Gianpaolo

Gianpaolo ha 27 anni ed è appena stato ordinato prete. In molti attendono il suo ritorno: nastri, fiocchi e fiori colorati imperversano in ogni via del suo paese, un tipico centro della provincia bergamasca, dove le rotonde sono quasi più frequenti delle vecchie case in pietra. Tutte le sciure hanno messo il vestito bello, il momento è importante: il Gianpaolo torna a casa, e la banda del paese vicino aprirà la sfilata che lo porterà in chiesa. In quella banda, tra l’altro, ci suono anch’io. Prima di mettermi in marcia, ho sentito gli applausi della gente per il neo-sacerdote. I bambini, gli adulti, gli anziani: erano tutti lì per lui.

L’ultima curva della sfilata, una svolta ad angolo a sinistra, ci ha immessi sulla via della chiesa. Legato a due pali della luce campeggiava lo striscione “Sacerdote per sempre”. Non so a voi, ma a me quelle parole hanno messo l’angoscia. Il tono voleva essere festoso e celebrativo ma, ripeto, io ho avvertito solo angoscia. Sarò un maledetto miscredente, ma immaginatevi la scena: un ragazzo nel pieno delle forze e con uno spiccato talento musicale che, all’improvviso, decide di lasciare il conservatorio a un solo anno dal diploma in composizione per entrare in seminario, e che al ritorno nel suo paese si trova di fronte una sentenza simile. Per sempre. Certo, è stata una sua scelta. Ma non può essere stata una decisione facile. Lo ha detto lui stesso: «Questo per me è un momento forte, il più forte della mia vita. Non sono preoccupato, ma mi rendo conto della sua importanza». Come dargli torto. Quello striscione mi è sembrato una condanna, una minaccia del tipo “guarda che da quella chiesa che hai tanto voluto non potrai più uscire”. E poi ho visto suo padre. Di fronte alla chiesa, nella prima fila del corteo, paonazzo in volto e con le lacrime che non volevano proprio smettere di cadere. Sembrava assistere al funerale del figlio, più che alla sua ordinazione.

Poi, il giorno dopo, c’è stato il concerto. La stessa banda della sfilata ha pensato di offrire un concerto, perché don Gianpaolo, lo sanno tutti, in quella banda ci ha suonato diversi anni. E allora, per la seconda volta in due giorni, l’ho visto arrivare accolto dagli applausi dei concittadini e degli altri spettatori. Il sorriso inconfondibile, forse velato da un’ombra. Sacerdote per sempre. Ha preso posto in prima fila e si è goduto il concerto, applaudendo quelli che fino a qualche anno prima erano suoi colleghi di passione. Al termine dell’esecuzione dei brani, abbiamo concesso un bis. Abbiamo suonato di nuovo una marcia che Gianpaolo stesso aveva composto tempo fa, e il maestro ha ceduto la bacchetta proprio a lui, al compositore in persona. Non si è fatto trovare impreparato, anzi. Ha diretto noi musicanti e, allo stesso tempo, il battito di mani ritmato del pubblico, un po’ come accade nel concerto di Capodanno con la marcia di Radetzky. E si è divertito davvero, con la veste nera che svolazzava qua e là, anch’essa a ritmo. La sua è stata gioia vera, anche quell’ombra portata dallo striscione malefico si è dissipata. Raramente ho assistito dal vivo a una manifestazione di gioia così pura.

A fine concerto, mentre il pubblico e i bandisti sfollavano rispettivamente verso l’uscita e il buffet, i miei genitori sono andati dal padre di Gianpaolo, in qualche modo amico del mio. Mia mamma gli ha chiesto, in dialetto: «È contento?». E lui, indicando l’acqua caduta copiosa nei giorni scorsi: «La vede quest’acqua? Sono tutte le mie lacrime». Che forse non sono di dispiacere.

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