaio, per qualche strano motivo, è religiosamente parlando un giorno importante. Non lo so il perchè, non chiedetemelo, ci sarà qualche santo particolare. Geen idee. Anyway, più è importante la festa, più fedeli ci sono, ovvio. E più fedeli ci sono, più cappuccini devo portare ai tavoli. C’è di buono che i cappuccini sono comodi da portare: al banco hanno spesso l’abitudine di mettere i crodini in bicchieri lunghi e stretti, per la gioia mia e della mia mano da ex-operaio addetto al martello pneumatico. Non è affatto simpatica, come abitudine. Devo farlo presente.
L’ora X arriva, e il Desirè si riempie. Giuro: non c’è nessuno, ti giri, e hai i tavoli pieni. Vagamente mistica, come cosa. In genere al banco c’è sempre una ragazza (oltre ai proprietari, sempre presenti) che in casi di pienone dà una mano al malcapitato di turno (sempre me medesimo). Oggi niente. Però in qualche modo me la cavo, forse perchè effettivamente i pii abitanti di Sotto il Monte qualche bicchierozzo di spumante, per festeggiare, se lo sono bevuti, e sono rimasti a letto.
Da sottolineare la terza mancia in carriera, fornita dal signore – me lo ricordo benone – che voleva “un cappuccino tiepido con tanta schiuma”. Un euro e sessanta di mancia. Fanno follie, questi habituè.
In qualche modo arriva l’ora di pranzo. Io sono ancora bello preciso. Nel senso, non accuso il sonno. Stanco, ovvio, ma non addormentato. Prima mangiano i proprietari, uno alla volta, poi io. Lasagne. Mangiabili, non lo nego. Ma la parte migliore del pranzo è il poter stravaccarsi sul divanetto del tavolo 15. Con nessuno nel locale che ti pressa.
Dopo pranzo, entra qualche ragazzo per un caffè, ma niente di preoccupante. Verso le due mi è addirittura concesso di sedermi pure, dato che la folla scarseggia.
Verso le tre si rimette in moto la giostra. Si vede anche qualche giovane, emerso da casa per tentare di affogare nella cioccolata (con panna) i residui alcolici della serata. Poi pian piano arriva qualche famiglia, bimbi inclusi. Sanno essere i peggiori. “Amore, vuoi un ovetto?” “No.. le patatine!” “Ma dopo non le mangi! Prendi l’ovetto dai!” “Patatine! Coi Gormiti!” “No, no, poi le lasci lì tutte”. E CHE CAZZO, SIGNORA, GLI LASCI PRENDERE ‘STE DANNATE PATATINE! CHISSENE SE NON LE MANGIA, BASTA CHE LE PAGATE E IO NON MI OFFENDO!
”Va bene amore.. per lui un pacchetto di patatine, grazie!”
E a quel punto senti la vocina:
”No… ovetto!”
E te ovviamente avevi già segnato “patatine” sul blocchetto.
Forse finalmente mi spiego perchè non capisco chi adora i bambini alla follia. Mettetelo in un bar e circondatelo di cibo impacchettato in buste variopinte e confezioni accattivanti. Poi ne riparliamo.
Tra un insulto e l’altro arrivano le cinque. L’ora X pomeridiana. Solito assalto previsto?
No.
Dieci, trenta, sessanta persone entrano di colpo nella sala. Roba mai vista. Entrano veloci, spinti dalla poco accogliente temperatura esterna; entrano avidi, di cioccolate con e senza panna e di tisane a me sinora sconosciute. “Una tisana al finocchio, per favore”. Cioè, te ti vedi sto ragazzone alto, moro, barbuto, sui 27-28 anni. Ti vede arrivare, ti sorride. Potrebbe benissimo dire: “Per me un Negroni, grazie”. E invece quando arrivi lo senti dire, con voce sicura: “Una tisana al finocchio, per favore”.
NOOO! Anche te nooo! A trent’anni tisana al finocchio, a quaranta un bianchino, a sessanta un Punch al mandarino! Non farlo! Sei ancora giovane!
Tu segni l’ordine, prendi e te ne vai, quando all’improvviso ti richiama. “Scusa…”
Dillo, che la tisana è per tua nonna, che te bevi un crodino, una birra, un qualcosa di giòòòvane.
”Scusa… la tisana, puoi farla con lo zucchero di canna?”
Illuso.
”Certo”.
Nel bar intanto regna l’anarchia. Robe mai viste. Ok i tavoli pieni, ma addirittura tre file di gente al banco. La prima fila che beve, la seconda che aspetta la prima, la terza che si dice “ormai sono entrato, prima o poi qualcosa berrò”. E intanto mi intralciano, quelli della terza fila. Con due file ho spazio per passare, con tre no. E allora si urla. “Signori! Permesso signoraaaa!” alla solita sciura impellicciata impegnata a sparlare di quella seduta al tavolo 8, quella con l’anello di diamanti.
E alla fine, bene o male, per quanto ti impegni, qualche danno lo fai.
Sono lanciato verso il banco, in mano un vassoio con una teiera, tre tazze da thè, due tazzine da caffè, e un b
ic
chiere da latte macchiato. Un omino si gira di colpo, tagliandomi la strada. Io inchiodo, il piattino rosa in bilico sul mio vassoio no.
”Sono la tazzina rosa della signora Pesenti”, direbbe Palahniuk.
Ma il caos è talmente caotico che la folla attutisce il rumore della tazzina e in 30 secondi non c’è più niente di rosa sparso per terra.
In qualche modo ci si destreggia tra i clienti. E chissene se urti contro le sedie del tavolo 3, sono loro che si sono seduti in sei in un tavolo progettato – negli spazi – per due. Davvero, l’ora X pomeridiana del primo gennaio è un qualcosa di epico. Tipo assedio di Fort Apache. O assalto alle mura di Costantinopoli.
Non si sa davvero come, la folla sfolla, e riprendo fiato. Sudato, stanco, con quattro ore di sonno in corpo. Sono le sei e inizio a perdere colpi.
Poi la gente degli aperitivi, ma ormai il peggio è andato. Sono le sette, barcollo ma non mollo.
Infine le pulizie della sala. Con la gentile collaborazione, per una volta, dei proprietari, oltre che delle ragazze del banco. Sono le otto, prendi i soldi e scappa.

Casa. Doccia. Cena: una banana e un mandarino.
Immancabile controllo di Facebook.

Sono le dieci, e vado a letto. Buon anno anche a voi, gente.

3 thoughts on “My Own New Year’s Eve

  1. Elisabetta Di Stefano 6 gennaio 2010 / 17:29

    Come sempre, grazie.Per la cronaca: il 1 gennaio è Maria Madre di Dio, per quello la gente va in chiesa (adesso sai con chi prendertela per la folla mattutina XD)

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  2. Gioia 6 gennaio 2010 / 17:29

    Cazzo. O meglio: strepitoso,cazzo!Giuro che se non fai quel concorso potrei venire fino a Bonate a prenderti a calci in c**o..Ora che ho la patente è tutto più semplice! :DE comunque..Ora capisco il tono vagamente sarcastico del tuo messaggio dopo i miei auguri il primo gennaio! xD;)

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