Zeist 2010 – Zexian, che si legge come in “Brescia”

Ebbene sì, mi tocca. Non è uno degli argomenti più interessanti del Zomercursus; non è una delle persone che vorrò incontrare un’altra volta in futuro; non è una delle innumerevoli belle ragazze presenti a Woudschoten. Ma ce l’avevo in camera, e quindi mi tocca parlarne. Dalla Cina con furore, ecco a voi Zexian.

IMG_0316Appena arrivato al centro conferenze, il primo giorno, dopo un viaggio ricco di imprevisti, vengo dirottato verso una camera. Agli studenti sono riservate camere singole e doppie. «Chissà cosa mi capita» penso. Alla reception ricevo la tessera della stanza 313. «Come la macchina di Paperino!». Ci vuole poco per farmi contento, eh.

Dopo una ventina di minuti spesi per orientarmi nel nuovo luogo di residenza, raggiungo la 313. Va detto che ero uno degli ultimi arrivati, quindi immaginavo di trovarmi già davanti il futuro kamergenoot.

Apro la porta e… nessuno.

Strano, ci sono due letti. Qualcosa non torna. Boh, magari ci sono stati dei problemi con gli aerei, i treni, i pullman. Amen. Tutto contento tolgo un po’ di roba dalla valigia e la piazzo a caso nella stanza. «Magari hanno finito le singole e mi hanno lasciato da solo in una doppia».

Povero illuso.

La sera, chiacchierando con alcuni studenti, scopro i primi problemi di convivenza sorti tra compagni/e di stanza. «Ah, che peccato! Dici davvero? Che sfiga! A me è andata bene invece, sono l’unico inquilino di una doppia!». Bello fiero, giusto per creare un po’ di sana invidia gratuita. Ma, una volta di più, avevo parlato troppo presto.

Di ritorno dalla cena, supero la reception e scorgo due ragazzi dai tratti palesemente asiatici. Dotati di tracolla e trolley, stanno confabulando con la ragazza al banco. Il pensiero è tanto pessimista quanto immediato: «Porca merda, uno me lo prendo di sicuro io».

Mi lancio, mi catapulto, mi proietto in camera per godere degli ultimi istanti di libertà, con la speranza (come tutti sanno, l’ultima a morire) che i due nuovi ospiti vengano indirizzati verso altre zone, altri piani, altre camere. Woudschoten è piuttosto grande, in fondo…

Macché. Come previsto, qualcuno tenta di far scattare la serratura della 313 con un’altra tessera, e infine ci riesce.

«Cazzo».

Ed eccolo, in tutto il suo splendore. Un giovanotto allampanato, con capelli a spazzola neri e occhi a mandorla rimpiccioliti da un paio di spessi occhiali rettangolari. Trascina a fatica il trolley dentro la stanza, chiude la porta, deposita la tracolla, saluta. Saluta e si presenta.

Oddio, tenta di presentarsi. Dice come si chiama una, due, tre volte. Sarò io stupido, eh, ma proprio non riesco a collegare il fruscio emesso dalla sua bocca a un nome asiatico intelligibile (non che le mie conoscenze siano ampie…). Lo blocco. «Momentje! Wait a minute!». Prendo la lista dei partecipanti e mi metto alla ricerca di nomi asiatici, finché non arrivo a Zexian M. (China). Bingo. Ah ok, quindi non si legge Zecsiàn ma Zéscia, come in Brescia. Chiarissimo.

Scambiamo due parole: mi dice che parla poco olandese e pochissimo inglese. «Alla grande», penso. È preoccupato perché ha saltato il test d’ingresso, e ha paura che ci siano problemi legati all’inizio delle lezioni. Mi conferma che viene dalla Cina. È stanco e vuole dormire. «Magari si è appena fatto un volo Pechino – Amsterdam, ha anche ragione a essere stanco».

E così prendo cellulare e portafogli ed esco dalla stanza. Lì ammetto di aver avuto l’unico, vero momento di smarrimento nell’arco delle tre settimane. In camera un cinese con evidenti problemi di comunicazione, nei corridoi tante facce sconosciute – anzi, solo facce sconosciute, dato che i pochi con cui avevo socializzato durante la giornata sembravano essersi volatilizzati. Ma questo non è l’argomento del giorno. Torniamo a Zexian (che si legge come in “Brescia”).

Dopo poco tempo avverto anche io la stanchezza del viaggio e decido di tornare in camera. La situazione non è delle migliori, in quanto comprende un letto a cui non sei abituato e un compagno di camera da non svegliare. Le ore passano lentamente, il sonno latita. Verso le 4 raggiungo la pace dei sensi e mi addormento.

IMG_0228Il risveglio è brusco. Qualcuno sta facendo scendere l’acqua del rubinetto. Sono le sette di mattina, è il secondo giorno di un corso estivo nel cuore dell’Olanda e tu, cinese delle mie Converse, non hai proprio capito un cazzo di come funzionano le cose. Che poi in realtà uno può dire «Va be’, per una volta, lasciagliela passare!». Lasciagliela passare un cazzo: dal primo all’ultimo giorno (salvo eccezioni che affronterò a breve) sveglia alle 7 e rubinetto aperto per diversi, lunghi, interminabili minuti. E neanche in modo coerente. Zexian (che si legge come in “Brescia”) apre il rubinetto, e lo chiude dopo dieci secondi.

Riapre, richiude.

Ri-riapre, ri-richiude.

Apre, chiude, apre.

Chiude, apre.

Chiude.

Apre, chiud-BASTAAAAA! Cosa cazzo stai facendo, ti lavi dieci centimetri alla volta?! Sei infiammabile e ti maneggi con cura?! Dillo che vuoi solo farmi svegliare male!

