Zeist 2010 – Lezioni Arancioni

Molto bene. Dopo l’odissea del primo giorno, dopo la descrizione del buon Zexian e di tutte le sue virtù, direi che possiamo cambiare argomento. Partiamo da qualcosa di tranquillo (dopotutto è mattina, non potete pretendere troppo).
IMG_0496Per quanto strano (e falso) vi possa sembrare, il sottoscritto è andato in Olanda per studiare e imparare tante tante tante cose nuove. È vero, l’ambiente (verde ovunque, tavoli da ping-pong, birre a 1.50 €) conciliava tutto tranne che lo studio, eppure i cursisten di Zeist hanno passato le loro belle ore su schede ed esercizi.

In principio fu il test d’ingresso. Dopo l’arrivo a Woudschoten verso mezzogiorno, gli studenti hanno potuto consumare il primo pranzo olandese (e fare quindi conoscenza con pane, pane e ancora pane). Subito dopo, pausa digestione e intorno alle 15 circa il tanto temuto test d’ingresso.
[Apro una parentesi. Se avete letto le mie disavventure riguardanti il viaggio d’andata, potrete bene immaginare in quali condizioni mi trovassi: una mattina passata a fare avanti e indietro tra treni e stazioni, con zaino in spalla e borsone (borsone, non trolley, quindi no rotelle) di notevole peso in mano; tentativi fallimentari di comunicazione in lingua arancione; disorientamento, stanchezza, bisogno di calma e riposo. E se proprio vogliamo dirlo, erano due mesi che non toccavo un libro di olandese. In poche parole, non ero nelle condizioni migliori per fare un test che avrebbe avuto ripercussioni sull’intero corso.

Giusto per aumentare la confusione da neo-arrivato in terra straniera, sono pure stato coinvolto in un’intervista. Proprio di fronte all’ingresso principale, due giovani (e olandesi, quindi bionde e tendenzialmente avvenenti) ragazze stavano parlando con due ragazze russe. Il sottoscritto commette l’errore di avvicinarsi troppo e viene bloccato da una delle due ragazze olandesi, che con la concretezza tipica degli autoctoni esclama: «Ciao, siamo due giornaliste. Vuoi rispondere a qualche domanda?».

Oh, merda.

Mi sono inventato una scusa, e ho declinato gentilmente l’invito. Fortunatamente, a placare la fame (di notizie, cosa avete pensato?) delle due reporter è arrivato l’unico collega italiano (maschio) del corso, il buon Fortunato.
IMG_0040La mattina seguente, vedo appropinquarsi un Michel particolarmente gongolante e rimbalzante, che con fare subdolo mi consegna un foglio e mi dice «Sei arrivato ieri e sei già finito sul giornale, eh? Bravo, bravo…». Ebbene sì, sono stato fregato. Non è bastato non concedere dichiarazioni alla stampa: sul giornale di Utrecht ci sono finito comunque, sebbene solo in fotografia. L’articolo non è particolarmente brillante: le due ragazze russe fanno un monologo su quanto sia bella, chic, utile e interessante la lingua olandese, e in chiusura Fortunato viene fatto passare per il tipico italiano che è in Olanda solo per bere e fumare (ah, i pregiudizi della stampa estera!).  Chiudiamo ‘sta parentesi, va’, che sta diventando un po’ troppo lunga].

Dicevo, test d’ingresso in condizioni precarie. Al momento prestabilito veniamo radunati e poi divisi in gruppi. Il sottoscritto capita con colui che col passare dei giorni diventerà il celeberrimo Edo: tra i 55 e i 60 anni, pochi capelli grigi in testa, occhi minuscoli dietro gli occhiali, guance e naso perennemente bordeaux, notevole pancia olandese. Ah già, dimenticavo: di mestiere fa il professore.
Vi viene consegnato il test: tre esercizi in tutto. Molto attendibile, mi dicono, come test. Il primo è sorprendentemente facile, il secondo è un po’ più complicato, il terzo è senza dubbio troppo difficile per me. Consegniamo e ci dirigiamo verso la zona thè-caffè. Relax? Nossignori. Ho appena preso in mano un bicchiere di succo, e subito sento urlare “Francesco! Francescoooo! FRANCESCOOOO!”.
«Stai facendo una figura di merda, stai facendo una figura di merda, stai facendo una figura di merda. Corri, corri, corri!»

L’urlante in questione è, ovviamente, Edo. Abbandono il succo (a malincuore) e seguo il folle: prova orale. Ovviamente cammino tra due ali di folla che hanno appena assistito ai richiami poco ortodossi del docente in questione. «Se non ci sono almeno cinquanta persone presenti alle tue figure di merda non sei contento».
L’orale consiste solo in alcune domande di rito («Come ti chiami? Da dove vieni? Com’è andato il viaggio? Quale pensi che sia il tuo scopo su questo pianeta?» Eccetera, eccetera…). In cinque minuti me la cavo e ho finito. Riposo.

La mattina seguente arriva il grande annuncio. Una volta calcolati i punteggi del test, i professori ci hanno diviso in dodici gruppi. Si va dal gruppo 1 (livello più basso) al 12 (per i robot tedeschi). Il grande timore di finire nel gruppo 1 si rivela infondato, dato che il mio nome è tra gli eletti del gruppo 6. Livello intermedio, preciso spaccato. Giustamente, quel ragazzo simpatico come un testimone di Geova alle 8 di domenica mattina che risponde al nome di Zexian (proprio lui) finisce (pensate un po’) nel gruppo 1. Evito di pubblicare la mia reazione, so che ci sono dei minorenni tra i lettori.

