Del test di Cooper, di Rowan Atkinson e di Veronique la maratoneta

Liceo scientifico “Maironi da Ponte”. Educazione fisica, si chiamava allora. Dalla prima alla quinta almeno un semestre passato a correre come stronzi. Prima in palestra, per il tanto odiato test di Cooper, poi nel parcheggio. Il test di Cooper – so che non ha senso – le prime volte mi faceva venire in mente Mr Bean e la sua gloriosa Mini. E me lo immaginavo che correva, Mr Bean, e ovviamente faceva tutte le sue facce strane che hanno fatto di Rowan Atkinson una leggenda. E altrettanto ovviamente, si accasciava al suolo, stremato, ben prima dei dodici minuti previsti. Un po’ come me, che non mi sono mai accasciato, quello no, però ho sempre fatto schifo.

Diciamo che non mi è andata benissimo, a livello di compagni di corsa. In classe eravamo in diciotto, sei maschi, quattro dei quali che facevano (e fanno tuttora) calcio. Allenati, insomma. Poi c’era il buon Carissimi, che dedicava il suo tempo libero alle sigarette e alla chitarra, e che quindi poteva bene o male reggere il confronto con uno che si drogava già allora di Football Manager e calcio inglese in streaming. Anche se, sotto sotto, dei due lui era messo leggermente meglio. In breve: ero il più scarso dei sei.

Sì, ecco, il test di Cooper. I primi anni. Poi è arrivato quell’ometto particolare del prof. Cividini, che ogni tre per due balbettava, ma che quando c’era da farci correre alle 9 di mattina, in pieno novembre, se possibile sotto l’acqua, non cedeva mai di un millimetro. E quindi il test di Cooper si è trasformato in venti minuti di corsa, che poi sono diventati venticinque in quarta, trenta in quinta. Trenta lunghissimi minuti. E più il freddo ti prendeva a schiaffi, e più tu pensavi al caldo del piumone.

Spesso imbrogliavamo. Tutti, eh, mica solo io. Quando ancora eravamo un gruppo unico, nei primi giri, ci nascondevamo dietro le macchine, uno alla volta. Il prof non faceva la conta dei polli, e il giro dopo quello fermo rientrava, e magari se ne fermava un altro. E via così. Certo, una volta che il gruppo si sgranava, era difficile rubare giri interi. Verso la fine il Cividini ci chiedeva quanti giri avessimo fatto. Ingenuo, lui. Quando c’era da dire i giri, qualcuno si trasformava in una sorta di risposta bianca estemporanea a Gebrselassie e gonfiava i numeri. Poi ovviamente i primi si incazzavano, e come dargli torto. Io cercavo di stare sempre sui giri che mi garantivano un cinque e mezzo o un sei stiracchiato.

Poi va be’, va detto che c’era speranza anche per me e il caro Carissimi, perché il prof ci alzava il voto se facevamo delle corse “extra”, mentre gli altri erano in palestra – al caldo, i bastardi – a giocare a calcetto o a ping-pong. E quindi in qualche modo il sette arrivava anche nella corsa. Una volta il Cividini è venuto da me e mi ha detto: “P-p-paaanzeri, non p-p-preoccuparti. Conosco p-p-persone che p-p-pr-prima, come te, odiavano c-correre. P-p-poi hanno iniziato a c-c-correre come hobby, e adesso non r-r-riescono a smettere. È una droga, p-p-peeeeeeer loro”.

Tutto questo popò di struggente ricordo scolastico perché oggi mi è venuto in mente il Cividini. Dal settembre 2011, dopo aver fatto l’aupair in Belgio per un mese, dopo aver visto con i miei occhi una donna in carriera, nonché madre di tre figli, allenarsi per una maratona, ho iniziato anch’io a correre nel tempo libero. E tra scarpe sognate e mai comprate, percorsi di ogni tipo, corse all’alba e al tramonto e al chiaro di luna, moscerini in ogni dove, ginocchia ballerine, collant supersexy, e molto, molto altro – oggi mi sono accorto che qualche giorno fa ho superato la soglia dei mille chilometri percorsi. Trecento nel 2011, cinquecentosessantaduevirgolaquindici nel 2012 e i restanti (a voi il calcolo, sono pochini) nel 2013.

Per uno che sfiorava il coma nel test di Cooper, non è male, no?

“Davanti a questi fenomeni lo scienziato alza le braccia e dice: ‘Io mi fermo qui!'”

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