Di pallone, di libri, di tette. Non necessariamente in quest’ordine.

Dall’asilo all’università, poche cose rimangono le stesse. Una delle pecche più lampanti del sistema educativo italiano è il mancato uso delle brandine per il riposino post-pranzo dalla prima elementare in poi. Una vergogna. Nel passaggio da elementari a medie, invece, il trauma arriva con la ricreazione – momento di esaltazione totale del novenne di turno, il quale, dopo due insostenibili ore di divisioni a due cifre, può scendere le scale, correre in cortile, prendere il pallone e urlare al mondo “Io sono Zalayeta!”, per poi inseguire il pallone di cui sopra per trenta minuti abbondanti e infine crollare al suolo, dopo scatti estenuanti, gol impossibili ed esultanze illegali (dopotutto, chi non ha mai voluto essere Zalayeta, una volta nella vita?). La ricreazione, dicevo, passa da questa mezz’ora di estasi sudaticcia a dieci minuti scarsi che sanno di cracker poco salati e camminate monotone su e giù per i corridoi. Un trauma, per l’appunto. Dalle medie al liceo non perdi un granché, ma il trauma c’è comunque, perché all’improvviso vedi TETTE ovunque, e non capisci perché nessuno ti aveva detto che avresti visto TETTE in ogni dove, e tu, creatura ingenua, ti chiedi perché hai passato tutto quel tempo con Pokemon Rosso, con RobotWars, con gli Offspring, quando invece potevi prepararti psicologicamente a vedere tutte quelle TETTE concentrate in un ambiente relativamente limitato. Arrivato in università ti ripigli giusto un attimo, giusto perché “sai, mi sono iscritto in università, vado a Milano”; devi darti un tono, insomma. Ingabbiato in qualche modo l’ormone, ti accorgi che non c’è più educazione fisica. Ti accorgi che non puoi più sopportare matematica, matematica, religione e francese sorretto soltanto dal pensiero che dopo, per cinquanta minuti, potrai correre o tirare pallonate o giocare a ping pong – insomma, sentirti vivo (e, alla fine dell’ennesimo test di resistenza, anche un po’ morto). No. Perché dopo linguistica inglese, lingua, lingua ed economia non c’è più educazione fisica, bensì storia contemporanea. E storia contemporanea vuol dire fermarsi fino alle 18 e passa, vuol dire uscire  quando il mondo, fuori, sembra Silent Hill, vuol dire sorbirsi le tirate spocchiose di De Francesco, vuol dire anche avere notevoli probabilità di incappare in figure di merda cosmiche.

Ma oggi parliamo di libri.

Perché una delle poche cose che sono rimaste invariate dalle elementari a oggi sono i libri da leggere “per scuola”, perché la maestra, un’insegnante, la profe, il prof lo vogliono. Tocca leggerli, c’è poco da fare.

Da buon lettore costante e abitudinario, non ho mai accolto con grande entusiasmo le imposizioni proprio perché toglievano spazio alle mie letture abituali, fossero queste i quadernoni della Pimpa o i romanzi di Manfredi. E poi scusate, se Pennac mette come terzo diritto inviolabile del lettore quello di non finire un libro, chi è il prof di italiano per impedirlo? Pennac, eh, mica Carcarlo Pravettoni.

Ma poi c’è sempre il professore che ti frega. “Leggilo tutto,” dice “poi sei libero di criticarlo. Ma prima leggilo”. Bella fregatura. Anche perché i libri che uno vuole leggere sono – accipigna! – proprio tanti, e il rapporto libri letti/mese è sempre troppo basso. Figurarsi poi se ci si mettono i libri imposti dall’alto.

Ma ormai è prassi. E poi non siamo più ragazzini. E poi siamo in università. E poi manca poco più di un semestre. (E poi a breve siamo tanti piccoli disoccupati, ma questo è un altro discorso).

La lettura che mi ha accompagnato in queste malaticce vacanze di Natale è stata Waiting for the Barbarians, libro del signor John Maxwell Coetzee. Il signor John Maxwell Coetzee, sudafricano e ancora in vita, ha vinto un grazioso premio Nobel per la letteratura (2003), il che significa tre cose.

