London Town Alphabet – Part 2

Nostalgia, tremenda nostalgia. Inutile cercare motivazioni più nobili per scrivere: chi non vorrebbe tornare ai giorni di Londra? Be’, io voto per il sì. Ma purtroppo dell’allegra gitarella SCM in terra d’Albione restano solo i ricordi. L’obbiettivo è non perdere anche quelli.

I wanna fuckin’ sleep: ebbene sì, la vita d’ostello include anche queste perle. Sono i primi giorni, forse il primo in assoluto, e la camera dello Steam Engine ospita, oltre ai nostri eroi, il già citato Cinegro e una coppia di innamorati (e chi lo dice? E se invece fossero solo amici intimi? E se invece era solo una storia di sesso? Nessuno saprà mai la verità!); dicevo, una coppia di inglesi apparentemente in amore. Ebbene, possiamo solo immaginare la reazione dei piccioncini in seguito all’invasione italica della “loro” camera. Be’, ok, c’era anche il Cinegro, ma voci di corridoio dicono che fosse asessuato, quindi non lo considero. Quale sarà stata la risposta della coppietta di fronte all’arrivo della temibile combo bionda Bani-Marzucco, quale la replica al pacco abnorme di Carcano, quale la contromossa per il casino tipicamente italiano importato per l’occasione dalla spedizione russo-olandese? Be’, il titolo è abbastanza chiaro. Un rientro in camera non abbastanza silenzioso è sufficiente per scatenare l’ira dell’esemplare maschio inglese. “I wanna fuckin’ sleep!”, è il richiamo che proviene dalla cima del letto a castello opposto a quelli degli italiani rumorosi. E il silenzio cadde, ma non si fece male.

London: sì, perché fondamentalmente è per questo che della gente che non riesce a organizzare un’uscita di gruppo riesce a pianificare una gita all’estero di 5 giorni. Per la destinazione. Chi ci è già stato varie volte, ma non riesce a farne a meno. Chi ha avuto una sola possibilità, e gode all’idea di averne una seconda. Chi ne ha sempre e solo sentito parlare, e vuole finalmente toccare con mano.

London By Night

Londra accoglie tutti, senza farsi troppi problemi. È troppo impegnata a tenere d’occhio gli impeccabili business men della City, per prestare attenzione ai soliti stupidi turisti che la invadono in ogni mese dell’anno al solo scopo di fare foto pessime e spendere badilate di sterline. Mica si lamenta, lei, di tutti questi soldi facili. In cambio, però, offre merce piuttosto preziosa, e i nostri eroi non possono non approfittarne. Si va dai templi del consumismo (Harrods, Hamleys) ai monumenti storici (Tower Bridge, Trafalgar Square), passando per edifici di dubbio valore artistico e morale (il celebre “testicolo di vetro”) e vie storiche, come la mitica Carnaby Street. Londra è molte cose messe insieme. È la somma aritmetica delle metro impeccabili e dei buskers che suonano per qualche spicciolo, della polizia a cavallo e dei punk di Camden, dei mercatini economici e dei quartieri chic di Chelsea. E non venite a dirmi che il London Eye illuminato vale meno della Tour Eiffel, blasfemi che non siete altro.

Metropolitana: avete presente la metro di Milano? Bene, mettetela da parte (cit). Non l’avete presente? Mettetela da parte comunque. O preferite a tutti i costi celebrare vagoni che spesso emanano un odore non proprio idilliaco, fogli di giornale sparsi per le stazioni, omini ATM quasi sempre addormentati nei loro gabbiotti di competenza? London Town, si sa, è tre livelli sopra. Ma non mi stancherò mai di ripeterlo. Anche perché a un servizio migliore fa seguito un migliore comportamento della cittadinanza. Tutto ciò si può riassumere in un singolo episodio. Panzeri e Tunesi, diretti verso improbabili mete calcistiche (leggere sotto per saperne di più), si tuffano per l’ennesima volta nell’intricata rete della London Underground. A un certo punto, all’imbocco della linea marrone, un addetto alla manutenzione pianta un cartello nel bel mezzo del passaggio e ci scrive sopra “Linea interrotta per lavori – percorso alternativo sulla linea nera”. Immaginatevi una scena simile in Italia. Scoppierebbe il finimondo. L’omino ATM, in realtà incolpevole, verrebbe ricoperto di insulti (se gli va bene) e rischierebbe il linciaggio. Invece, cosa accade in quel di Londra? Assolutamente niente. La gente si avvicina al passaggio, legge il cartello e torna indietro. Ai più volgari scappa un comprensibile “Oh, gosh!”. Che incivili, eh?

Nazionalità italiana: ah, l’Italia! Popolo di santi, poeti e navigatori, certo. Ma anche di mafiosi, evasori fiscali e turisti invadenti. Potevano essere da meno i rappresentanti del gruppo misto olandese-russo? Ovviamente… no. Sarà la mancanza d’attenzioni riservata dai taciturni londinesi, sarà il furore italico che non può essere trattenuto in alcun modo, sarà che i nostri eroi, quando c’è da far casino, rispondono sempre presente.

