This.

Gli esami di maturità nascondono nell’evidenza una grande contraddizione. La prassi vuole che ci sia un momento, alla fine dell’interrogazione orale ossia di tutto, in cui la commissione chiede al candidato: “E dopo cosa hai pensato di fare?”. È un piccolo rito in cui i ruoli non sono più asimmetrici, ma si parla per la prima volta, da pari, lo studente può respirare, non è più sotto torchio. La piccola stranezza che mi colpisce ogni volta è questa: abbiamo appena ascoltato qualcuno che sa padroneggiare – bene o male, non importa – questioni di cultura greca e vulcanologia, critica letteraria novecentesca e rudimenti di economia politica, citazioni da Freud e analisi iconografiche di Kandinskij; e a questa persona qui, noi dall’alta parte della scrivania cosa stiamo dicendo: Sai cosa c’è, tutta questa cultura trasversale non serve, è culturame funzionale solo a questo rito ormai concluso, questo liceo multidisciplinare era solo un modo per darti un ampio ventaglio di scelte, ora – da adulto a adulto – quale facoltà sceglierai? Come ti metterai a disposizione per il mondo nostro, per il lavoro, per produrre, per integrarti nella società? Che hai deciso di fare: non tradurrai più una riga di latino in vita tua, oppure dimenticherai per sempre le funzioni e i limiti?

Ecco, mi piacerebbe che qualche studente a questa domanda rituale, non rispondesse: “Spero di passare il test a x, vado a fare y all’università di mio fratello, sono indeciso tra z e k”. Mi piacerebbe che con una sfrontatezza che finora è stata solo dissimulata per la cortesia del contesto, il candidato ci dicesse a noi adulti che l’abbiamo interrogato sull’intero scibile umano con quella sicumera un po’ ostile che scambiamo per serietà, ecco mi piacerebbe rispondesse: “Farò tutto”. Rivolterò da capo a piedi il mondo, mi interesserò di biotecnologie, e continuerò a leggere sonetti, m’intrufolerò ai corsi di lingue orientali e proverò a imparare a dipingere, suonare uno strumento antico, riprenderò in mano ogni tanto l’Odissea, mi leggerò per intero il Capitale, mi comprerò un cannocchiale per esplorare le stelle d’estate, e viaggerò sulle rotte del Beagle. Proprio la scuola mi ha fatto conoscere tutta una serie di persone che sui banchi stavano stretti, pessimi studenti come Darwin, ribelli come Schelling e Hegel, autodidatti come Mill o Leopardi, altri come Nietzsche o Michaelstedter per cui l’erudizione è il male, o gente come Montessori o Don Milani che l’ha presa la scuola e l’ha rivoltata da capo a piedi, o ancora tipi come Fenoglio che hanno deciso di seguire il proprio prof per combattere i fascisti in montagna, ora mi dite perché io dovrei scordarmi di tutto questo e accontentarmi di pensare al futuro solo come una facoltà universitaria?

(Christian Raimo, dalla rubrica Italia, amore di Rolling Stone Italia, luglio 2012)

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