Uno – che la signora Coetzee sarà stata ben contenta di fare spazio a un nuovo soprammobile in salotto.

Due – che dal 2003 in poi il signor John Maxwell Coetzee ha cambiato nome in “Premio Nobel 2003”, perché quel titolo, quell’apposizione, gli si è appiccicata addosso e non si è più staccata. Ecco un esempio:

Aspettando i barbari è un romanzo dell’autore Premio Nobel 2003 J. M. Coetzee pubblicato, nella traduzione di Maria Baiocchi, dalla casa editrice Einaudi nel 2000.

Tre – che il signor John Maxwell Coetzee, letterariamente parlando, è intoccabile.

Eh sì. Tu, studentiello ventiqualcosenne, non puoi recensire in santa pace il signor John Maxwell Coetzee. Perché se i suoi libri ti piacciono, non avrai mai abbastanza competenza, abbastanza profondità, abbastanza perizia per lodarne lo stile, i personaggi, l’intreccio. E perché se i suoi libri non ti piacciono, scatta automatico il “ma come, non ti piacciono i suoi libri? Ma guarda che ha vinto il Nobel, eh”. Maledetti intoccabili e maledetti soprattutto i fan degli intoccabili. Quelli che quando esprimi un giudizio negativo sul loro beniamino, non ti chiedono “perché?”. Si limitano a sgranare gli occhi, occhi che in un attimo si riempiono di disprezzo e compassione. Le reazioni a cui assisto quando dico a qualcuno che non mi piace “Il piccolo principe” rientrano in questo filone. Ma anche questo è un altro discorso.

In ogni caso, un po’ per divertimento, un po’ perché oggi si riprende e la voglia scarseggia, un po’ per esorcizzare i talebani di ogni tipo, offro una chiave di lettura “alternativa”.

Waiting for the Barbarians racconta lo straziante tormento interiore di un uomo. E già questo sarebbe sufficiente per non leggere il libro. Si tratta di un uomo politico, un magistrato imperiale bello grosso e panzuto – non mancano i riferimenti alla sua ciccia – a capo di una cittadina ai confini del deserto. Il magistrato non ha un nome, né ce l’ha l’impero, né la cittadina. Potremmo essere in Asia, in America, in Africa, in Oceania, perfino in Europa, se consideriamo l’Andalusia. Ecco, magari non siamo in Antartide. Ma Coetzee è un birbantello, fa apposta a non darci nessun riferimento geografico, così che possiamo concentrarci interamente sulle infinite riflessioni del protagonista. In compenso c’è un nemico – c’è sempre un nemico – anche se pure questo è vago e indefinito. Si tratta dei barbari, per l’appunto, ma anche qui non sappiamo dove siano, quanti siano, cosa stiano facendo e se attaccheranno o meno. Bel nemico dimmmerda, direte. Ma d’altronde il libro è tutto un’allegoria, tutto una metafora, tutto un rimandare a concetti astratti degni della mente di un Autore Premio Nobel 2003. Ma è inutile che Coetzee faccia tanto il metafisico, perché anche in questo caso è impossibile non notare come tutto giri inevitabilmente, intrinsecamente, implacabilmente attorno alla figa. Perché c’è una lei, ovvio. E il magistrato panzuto se ne innamora, anche se non lo ammette, preferendo invece riempire quaderni interi con paranoie adolescenziali spacciate per profonde meditazioni di un attempato uomo di potere. Colpo di scena: la donna è barbara, non in quanto D’Urso ma in quanto appartenente ai presunti cattivi. Ed è pure mezza cieca, perché il colonnello Joll, una specie di nazistone ante litteram (Ante? Post? E chi lo sa?), non usa proprio le buone maniere con i prigioneri. Ah, sì, il colonnello Joll ha praticamente usurpato il magistrato che, solo allora – solo perché gli brucia il popò per aver perso la cadrega – cambia punto di vista sui barbari. E poi, certo, perché gli piace una barbara. Gli piace talmente tanto che la toglie dalla strada, dove faceva la mendicante, e se la porta a letto. Non in senso figurato però, e questo è il bello. La porta letteralmente nel suo letto, la fa dormire con lui. La spoglia, la unge, la massaggia, la coccola, ma non ci fa un bel niente. Ci sono pagine intere di lui che stringe e accarezza le di lei tette (TETTE), ma niente sesso, né amore. In compenso lui spiega per svariati paragrafi perché non sia attratto a tal punto da fare quel passettino in più. C’è pure una descrizione delle sue parti molli che, nei momenti di effusioni, restano molli. E va be’, fatti suoi. Ma la cosa ancora più strana è che il buon uomo soddisfa le sue pulsioni con un’altra donna, una delle “ragazze della locanda”. Ci siamo capiti. Il mistero si infittisce. A un certo punto, non si capisce bene perché, il buon uomo decide di riportare la ragazza dai barbari. E così, a inverno ancora in corso (a-ah), insieme a due soli soldati (certo) e una guida inaffidabile (perfetto), il magistrato e la ragazza si immergono nel deserto. Cosa succede? Cosa volete che succeda: una serie impressionante di sfighe. Cavalli che scappano, tende che volano, sabbie mobili, tempeste di sabbia, roba che neanche nei film americani con la grandine grossa come palle da tennis. Il magistrato incontra un drappello di barbari, consegna la ragazza (senza provare alcunché), torna indietro e riparte. Bello bello, con quel che resta dei suoi uomini (che nel frattempo si sono chiesti perché cazzo siano andati nel deserto con uno che voleva solo riconsegnare una ragazza), torna nella cittadina, dove, appena arrivato, viene fatto arrestare dai nuovi amministratori. Eh sì, pare che se te ne vai a zonzo nel deserto per due settimane, qualcuno poi prenda il tuo posto e ti accusi di tradimento. Che mondo difficile, nè? Qui arriva il blocco centrale, e “blocco” è davvero la parola più adatta, in cui il fu magistrato si arrovella e si deprime in cella, un po’ perché ha fame, un po’ perché è stitico, un po’ perché non si lava a sufficienza. E certo, un po’ perché gli manca la barbara.