Turisti stupidi in posa da turisti simpaticissimi e originali

Figurarsi a Londra. Appena arrivati, già qualcuno se n’era accorto: “mi raccomando, poco casino, non facciamoci riconoscere come sempre!”. Parole al vento. All’aeroporto Panzeri e Carcano iniziano a slalomeggiare tra i presenti in fila al check-out (ammesso che si chiami così), accodandosi alla fila più veloce, nel tentativo di guadagnare tempo e posizioni. Per non parlare poi degli spostamenti in metro e in treno, durante i quali la comitiva SCM si impone sul religioso silenzio britannico. “Italioti!” è il grido di Bani, un ammonimento che si ripeterà circa 23.948 volte nel corso del soggiorno londinese. Parole vane (anche perché la ragazza è una delle principali casiniste del gruppo, in compagnia di Marzucco). Deludente, almeno in parte, è anche l’approccio con la lingua straniera. Ok, è vero, è difficile intavolare una discussione in perfetto RP accent con i kebabbari egiziani, i commessi pakistani di Subway e i commessi asiatici dei vari McDonald’s. La fluency dei madrelingua resta tuttavia un sogno. Ad esprimere al meglio la frustrazione degli aspiranti interpreti e traduttori è sempre Bani: “Ma io in Italia sono brava!”. Iès ui kèn!

Owned: parentesi culturale, per i non addetti ai lavori. Il verbo inglese “to own” viene tradotto in italiano come “avere, possedere”, ma da qualche anno a questa parte il termine “owned” viene utilizzato nel web, come illustrato dalla pagina inglese di Wikipedia, per sottolineare un’umiliazione, una fregatura, una pesante sconfitta.

Owned! - Perché le cose si imparano meglio da piccoli

Ebbene, la parola è stata spesso utilizzata durante la scampagnata londinese dal temibile duo Panzeri-Tunesi, fregati spesso e volentieri in varie zone della capitale. Impossibile tralasciare l’owned principale: la prima esplorazione per localizzare Stamford Bridge, stadio del Chelsea. Al termine di un intenso pomeriggio a base di sightseeing e doppi sensi, i due rappresentanti del gruppo 2.4 NL decidono di staccarsi dai colleghi russi, diretti verso il campo base dello Steam Engine, e proseguono imperterriti a scarpinare con lo scopo di scovare il celeberrimo stadio dei Blues di Ancelotti. I due si incamminano speranzosi, guidati dalla passione per il calcio d’Oltremanica (anche se le rispettive fedi calcistiche li dovrebbero portare un po’ più a nord, nelle Midlands). Ovviamente nessuno dei due conosce di preciso la strada da seguire. Panzeri si affida al pensiero logico-matematico: “lo stadio del Chelsea deve per forza trovarsi nel quartiere di Chelsea”. Tunesi lo asseconda convinta. I due eroi marciano a lungo all’interno del quartiere più chic di Londra, ricco di villozze esclusive e auto di lusso. Improvvisamente, la folgorazione: “la cartina dice Stamford Road! Forse ci siamo!”. E fu così che Tunesi e Panzeri si allontanarono sempre di più dal centro, alla ricerca di una Stamford Road apparentemente introvabile. Infine, l’amara scoperta: Stamford Road è una via buia, isolata e a fondo chiuso. Non esattamente il luogo ideale per uno stadio. “Ahah! OWNED!” grida Tunesi, ed effettivamente è difficile darle torto.

Papà coniglio: come tutti sappiamo, l’uomo deve soddisfare dei bisogni primari. Ha bisogno di ossigeno per respirare. Ha bisogno di cibo per crescere e sopravvivere. Ha bisogno di acqua per dissetarsi. Processi naturali, che contraddistinguono l’uomo dalla preistoria ad oggi. Altrettanto naturale è il bisogno di eliminare solidi e liquidi superflui per il metabolismo, di espellere resuidi alimentari non digeribili dal nostro organismo. In poche parole, fare la cacca. Quest’attività, si sa, può essere fonte di dolore, psicologico e non; ma può anche essere un’incredibile atto di piacere e soddisfazione: su Facebook i fan di “fare la cacca”, se si sommano alcune pagine, sono più di ventimila. Vi chiederete: cosa c’entra il suddetto momento liberatorio con il curioso titolo del paragrafo? Una cosa alla volta.

Lui preferisce farla da Paolo

Per quanta soddisfazione possano dare,  i bisogni fisiologici sono ancora un tabù nella nostra società. Sono ben poche le persone che ne parlano liberamente, soprattutto giovani. In altre parole, il mondo non è ancora pronto per una regina d’Inghilterra che nel corso di una visita di Stato si alza ed esclama: “Primo Ministro, mi scusi, mi scappa una cagata tremenda. Torno subito, ma non troppo”. In genere si preferisce evitare. Le formule sono svariate. C’è chi si scusa “per un momento”, chi si limita ad affermare di dover “andare al bagno”. Ma esistono modi ben più coloriti e vivaci. C’è chi va “sul trono”, c’è chi va “a farla da Paolo”. E c’è chi deve “papà-conigliare”. La mente ideatrice è quella sempre attiva di Tunesi: la ragazza introduce il termine al gruppo e il gruppo accoglie positivamente la notizia. Nel dubbio, Bani e Marzucco ridono fino alle lacrime. Il nome in codice si diffonde, ma “Valeria la Rossa” ci tiene a precisare: si può parlare di Papà Coniglio solo quando l’atto si realizza. E quando, per puro caso, non si riesce a concretizzare, ma ci si ferma a rumori molesti? Tunesi ha un nome in codice anche per quello: “Blowin’ in the Wind”. Delirio.

Ci sarà una terza puntata? Le ultime lettere dell’alfabeto non sono molto comode. Ma non si sa mai.

In ogni caso, alla prossima.

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