Ti alzi.

Sono le sei. Sei e mezza se quel giorno, nei confronti di Trenitalia, ti metti in modalità “I’m feeling lucky”. Il volume della tv è troppo alto e le domande di tuo padre, sempre le stesse, troppo ansiose per uno che si è appena svegliato dopo un sonno sempre troppo breve. Se hai fatto un sogno orrendo, te lo ricordi benissimo e ti mette ansia. Se hai fatto un sogno fantastico, dopo le prime Gocciole pucciate nel latte non te lo ricordi più. Ti lavi, ti vesti, ti prepari. In termini tecnici “ti tiri insieme.” Via.

In stazione provi a svegliarti del tutto. Il volume dell’mp3 ti mette di fronte a un bivio. È troppo forte? Abbassalo e dormi in treno, stamattina proprio non ce la fai. È sopportabile? Stropicciati gli occhi e fai qualcosa di produttivo. Appunti, esercizi, traduzioni, libri: il tutto mescolato lentamente, aggiungendo con regolarità qualche dialogo più o meno spontaneo con i colleghi pendolari. Ah, manca l’ingrediente segreto: un pizzico di concentrato di viaggiatori insopportabili. (E ti dici: “Prima o poi li sputtanerò tutti sul blog. Uno per uno, un intervento a testa. Il manager borioso, la mamma iperpreoccupata, la sciura implacabile, la senegalese urlante, la coppia iperglicemica. Siate maledetti, ognuno di voi.” Poi però ti dici che non avrai mai tempo per un progettone simile. E continui a tradurre.) Porta Garibaldi. Prima o poi ci arrivi. Quando, è un mistero. La puntualità non esiste, i 5′ di ritardo sono una benedizione, i 10′ la norma, i 30′ un’occasione speciale da ricordare. Evviva, evviva.

Dovrebbero essere le 8.20. Beata ingenuità. In genere sono le 8.45. C’è un buco di 25′, un’immensità. Un tuo prof di filosofia direbbe che “bastano 3 minuti a fare un figlio, figurati in 25 minuti!”. Avrebbe ragione. Tutti in metro, olé. Sei in anticipo, sei puntuale, sei in ritardo: non conta niente, in ogni caso ti adatti al passo della folla. Che in genere è veloce. Dannati milanesi frettolosi. Che poi è un controsenso: perché vanno di fretta? Perché vogliono salire a tutti i costi su treni sotterranei imbottiti di gente che tende a non lavarsi? Mah. Sali sulla prima metro agibile. Fragranza del giorno: sudore del ’76. Aroma d’annata. Ah, la tauromachia! Scendi dalla verde e sali sulla rossa. Che strano, sembrano rappresentare il semaforo: la verde funziona sempre, la rossa è sempre ferma, per un motivo o per l’altro. “A vetture piene non insistere nella salita”. E chi insiste? Ok, ti perdi un vomito dell”82, ma in qualche modo resisterai. Poi il solito viaggio tra mendicanti con pance da elefante. In genere dopo Amendola e Lotto trovi posto. Va be’, ma a breve scendi.

San Leonardo. Altro giro, altra corsa. E mai una volta che prendi sto dannato codino. La presa note è troppo poco dettagliata. Se è dettagliata, non hai espresso bene l’italiano. Se è dettagliata e ben formulata, probabilmente non hai capito una cippa e hai detto tante cazzate. Le traduzioni sono buone, ma non ideali. Gli esercizi vanno bene, così bene che per il giorno dopo ne devi fare il triplo. La Nava ti fa ripensare a quando volevi andare all’open day di Ingegneria Informatica. Nelle pause, grandi trattati sul pacco di un docente, sulla barba di quell’altro, sul fascino di quell’altro ancora. Oh sì, ancora, ti prego.

Poi torni indietro. In genere la metro si riempie a Lotto e Amendola, ma tanto ormai sei seduto, e quel posto lo difenderai fino alla morte. O perlomeno fino a Cadorna. Oh, guarda chi c’è, il cieco che ogni giorno si presenta con un cartello diverso. Le miopie che ti mancano forse ti rendono più cieco di lui, ma ammetti che è ancora presto per barboneggiare in metro. Altro trenino verso casa. Tendenzialmente, mp3 o meno, collassi. E se non ci fosse il controllore che ti shakera per chiederti il biglietto, ti sveglieresti a Bergamo, fidati. Rientri a casa, tra le domande ansiose di tuo papà. Se sei felice e tu lo sai (batti le mani) sono le sei. Se invece hai incontrato il vitello dai piedi di balsa tra Arcore e Carnate sono le otto. Con tutti gli orari intermedi compresi. Doccia e cena, cena e doccia, a seconda. Se tua mamma non sa che sei sotto la doccia e intanto apre il rubinetto per lavare i piatti, ti prendi pure l’acqua fredda. Ad agosto sepoffà, a febbraio qualche imprecazione parte, senza troppi timori.

Dopocena. Camera. Pc. Ok, vediamo le alternative. Se c’è qualcosa per domani, fai quello, dosando con esperienza Msn e Facebook. In ogni caso tiri le undici. Se c’è tanto da fare per domani, ti isoli dal mondo esterno e fai quella dannata traduzione sugli americani che vedono Dio finché non sono le undici e mezza, mezzanotte. Il bello è se non hai niente da fare per domani. Se sei preso bene, compiti futuri (ma con abbondanti dosi di Msn). Se non sei preso bene, hai l’imbarazzo della scelta. Guardi un file che si chiama “Appunti Nava”. Lui ricambia lo sguardo, implorante. Tu gli scoppi a ridere in faccia e apri In The Box. Oppure decidi che è il momento adatto a riordinare quel bordello che c’è sulla tua scrivania (bordello nel quale, ça va sans dire, sguazzavi beatamente fino a 30 minuti prima). Decidi che è un po’ che non ampli i tuoi orizzonti musicali e ti attacchi a Torrent. Suoni la chitarra: evento raro, ma finché la meccanica incollata con l’Attack regge, why not? Leggi un libro (“Va bene ma mai più Kafka, por favor”). Apri Facebook e ti ci perdi dentro. Apri Msn e ammorbi il malcapitato di turno con le tue paranoie (in genere è uno scambio equo e solidale. Io ti do Pidgeotto se tu mi dai Snorlax). Apri il blog e scrivi. Non rileggi assolutamente niente e pubblichi i tuoi deliri. Alla fine non stai meglio, ma ormai hai fatto. Vai a letto. Fai pensieri poco raccomandabili, cerchi di imbastire un eventuale bel sogno imbastendo le prime scene a tuo piacimento. Immagini discorsi che sarebbero dovuti avvenire o che dovrebbero avvenire ma che, come ti ricorda l’apposita pagina Fb, non avverranno mai.

Sonno.

Relax? Tranquillità? Tempo libero? A luglio, forse.

Di sicuro non adesso, è già ora di alzarsi.

One thought on “Ti alzi.

  1. aleappenatornatodalbelgio 22 marzo 2011 / 23:49

    Tra i simpatici personaggi del treno ti sei dimenticato l’uomo pesce, me lo son beccato ieri pomeriggio mentre tornavo… Da suicidio.

    Mi piace

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