“…e ora colleghiamoci con Silvia Vada”. Ma è proprio necessario?

Una delle tante cose di cui non ho sentito la mancanza in Belgio è la televisione italiana. Non che io sia tele-dipendente, anzi. Però ci sono alcuni momenti della giornata (penso ai pasti, per esempio) in cui a casa Panzeri volenti o nolenti si guarda la tv tutti assieme.

Forse l’ho già scritto, forse no, ma a casa Schollaert non c’era la tv in cucina/sala da pranzo. L’unico modo che i bimbi avevano per vedere i loro cartoni preferiti era andare in salotto e sbragarsi su un divano enorme dalla comodità celestiale. In cucina si poteva ascoltare la radio o leggere un quotidiano (di qualità discutibile, ma questo è un altro discorso), ma niente tv. E quindi col passare dei giorni mi sono abituato senza troppi problemi alle canzoni tamarre di Radio Brussel. Anche perché se proprio volevo farmi del male e vedere cosa stava accadendo di bello (?) in Italia, avevo sempre a disposizione i siti di Repubblica e del Corriere (entrambi, per la par condicio).

Rientrare in Italia e tornare a sorbirmi Studio Aperto a pranzo è stato un mezzo trauma. C’è poco da fare: se pranzi alle 12.30 e vuoi sentire cosa succede in Italia, l’unico canale che trasmette un telegiornale (parolona!) è Italia1. Il Tg3 è a mezzogiorno, troppo presto. Le alternative delle 12.30 sono, in ordine di canali, “La prova del cuoco” su Rai1 (che sarebbe anche accettabile, se non fosse per le 4.897 canzoni per bambini che partono durante la trasmissione), “La nostra amica Robbie” su Rai2 (telefilm tedesco che racconta le vicende di una famiglia proprietaria di una foca… devo commentare?), “Un detective in corsia” su Rete4 (le repliche delle repliche delle repliche delle repliche…) e “Forum” su Canale5 (che è in onda dal 1985! VENTISEI ANNI! Ma chi cazzo lo guarda?!). Insomma, non proprio delle alternative accattivanti.
E se aggiungiamo il fatto che il Tg di La7 è in onda alle 13.30 (troppo tardi), il quadro è completo.

Io sono fermamente convinto che se esistesse un solo tg allo stesso orario di Studio Aperto (a prescindere da chi lo conduce e dal canale che lo manda in onda), quest’ultimo perderebbe 3/4 dell’audience quotidiana. Anche se facessero un tg per bambini condotto da Topo Gigio e Dodò dell’Albero Azzurro. Immaginatevi che popò di telegiornale verrebbe fuori. Tinky Winky come inviato d’assalto in Libia (perché lì serve gente coi controcoglioni); Tonio Cartonio, di ritorno dopo una lunga assenza dalle scene, come corrispondente da Bruxelles e le Winx come responsabili di cronaca nera, gialla, rosa e a pois, che, come tutti sappiamo, è la moda del momento. Sarebbe o no un tg epico?

E invece no, ci tocca Studio Aperto. Con i servizi sul caldo d’estate, sul freddo d’inverno, sugli eredi dell’orsetto Knut in primavera e sui panda che non si accoppiano in autunno. Cazzo, provate a pensare a ‘sti poveri panda: sempre con le telecamere puntate addosso, ci sarà un motivo perché non trombano, no? E lasciateli un po’ in pace, voyeuristi che non siete altro!
Per non parlare di Clooney e della Canalis, del culo di Pippa e delle tette della Bellucci. Quei servizi non hanno stagione: ogni occasione è buona per mettere in onda un culo fatto come si deve. Il tutto alle 12.30,  in quella che un tempo solevano chiamare “fascia protetta”.

E così, se all’ora di cena sono riuscito nell’impresa di convincere i miei genitori a guardare Mentana su La7 (non senza problemi, leggasi proteste di mio padre perché a suo parere “quello lì parla troppo”), all’ora di pranzo la situazione è pressoché disperata.

Ma vorrei affrontare un altro problema: i giochi a premi. Una volta, decenni fa, i concorrenti dei quiz erano considerati dei mostri sacri, vere e proprie autorità nella loro materia di competenza. Erano praticamente degli eroi nazionali, selezionati per la loro bravura e non per quanto bene sapessero ammiccare alle telecamere. Lo so, sto esagerando, parlo di epoche fa.
Eppure posso fare anche un esempio più recente: “Passaparola”, con Gerry Scotti. Certo, c’erano le Letterine, il potere della Patata stava lentamente impadronendosi anche dei quiz. Ma perlomeno, se volevi vincere qualcosa, dovevi avere una certa preparazione, poche storie. Alla ruota finale c’erano 21 domande, una per ogni lettera dell’alfabeto, e in genere 3 o 4 erano davvero difficili. In pochi riuscivano a vincere: mi viene in mente il buon Ferdinando Sallustio da Ostuni, oppure il Roberto Mariani da Capriate (BG) che non sorrideva mai, neanche a pagarlo. Personaggi.

Pochi giorni fa ho scoperto con raccapriccio che è possibile vincere 500mila euro mandando in buca una pallina, oppure mettendo una palla dentro un tubo e riprendendola al volo una volta che esce. Ok, non sono quiz, ma che cazzo di giochi sono? Li hanno presi da un manuale di boy-scout?

Il raccapriccio raddoppia quando scopri che Rai e Mediaset hanno entrambe un programma simile. “Un minuto per vincere” va in onda la domenica alle 19 su Rai1, mentre “The Cube” viene trasmesso da Londra (!!!) il mercoledì sera su Italia 1. In entrambi i casi i concorrenti, che casualmente sono dei baldi giovanotti che bucano lo schermo ma che al contempo non sembrano avere il potenziale per conquistare un premio Nobel (eufemismo gigantesco), devono superare delle prove da oratorio per conquistare mille, 5mila, 10mila euro, fino al montepremi finale. Abbattere, con una biglia, una matita posta a 5 metri di distanza. Mettere sul dorso della mano 10 matite, lanciarle in aria e riprenderle al volo. Far rimbalzare una pallina per poi farla cadere in una boccia per pesci.
Ma la cosa ancora più grottesca è che questi pseudo-concorrenti esultano come se fossero posseduti al termine di ogni prova. Parte la musica, pubblico in delirio, e loro che saltano qua e là, pugni al cielo.

Ora, chissà come mai, ho sempre più voglia di spegnere la tv mentre sono a tavola. Uno a zero per i belgi e palla al centro.

"Esatto: anche oggi Amanda Knox ha fatto la cacca! Il suo fidanzato, Raffaele Sollecito, è parso contrariato. Vediamo il servizio!"

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