IMG_0378E così partono le lezioni. Ogni mattina, da lunedì a sabato, due ore con il proprio gruppo e due ore di lezioni “a tema”: ogni professore tiene lezioni sugli argomenti più disparati, e gli studenti possono scegliere a cosa partecipare (geografia dei Paesi Bassi, la musica olandese, libri e letteratura, attualità, grammatica… per tutti i gusti, insomma). La docente del mio gruppo è Anita, simpatica donna di mezz’età, residente a Amsterdam. Le nostre lezioni riguardano grammatica, verbi, modi di dire e  neologismi, ma spesso esponiamo semplicemente la nostra opinione riguardo a temi d’attualità (il fumo nei locali, la vendita di droghe, la chirurgia plastica… e sappiate che non è facile alle 10 di mattina parlare in olandese di tette rifatte).

I compagni di gruppo sono generalmente simpatici. Sono rappresentate Indonesia (Zea e Rengga), Russia (Olga), Spagna (Basilio), Georgia (Ia), Ungheria (Adèl, Andrea, Erika) Bielorussia (Alesia), Bulgaria (Georgi), Germania (Annette), Grecia (Lila), Rep. Ceca (Katarzyna), Polonia (Anna) e Italia (Io! Io! Io!). Già, un bel casino. C’erano studenti universitari, ovvio, ma anche lavoratori, ragazze sposate e con figli.
Devo dire che sono riuscito nell’impresa di farmi odiare da più o meno tutti i miei colleghi, causa foto di classe.

Nel giorno prefissato per le fotografie, il buon Georgi era dal medico. Quindi siamo stati costretti a scegliere un altro giorno. Peccato che quel giorno il sottoscritto si sia bellamente dimenticato della foto: alle quattro, ora prescelta per gli scatti, ero tranquillo tranquillo sulla spiaggia di un laghetto vicino a prendere il sole. Risultato: nella foto del gruppo 6, stampata dai docenti e consegnata nell’ultimo giorno di corso, il mio faccione non c’è! Fortunatamente, sono però presente nella foto stampata sulla maglietta che abbiamo regalato ad Anita l’ultimo giorno (si veda l’immagine d’apertura). Il regalo è stato ricambiato: ognuno di noi ha ricevuto un pacchetto di stroopwafels (biscotti tipici olandesi) e un portachiavi con dei mini-zoccoli bianchi e blu.

Ve lo immaginate, un docente universitario italiano, a regalarvi dei biscotti alla fine del semestre? Io no.

Ok, è vero, il zomercursus non corrisponde all’università olandese. Però molti dei docenti incontrati a Zeist insegnano in atenei nederlandesi. Togliete Michel, che è da vent’anni in Italia, e da lì non si schioda più. Ma gli altri, per quanto folli (Edo in primis, con le sue imprecazioni in perfetto italiano), insegnano ad alti livelli nel loro Paese.

La differenza con l’Italia, da questo punto di vista, è abissale. In ogni lezione vieni coinvolto, il tuo parere è più importante delle nozioni del professore. Si dice spesso che l’istruzione olandese punta a modellare la mente di uno studente, a stimolarla, a permetterle di produrre opinioni, piuttosto che a imbottirla di date, formule e concetti.
E poi, l’informalità. Può benissimo capitare che un professore voglia farsi dare del tu, voglia farsi chiamare per nome. Può capitare che con un professore si parli di musica e calcio. Può capitare di trovarsi a bere una birra coi professori. Ve lo immaginate (mi rivolgo ai colleghi delle Civiche) De Francesco che vi offre da bere e che inizia a fare commenti spinti sulle ragazze presenti nel locale? Assolutamente no. Absoluut niet.

IMG_0491Chiuderei parlando brevemente di una persona che ci ha tormentato per tutte e tre le settimane di corso. Woudschoten è un centro conferenze, non una scuola, e in quanto centro conferenze non è dotato della proverbiale campanella che pone fine alle lezioni. A questa mancava sopperiva perfettamente un uomo che risponde al nome di Bill Gates. No, non si tratta di quel Bill Gates. Però gli occhialoni e i capelli erano identici a quelli dell’ex boss della Microsoft. Aggiungete il fatto che non ho mai saputo il suo vero nome.

Quale era lo scopo di Bill? Teoricamente, era uno degli organizzatori del corso. Praticamente, aveva la semplice funzione di scartavetrare gli zebedei degli studenti (e dei professori) presenti. Quando si avvicinava la fine delle lezioni, Bill si impossessava di una di quelle campane che tante volte abbiamo visto al collo di mucche al pascolo in pace con il mondo. Bene. Armato di campana, Bill vagava per i corridoi, col suo inconfondibile passo furtivo, e faceva risuonare la campana all’esterno delle aule.
Apparentemente, niente di grave. Il problema era dato dal fatto che il tenero Bill sembrava trarre particolare godimento e piacere dal suono della campana, e quindi la lasciava risuonare a lungo. E sempre a un certo volume, sia chiaro. Ecco perché anche i professori (leggasi, Michel) non lo sopportavano.
Inoltre, sempre il Gates aveva l’abitudine di interrompere i pasti con annunci di importanza nazionale (gli orari dei pullman per Zeist, per esempio, quando quasi tutti ci andavano in bici) e il volume del microfono, tanto per cambiare, non era affatto basso. Un uomo, un concentrato di simpatia.

Sono in attesa di alcuni video, e poi sarà tempo di parlare di calcio! E delle escursioni, e forse anche di altro. Alla prossima.

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