Storie: Al San Berardo

«Allora, come sta la mia perpetua preferita?».

«Male, Giacomo, male! Come sempre, d’altronde».

Carla era ricoverata da due giorni e ancora non aveva visto quella donna sorridere. Non l’aveva nemmeno sentita completare una frase che non contenesse uno dei suoi svariati dolori. A dirla tutta erano settimane che Lucia, la perpetua di Lognate, non faceva altro che riempire le orecchie di pazienti, medici e infermieri con i suoi eterni lamenti. E quando non si lamentava, ascoltava Radio Maria, per la gioia delle compagne di stanza. Nei primi giorni di degenza Lucia aveva imposto il rosario delle sei alle altre pazienti della camera 7 e a chiunque altro si trovasse a meno di dieci metri dalla porta, talmente alto era il volume. Poi un’infermiera, mossa al contempo da ira e pietà, aveva regalato alla perpetua un paio d’auricolari bianchi, così che l’intero reparto di medicina generale potesse risparmiarsi una buona mezz’ora di preghiere assordanti.

«Male? E qual è il problema, questa volta?».

In un ospedale qualsiasi Lucia sarebbe stata cacciata, o perlomeno spostata in modo da non creare disturbo agli altri ospiti del reparto. Ma al San Berardo, il nuovo ospedale di Lognate, lavorava il dottor Giacomo Rampinelli, figlio di Edoardo, facoltoso imprenditore – il “re delle scatole”, secondo la definizione della stampa locale – nonché proprietario della struttura. A chiudere il triangolo ecco Lucia, sorella maggiore di Edoardo e zia di quel Giacomino che, negli anni, da bambino insicuro e viziato si era trasformato in goffo adolescente e infine era sbocciato in tutto il suo splendore di dottore raccomandato e incapace.

«Hai presente la spalla che mi ha sempre fatto vedere le stelle? Ecco, oggi va peggio del solito. E poi c’è la cervicale che non mi lascia in pace… per non parlare dello stomaco, che brucia di maledetto. Non è che puoi darmi qualche pastiglia?».

Lucia aveva iniziato la sua lunga carriera di ipocondriaca indefessa alla tenera età di sette anni, quando, a ogni contatto involontario con i suoi compagni di gioco, cominciò a simulare un dolore tale da farla correre subito a casa gemente e piangente. A quattordici anni aveva accolto con somma gioia l’arrivo del ciclo mestruale, vedendo in esso un’ottima possibilità per impressionare le amiche con lunghi racconti sulle sue indicibili sofferenze mensili (in verità piuttosto ridotte). A vent’anni si era accorta, non senza una certa frustrazione, che i ragazzi del paese non erano disposti a corteggiare una ragazza con una simile propensione al lamento. Sì era avvicinata così a Dio e al mondo della parrocchia e, tra una visita medica e un ricovero lampo, era diventata perpetua a soli ventisette anni. Da allora aveva preso a autodiagnosticarsi malattie mortali con cadenza trimestrale, ma le sue previsioni avevano intaccato soltanto i parroci da lei assistiti, tutti e dodici morti prematuramente.

(continua? boh)

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