Il progressivo – L’arte del fantasticare quando l’ossigeno scarseggia

Dopo aver effettuato della corsa di riscaldamento a ritmo facile aumenta leggermente la velocità, poi quando sei a tuo agio, aumentalo e mantieni il nuovo ritmo per un po’. Poi aumenta una seconda volta il ritmo e mantienilo per un po’ a seconda delle tue sensazioni. Controlla il ritmo, non esagerare e termina la sessione rallentando.

Questo dice myasics.it alla voce “progressivo”. In poche parole: parti piano e man mano aumenta, senza però morire sull’asfalto. Questa era la corsa in programma oggi. Otto chilometri di progressivo.

Myasics.it è un sito molto utile per chi si avvicina alla corsa. Puoi creare programmi d’allenamento personalizzati partendo dall’obiettivo che vuoi raggiungere. È comodo. Non è perfetto, e non è neanche eccezionale – corro da più di due anni e ho seguito programmi ben più ragionati e allenanti, anche se più esigenti dal punto di vista fisico – ma se cercate un sito che vi dica come iniziare a muovervi senza ricorrere a ripetute, fartlek e sofferenze simili, va più che bene.

Progressivo, dunque. Otto chilometri. Il ritmo iniziale è sui 6′ a km, poi via via dovrei accelerare fino ai 5’15”. Uno sforzo da 45 minuti circa, per dare un’idea.

Parto in prima, a passo di jogging. È la corsa di un anziano, di quelli che ogni tanto li vedi in giro a correre coi calzini bianchi di spugna che vanno ben oltre la caviglia e la pancia sferica ma solida, compatta. Mi viene in mente Morgan Freeman/Nelson Mandela che, tuta impeccabile addosso e bodyguard cubici attorno, esce a fare jogging in una scena di Invictus. È il passo assonnato del riscaldamento nelle ore di educazione fisica, alle 8.30 del mattino e col latte sullo stomaco. È il ritmo della pensione minima, è il “mi raccomando, eviti i movimenti bruschi” del medico alla nonnina incriccata; è la casalinga che, dopo infinite camminate con le amiche a base di gossip e pantaloncini snellenti, prova a salire di livello. Quando vedevo qualcuno procedere a quell’andatura, pensavo: “va’ che lumaca! Fa fatica a staccare i piedi da terra”. Ora penso: “va’ che lumaca. Forse sta solo facendo un progressivo. Sì, ok, però: che lumaca!”. Relativizzo fino a un certo punto, ecco.

Dopo circa 11′, come previsto dall’allenamento, “progredisco”. Da quella che era un’indiscutibile prima, con una leggera tendenza al cambio in folle (ovvero al procedere per inerzia), passo alla seconda. Sento proprio un clic, lo stacco è netto, come se nelle gambe ci fosse davvero una leva da azionare, un bottone da pigiare, una manopola… insomma, ci siamo capiti. Questo è un passo meno rachitico, meno trascinato: le ginocchia si alzano, i piedi le seguono; il busto si fa più dritto, seguito dalla testa e dallo sguardo. Se questa falcata fosse un aggettivo, sarebbe “baldanzoso”. Se fosse una classe sociale, sarebbe un compiaciuto ceto medio. Se fosse un personaggio da telefilm, sarebbe un immarcescibile David Hasselhoff che esce dall’acqua durante la sigla di Baywatch. È un passo che dice: “Ehi, guardatemi, sto correndo e non faccio nemmeno fatica”. Un Arthur Fonzarelli fatto ad andatura bipede. Passo rimbalzante, spavaldo, fiero seppur non propriamente veloce.

Oggi, nel mezzo di questa fase simil-cangurosa, ho incrociato un corridore con questa precisa andatura. Occhiale da sole tecnico-tattico, canottiera nera minimal per mettere in mostra spalle possenti e bicipiti erculei, pelle arancione e, per l’appunto, passo gommoso, elastico, quasi superbo. Da lì a immaginarsi una polo col colletto alzato, un’Alfa Romeo coi finestrini abbassati e una ragazza lampadata con la passione per il leopardato, il passo è stato breve.

