L’autoradio

Mio padre dice di aver posseduto e guidato un’Alfa Romeo, in gioventù, ma causa mancanza di prove visive ho deciso di non credergli. La Uno invece me la ricordo. Oddio, non mi ricordo un granché. Era grigia, e io ero sempre seduto dietro. Avevo due anni, non di più.

Mi ricordo anche la 126. Arancione, ché se mia madre doveva scegliere un’auto, la sceglieva bene (cioè male). Aveva un motore da urlo. Letteralmente: per farti sentire in garage dovevi urlare. Il garage vecchio, con la clèr amaranto, di quando ancora stavamo sull’altra sponda dell’Adda. Di quando mio padre saldava cancelli e inferriate, di quando mia madre mi portava gli scatolini di crème caramel dalla mensa della Imec. Di quando i fuochi d’artificio visti dal secondo piano di un condominio sembravano inghiottire tutto e tutti.

Poi è arrivata la Punto. La prima, vera Punto, quella del 1993. Quella eletta Auto dell’anno nel 1995. Quella bordeaux, che al sole brillava come un rubino. Quella con i finestrini che si alzavano e abbassavano senza manovella.

Quella con l’autoradio. Come non si diceva allora, tanta roba.

C’era addirittura il mangiacassette, per la gioia di mio padre, di cui assecondavo ancora – ah, l’ingenuità! – la passione per i Pooh. E quando il dio delle città ci dava qualche attimo di tregua, c’erano la cassetta delle barzellette e quella dello Zecchino d’Oro. E ovviamente, già allora, le partite su Radio1, MW 900 (però non a Brivio, perché sul ponte non si sente mai niente). Campavo di Quattroruote e Topolino e tutto andava bene.

La Punto ha portato me alle elementari, mia madre al lavoro e l’intera famiglia oltre l’Adda. E una volta scavallato il fiume è stata raggiunta dalla Cinquecento. Non dalla 500, in numeri, ma da quella in lettere. La via di mezzo tra il pezzo d’antiquariato e la moderna versione fashion. Lo scatolotto, per intenderci. Uno scatolotto rosso pastello, usato, con le manovelle per i finestrini. Senza autoradio.

“Ma il Francesco mica può guidare subito la Punto!”. Un’involuzione necessaria, quindi. Uno scatolotto comprato a niente ma mantenuto col sangue. Fari, sedili, frizione, cinghia, batteria e altro ancora: ogni anno un pezzo da cambiare, una spia che si accendeva. Una specie di Allegro Chirurgo a quattro ruote.

Ma non puoi odiare la macchina su cui impari a guidare. E pazienza se sotto gli sbocchi frontali del riscaldamento c’era uno spazio rettangolare vuoto, dove si intravedevano mille cavi vivaci ma inutili. E ho fatto fatica a non piangere quando una mattina d’estate lo scatolotto è stato spiaccicato contro una parete del garage (nuovo, con la clèr grigia e poi verde) da una Classe A. C’era dentro mio padre, illeso. Si è visto portare via il rottame della Cinquecento dal carro attrezzi, si è visto togliere qualche punto dalla patente, si è visto arrivare una multa non insipida. La sua unica colpa? Avere un garage nuovo ma sfigato.

In camera, di fianco alla stampante, ho ancora uno specchietto, che nell’incidente si era staccato. Faccio fatica a elaborare i lutti, anche quelli motoristici.

Poco tempo fa è arrivata una Peugeot 206. Colore grigio metallizzato, un modello che mi è sempre piaciuto. Però non l’abbiamo presa. È arrivata, azione passiva, per un’eredità di cui non avremmo voluto godere così presto.

Con calma, sul finire del 2013, anch’io ho scoperto il servosterzo. La 206 è agile e divertente da guidare, ma ovviamente le manca una cosa. L’autoradio. Non si vede il rettangolo vuoto, ma nemmeno i cavi, perché sono coperti da un pezzo di plastica nera. In compenso l’auto invita a risolvere in continuazione tanti piccoli problemi di fisica, essendo provvista di tachimetro rotto.

Non la uso un granché, perché la strada da casa alla stazione è molto breve. Ma se la mattina sono troppo rincoglionito per pensare, la sera pagherei per poter alzare il volume, scimmiottare un improbabile Yorkshire accent e urlare “but I crumble completely when you cry!” sopra alle incomprensioni e ai mugugni e ai silenzi di una classica giornata milanese.

Anche perché è inutile sperare nella Punto.

Su Virgin Radio non la passeranno mai.

4 thoughts on “L’autoradio

  1. bibbywankenobi 16 novembre 2013 / 17:55

    la punto invece è stata la mia prima auto. Poi l’abbiamo rottamata, mia madre s’è presa la punto “classic” (cioè quella “vecchia”, l’ultimo modello uscito prima della grande punto) e io uso quella che ha sostituito la vecchia punto, una fiat idea. E tu dici No ma dai, la fiat idea che macchina è? E invece ha tutto quello che serve a me: autoradio con chiavetta usb e abbastanza spazio per contenere le tavole da snowboard❤

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    • franciswolves 18 novembre 2013 / 22:00

      Basta poco! E in una Lamborghini le tavole da snowboard non ci stanno mica😀

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