Non so se si è intuito, ma i rapporti tra il sottoscritto e Zexian (che si legge come in “Brescia”) si sono progressivamente incrinati.

No, incrinati non è la parola giusta. Diciamo che nella prima settimana le uniche parole che ci scambiavamo erano hoi o goedemorgen alla mattina. Diciamo che nella seconda settimana, se lo incontravo in giro, facevo finta di non vederlo. Diciamo che nella terza settimana sono passati giorni interi senza che ci salutassimo. Oddio, non che passassimo del gran tempo insieme.

A dirla tutta non lo vedevo mai. Io ero sempre in giro, lui era sempre in camera. Si svegliava la mattina, andava a lezione, pranzava, faceva il riposino pomeridiano, faceva i compiti, cenava, faceva i compiti e andava a letto. Se escludiamo pasti e lezioni, viveva in camera. Non l’ho mai visto parlare con qualcuno che non fosse il suo socio cinese – che tra l’altro aveva la faccia simpatica, ed era molto socievole, e quando si spostava quasi sembrava un Pokemon.

Non l’ho mai visto in bici, mai visto giocare a ping-pong (un cinese che non gioca a ping-pong! FANTASCIENZA!). Non l’ho mai visto al bar. Una volta, in un impeto di compassione, gli ho detto: «Dai, basta compiti! Scendi, vai al bar, beviti una birra!».

Lui, che stava facendo i compiti, ha alzato la testa, ha sorriso, ha riabbassato la testa e ha ripreso a completare i suoi dannati esercizi.

Che poi uno pensa «È sempre sui libri, deve essere finito in un gruppo dove il livello è altissimo!». No: gruppo 1. Il più basso. Chissà se fosse stato nel 12 (no, ok, il prof del 12 era Michel, non avrebbe fatto niente da mattina a sera).

E poi, va be’, appendeva le mutande alle grucce.

IMG_0388L’armadio era comune, eh, in teoria, ma come potete immaginare in breve tempo ho deciso di lasciarlo tutto a lui.

Ogni tanto mi vendicavo. Oh sì. Una volta l’ho fregato e mi sono svegliato alle 6.45. E ovviamente ho fatto il maggior casino possibile nell’alzarmi, nell’andare in bagno, nel lavarmi. Ho anche fatto suonare la sveglia tre volte, anche se ero in piedi da un pezzo.

E poi c’è la storia della doccia. Senza volerlo, devo ammetterlo, ho fatto picchiare il soffione della doccia contro la parete, e questo ha pensato bene di staccarsi dal tubo. Cosa fare, avvisare la reception? E perché mai, quando si può scaricare la colpa su quell’essere inutile che dorme nella tua stessa stanza?

Ho preso il tubo e in qualche modo ho incastrato il soffione. Un incastro molto debole. Ho atteso il momento doccia del collega. Ho sentito il rumore dell’acqua che iniziava a scorrere, e subito dopo il tonfo di qualcosa di metallico. E ho sogghignato, in attesa degli sviluppi successivi.

Purtroppo il mio piano non ha funzionato: anche Zexian (che si legge come in “Brescia”) ha agito nello stesso modo. Ha incastrato i due pezzi e probabilmente ha pensato: «Perché chiamare la reception quando posso scaricare la colpa su quello stronzo di un italiano che dorme nella mia stessa camera?». In poche parole, attualmente il personale di Woudschoten è ancora all’oscuro del problema alla doccia della camera 313. No, magari se ne sono accorti, eh. Ma ormai è troppo tardi.

Ultima perla degna di essere condivisa è quella dell’ultima sera.

Ragazze con vestitini appariscenti, professori in tiro, menu speciale: è la serata finale del Zomercursus. Cena, spettacolo e serata danzante con tanto di dj. Poco prima della conclusione dell’ultimo pasto, il responsabile del corso si impossessa del microfono e annuncia: «Questa sera ognuno di voi riceverà tre gettoni! A ogni gettone corrisponde una consumazione gratuita al bar».

Folla in delirio.

La serata è, mettiamola così, estremamente interessante. Prima lo spettacolino, poi tutti al bar. Fiumi di birra scorrono tra gli studenti del Zomercursus, e si balla fino a tardi.

Il sottoscritto rientra in camera quando è inutile mettersi a letto. Meglio preparare la valigia e poi fare colazione. Ma, nonostante le condizioni poco stabili, c’è tempo per un’occhiata alla scrivania. Lì giacciono tre verdi, brillanti, preziosissimi gettoni in plastica.

«Ciao, mi chiamo Zexian e l’ultima sera sono andato a letto dopo cena, alle 20 circa».

Non mi mancherà.

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One thought on “Zeist 2010 – Zexian, che si legge come in “Brescia”

  1. franciswolves 26 marzo 2014 / 19:30

    L’ha ribloggato su Do As I Say, Not As I Doe ha commentato:

    Poco fa gironzolavo per i siti Ryanair e Easyjet e dal nulla mi è venuto in mente Zexian. La sua camiciona a righe, i suoi occhiali da talpa, il suo stakanovismo accademico. Ho deciso che in questo momento sta convincendo un qualche imprenditore olandese a investire parti ingenti del suo capitale nella MaZex, piccola azienda con trenta dipendenti e un brillante futuro davanti a sé, mentre io sono qui seduto a meditare su un avvenire quantomeno grigiognolo. E ho pensato che fosse un buon momento per (fare) rileggere e rivivere quanto accaduto nella camera 313 di un centro conferenze immerso nel cuore dell’Olanda, quattro anni fa.

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