Storie: Al San Berardo #2

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Il dott. Rampinelli diede un’occhiata alla cartella clinica.

«Ma zia, sei già sotto Flovenol e Mixiprina…»

«Il Flovolol è tanto che lo prendo e l’unico effetto che mi fa, è che devo correre in bagno tutto il giorno! E la Missiprina mi fa addormentare, ma la cervicale non migliora mica…».

Dall’altro lato della stanza si alzò una voce mascolina: «Signora Lucia! Guardi il lato positivo: se dorme, lei non sente dolore, e noi non sentiamo lei!». Alla battuta seguì una risata fragorosa, a cui anche il dott. Rampinelli sembrò unirsi per un attimo, almeno fino a quando Lucia non lo fulminò con lo sguardo.

«Ehm, signora Anita, per cortesia» riprese il medico, d’un tratto serio «un po’ di rispetto per le malattie altrui».

«Ha ragione dottore, mi scusi» annuì la donna, gli occhi azzurri che ridevano ancora.

Madre di sei figli, nonna di sedici nipoti e da poco bisnonna, Anita aveva da sempre preso la vita con quel misto di leggerezza, grinta e responsabilità che porta in genere a un’esistenza felice. Madre a diciassette anni, sposa a diciotto, nonna a quaranta: la continua presenza in casa di bambini di ogni età la manteneva giovane e vitale, nonostante gli acciacchi alla schiena che spesso colpiscono le persone robuste. A Lognate la chiamavano “il Donnone”, ma senza volerla prendere in giro. Era piuttosto ammirazione, quella che le altre donne del paese provavano per ciascuno dei suoi centottantasette centimetri d’altezza, per le sue spalle omeriche, per la sua risata portentosa.

«Certo che ha ragione il dottore, il dottore non sbaglia mai. A proposito, dottore: vuole assaggiare la torta al limone che mi ha portato mia figlia? È squisita, la provi!».

Per la serie “persone diametralmente opposte tra loro per aspetto fisico, indole e modi di fare”, agli antipodi di Anita c’era Pina, la parrucchiera storica di Lognate. Secondo la definizione di una delle sue clienti, Pina era «così acida da sgrassare le pentole a mani nude, senza acqua e senza detersivo». Piccola e indifesa all’apparenza, era dotata di una lingua irrequieta che, nonostante stesse spesso nascosta dietro un amabile sorriso di facciata, non perdeva occasione per sputare veleno su tutti gli abitanti del paese, ovviamente alle loro spalle. Sin da piccola era cresciuta a pane, bigodini e giornali scandalistici, formazione che a sua volta aveva riservato alla figlia, da anni proprietaria a tutti gli effetti del salone. La madre si limitava ora ad accogliere le clienti e a rifornirle degli ultimi gossip locali e non, raccolti sul campo o in edicola.

«Grazie, signora Pina, è gentilissima ma ora non mi va. Piuttosto, come va la sua pleurite oggi? Ha ancora quella tosse fastidiosa?»

«Sì, purtroppo sì. Però ho letto su Rotella2000 che in America hanno trovato una nuova cura a base di impacchi di melissa, malva e…». La tosse impedì a Pina di finire la frase.

«Oh Gesù, la melissa e la malva le ho usate anch’io» si illuminò Lucia. «Una per la laringite e l’altra per l’asma, ma non sono servite a niente!».

Approfittando dell’attacco di tosse di Pina, il dott. Rampinelli spostò la sua attenzione sull’ultima paziente della camera.

«E lei, signora Carla? Come sta?».

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