Ik weet het gewoon niet.

Alle elementari mi dicevano: “Che bei voti che hai! Continua a studiare, vedrai che poi da grande farai un bel lavoro!”.

Alle medie mi dicevano: “Cosa vai a fare, lo scientifico? Bravo, bravo, è una scuola che ti prepara su tutto! Però poi devi fare l’università, perché non ti resta niente in mano!”

Al liceo mi dicevano: “Hai deciso cosa fare dopo? È una scelta fondamentale, in pratica decidi la professione che vorrai fare in futuro”.

Ora, a San Leo, dopo due anni e mezzo tra professori assenteisti, segretari incompetenti, ragazze con l’ormone libero e casi umani, mi dicono: “Guarda che al giorno d’oggi senza master non vai da nessuna parte! Ti sconsiglio vivamente di fermarti”.

Tutto sommato sono soddisfatto del percorso fatto finora. Non rimpiango di aver passato pomeriggi interi tra lezioni individuali, prove di gruppo e concorsi musicali, anche se così facendo ho dovuto rinunciare allo sport, leggasi allenamenti di calcio al freddo e al gelo. Tanto lo so: pur facendo qualche gol a calcetto, resto sempre uno coi piedi quadrati.

E non mi lamento neanche di aver fatto lo scientifico. Ci sono stati degli alti e dei bassi, questo è indubbio, ma con un altro professore di matematica probabilmente sarebbe filato tutto liscio. Il linguistico non mi avrebbe fatto schifo, quello no. Ma ho fatto comunque francese, per cinque anni. E dando ripetizioni mi sto accorgendo che forse le ore della carissima prof.ssa Roina non sono andate proprio buttate. Qualcosa è rimasto. Continuerò a rifiutarmi di conversare in francese con Alessandrò Ravasiò, ovviamente, ma qualcosa è rimasto.

Dopotutto, perché dovrei lamentarmi delle Civiche? Ok, scempi burocratici e lacune organizzative a parte. È pur sempre grazie a Michel che ho potuto scoprire l’Olanda due estati fa, è grazie a gente come Baines e la Regina dei Fenomeni che ho riscoperto Londra, è grazie a Mìcol che ho scoperto il Belgio l’anno scorso, ed è ancora grazie a Michel che forse farò il bis in Belgio tra sei mesi circa. Andare all’estero è ossigeno puro. E più vedo gente legatissima a amici, parenti e conoscenti del paesello, più mi convinco di essere così lontano da loro. E con lontano non intendo superiore, sia chiaro. Semplicemente lontano. Estraneo, forse.

Ed è pur sempre grazie alle Civiche che ho scoperto l’Olanda come nazione e gli olandesi come popolo: fieri, pragmatici e testardi. Niente superbia francese, una via di mezzo tra l’intoccabilità scandinava e il casinismo latino.

Sì, mi piacerebbe vivere all’estero, lavorare all’estero, farmi una vita all’estero e morire all’estero. Non è questione di odiare l’Italia. Sono gusti. Come per il gelato. Se ti piace la fragola, ma adori la nocciola, scegli la nocciola. Oppure va be’, scegli entrambi, ma non è che la fragola c’entri molto con la nocciola.

Paragoni dolciari a parte, vivere all’estero è un simpatico sogno. Teniamolo lì. La domanda da farsi prima è: “Cosa vuoi fare una volta all’estero? Fare il cassiere da Albert Heijn o lavorare da traduttore serio, oppure una delle tante possibilità che ci sono in mezzo?”. Non lo so. Obiettivamente, con questi tre anni posso fare ben poco. O meglio, posso ordinare una cena in un ristorante a Brighton, posso noleggiare due bici a Rotterdam, posso orientarmi tra le vie di Anversa. Forse, con qualche sforzo, posso anche capire le indicazioni per muovermi sulla metro di Parigi. Ma così non posso certo sopravvivere.

Con la qualifica che mi offre la triennale, potrei benissimo lavorare da Hema. O da Albert Heijn, appunto. Ma sinceramente li vedo più come mestieri “provvisori”, quelli che fai per pagarti gli studi, un po’ come ora sto dando ripetizioni. Ma farlo per una vita?

Le offerte del master di San Leo? Diventare interprete (mestiere apparentemente figo, ma non credo di essere portato), diventare traduttore (già mi sento più portato, ma si campa facendo i traduttori?), fare relazioni internazionali e diventare non so cosa. Altro non c’è.

Canuto m’ha parlato di un eventuale master in ambito economico, da associare alla pura preparazione linguistica. Ma anche lì, sopravviverei pur essendo completamente digiuno di nozioni economiche?

Ora come non mai la frase che mi ossessiona è “non lo so”. In questo e anche in altri campi. Non lo so, cazzo. Ma so che prima o poi lo dovrò sapere. Perché farsi trascinare dai pareri altrui è una tentazione molto forte ma al tempo stesso molto pericolosa. La vita è mia, non posso andare avanti per inerzia o tramite spinte esterne. C’è stato un periodo, dopo l’estate, in cui mi sentivo in pieno controllo di me stesso. Ora invece sento che l’apatia si sta lentamente rifacendo sotto.

Forse è Football Manager che mi lobotomizza. Chissà.

2 thoughts on “Ik weet het gewoon niet.

  1. AlEbBmK89bG 31 gennaio 2012 / 00:53

    Oppure è solo S. Leonardo che porta gli studenti sull’orlo della depressione e che li induce a chiedersi se forse non avrebbero fatto meglio a seguire un’altra strada, magari quella del sogno nel cassetto, poco pratica ma pur sempre una strada… In ogni caso per avermi citato stima fratello, yo, però hai sbagliato gli accenti :p

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  2. alessia skià 19 febbraio 2012 / 18:34

    Madonna francè non sai quanto sono anch’io nella stessa situazione!
    Fidati che non è una caratteristica della tua università, questo è un problema di portata epocale che accomuna tutti noi studenti di lingue, specialmente di lingue “STRAMBE” come siamo noi.
    Il bello è che quest’insicurezza mi sta portando a procrastinare, a rimandare le decisioni. Di questo passo mi laureerò e non avrò neanche ancora mandato un curriculum all’Albert Heijn xD

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