Archiviato il bellimbusto color Fanta, intorno ai 22′ è scattata la terza. Ammetto che la transizione non è stata così lineare come la precedente – anche perché, senza gps e quindi senza riferimenti precisi, è dura aumentare di x: si va a naso, a spanne, a intuito. Ma è pur sempre una terza. I piedi non rimbalzano più, cercano tutto l’attrito che l’asfalto può dare e spingono in avanti. Il movimento delle gambe è meno rotondo, seppur non ancora irregolare. È la corsa del pendolare che scatta fuori dal tram per prendere il regionale che lo porterà a casa: consistente, ma non disperata (c’è pur sempre il treno dopo, perbacco!). E non esiste esempio cinematografico migliore di Sylvester Stallone in Rocky II, nel minuto e quaranta di tuta grigio topo e fascia rossa fuoco che precede lo sprint verso la piazza della semi-proverbiale scalinata. Non è una corsa per vecchi, direbbero i fratelli Cohen. E nemmeno per ricchi, aggiungo io, né per sprovveduti. C’è da curare la respirazione, altrimenti si va in apnea subito: guai a inspirare con la bocca, sarebbe un mezzo cedimento.

Quando mancano ancora due chilometri e spiccioli alla fine dell’allenamento, scatta l’ultima fase. Mi duole far presente che sono privo di quarta. La velocità aumenta, ma senza criterio, così come il respiro. Insomma: non riesco a controllarmi ad alta velocità – quella che per me è alta velocità, ovvero la velocità a cui un keniano porta a spasso il cane o va a prendere il pane. Accelero, ma non so di quanto. E la corsa si fa matta e disperatissima: non sono a tutta, ma poco ci manca. È la corsa ingenua, speranzosa e stupida del protagonista innamorato che raggiunge la sua bella, le lacrime miste alla pioggia torrenziale, salvo poi trovarla a pomiciare con l’Altro. Non ho esempi a portata di sinapsi, fors’anche perché non è il mio genere di film, ma dovrei aver reso il concetto. Inspiro ogni tre passi, espiro ogni tre passi. Il cuore si sovrappone al lettore mp3. È dura. Ma all’improvviso appare lui.

Più che un lui, è una macchia sfocata, che neanche Monet dopo una sbronza tra le ninfee – le diottrie sono quelle che sono, e non se ne parla di correre con occhiali o lenti. È a venti metri. Una macchia nerastra. E arancione. È lui, nostro signore Ken dei solarium, a quindici metri da me. Il passo è rigido, le gambe appesantite. Dieci metri. La polo, d’improvviso, si macchia di ragù e s’affloscia. Cinque metri. L’Alfa va in panne, la ragazza lo pianta. In piena overdose da endorfine, lo raggiungo, lo supero, lo distanzio, lo stacco. E nell’ultimo chilometro perdo due o tre mesi di vita.

Alla fine il cronometro dice 42’36”, ritmo complessivo da 5’20”. Leggasi: ho fatto otto chilometri alla media che avrei dovuto tenere solo negli ultimi due. Folle. Inutile. Però intanto il bambolotto non c’è più.

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Ps: per chiudere degnamente, vi lascio l’ultima parte del cartoon-confessione di The Oatmeal, fumettista/corridore sovrappeso ma inarrestabile. Merita, tanto.

3 thoughts on “Il progressivo – L’arte del fantasticare quando l’ossigeno scarseggia

  1. labyrinthpersephone 7 febbraio 2014 / 14:51

    Che bello ritrovarmi un po’ nelle tue sensazioni, anche se io sono un po’ molto più lumaca che figona in canottiera. A parte che anche se andassi veloce non entrerei comunque nella categoria delle figone da Baywatch.
    Il problema è che io correrei anche, se la pioggia mi desse tregua, e se non dovessi affrontare il pantano dei campi. Tu o mi fai salire la frustrazione per i libri che devo leggere o quella per le emozioni della corsa che mi mancano.. mannaggia a te. Però ti perdono perché mi piace davvero un sacco leggerti, ecco.

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    • franciswolves 8 febbraio 2014 / 20:35

      Ma il bello è proprio quello: che la lumaca va meglio del figone🙂
      La pioggia non è una scusa per non uscire! Anzi, è forse anche più divertente (un po’ meno quando scivoli nelle pozzanghere, ma dopotutto serve anche la giusta componente di rischio).
      Comunque il post risale a fine agosto, quando correvo anche cinque volte a settimana. Ora invece sono inchiodato a casa in vista degli ultimi esami di febbraio, la frustrazione ce l’ho pure io!

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