La corsa gialla e il keniano bianco

Ogni anno a luglio, in Francia, due centinaia scarse di ciclisti professionisti corrono il Tour de France. Ogni anno alcuni di questi corridori, spesso i più in vista, risultano positivi a controlli antidoping. Ogni anno mi domando (e non penso di essere l’unico) se valga ancora la pena appassionarsi a una manifestazione i cui vincitori, spesso e volentieri, non sono puliti.

Partirei da questo tweet:

20+ year career. 500 drug controls worldwide, in and out of competition. Never a failed test. I rest my case.

Il messaggio risale al giugno 2013, l’autore è Lance Armstrong. Sette Tour de France vinti, tutti e sette revocati dopo la sua tardiva ammissione di colpa in diretta da Oprah. Dal tweet emergono almeno due spunti: 1) passare i controlli antidoping non ti rende automaticamente un santo, o quantomeno pulito; 2) 500 controlli in vent’anni equivalgono a 25 controlli annui, due al mese: se c’è una cosa che non si può dire, è che il ciclismo non stia provando a dare di sé un’immagine positiva, o comunque migliore di quella che si è venuta a creare negli ultimi anni.

Dal 1996 al 2012 solo tre edizioni sono state vinte “sul campo”, espressione con cui certi juventini amano riempirsi la bocca, da ciclisti mai coinvolti in inchieste e/o mai squalificati: 2008 (vittoria di Sastre), 2011 (Evans) e 2012 (Wiggins). Il vincitore del ’96, Riis, ha ammesso tutto nel 2007, ma ormai il reato era caduto in prescrizione. Su Pantani ancora oggi non c’è chiarezza, mentre i vari Ulrich, Armstrong, Landis e Contador hanno subito almeno una squalifica, più o meno grave.

Ora a far parlare tutti è Chris Froome. Ventotto anni, keniano naturalizzato inglese, sta dominando il Tour de France e giusto ieri ha fatto qualcosa di epico sul Mont Ventoux, venti chilometri e ottocento metri di salita al 7,5% di pendenza media (una salitella da niente insomma, soprattutto per uno come me che ancora un po’ e viene rimbalzato dai cavalcavia). Froome ha percorso il Mont Ventoux in 57’50”, a una media di 21 km/h. Qualcosa di disumano, soprattutto se si vede il momento in cui pianta Contador, l’ultimo a cedergli il passo: sembra che Froome stia percorrendo un tratto in discesa, le gambe a formare un mulinello, una centrifuga. Impressionante.

Il record per la scalata al Ventoux appartiene a Iban Mayo: 55’51” in una cronoscalata al Giro del Delfinato del 2004. Domandone: Mayo è mai stato squalificato per doping? Rullo di tamburi: sì, nel 2008. I cinque tempi migliori sul Ventoux durante una tappa normale appartengono, oltre a Froome, a Pantani, Contador e Armstrong, tutti e tre già citati.

E qui si torna alla domanda iniziale: vale la pena appassionarsi a una corsa i cui vincitori spesso imbrogliano? Vale la pena esaltarsi per le gesta di Froome? Ormai nel ciclismo è così: ogni volta che esplode un campione, vero o presunto, scatta sempre una condizione. Anche se non è esplicita, nella mente parte in automatico il “sì, bravissimo, però vediamo se salta fuori qualcosa nei prossimi anni”.

Il ciclismo è bello perché la tenacia sfocia nell’epos, perché lo sforzo diventa impresa, perché la sofferenza si mescola al masochismo. Ma troppi sono i casi di “eroi” prima osannati e poi rinnegati, troppi per poter celebrare nuovi aspiranti fenomeni senza una qualsiasi dietrologia. Quindi mi spiace Chris, anche a costo di prendere un granchio abnorme, ma io preferisco aspettare.

Sì?

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