Che ne sarà di lui? Chi prevarrà tra lui e Joll? La barbara tornerà a farsi massaggiare? Mica ve lo posso dire. Se proprio ci tenete, vi mando l’ebook via mail.

Ma scommetto che non ci tenete.

23 thoughts on “Di pallone, di libri, di tette. Non necessariamente in quest’ordine.

  1. ilgattosyl 7 gennaio 2014 / 10:26

    Scatti stenuanti imitando Zalyeta???? Ma se era un gatto di marmo!!!

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    • franciswolves 7 gennaio 2014 / 10:28

      Marcelooo Zalayetaaa! Che idolo. Non ne fanno più di panchinari così.

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    • swann matassa 7 gennaio 2014 / 23:01

      sottoscrivo ilgattosyl! zalayeta: il nero più lento della storia dopo freddy rincon

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    • franciswolves 8 gennaio 2014 / 10:58

      Be’ ma sono capaci tutti di dire: “io sono Ronaldo”. Sin da piccolo mi sono sempre affezionato a giocatori, come dire, di seconda fascia. Questo spiega perché Zalayeta mi è sempre stato simpatico, o perché ho provato a vincere tutte le coppe di un’edizione di Pes con la Lettonia di Verpakovskis, o perché ho comprato (e tuttora conservo) le magliette tarocche di Lucarelli e Bothroyd.
      Devo anche ammettere che mi piaceva “fare” Zalayeta perché anch’io non sono mai stato una scheggia😀

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    • swann matassa 8 gennaio 2014 / 21:07

      ma zalayeta non era di seconda fascia… era un giocatore anche dotato tecnicamente, ma che giocava con irritante supponenza… non dimenticare che è stato anche a napoli: non lo digerivo!
      ahah forte la lettonia. io a fifa giocavo i mondiali con la giamaica. e il mio idolo è stefan schwoch!

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  2. Valentina 7 gennaio 2014 / 13:14

    La cosa gravissima è quando la prof ti dice “Leggilo tutto perchè poi faremo la verifica”!!!

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    • franciswolves 8 gennaio 2014 / 11:11

      Eh, noi dobbiamo farne una presentazione al prof e agli altri, quindi siamo senza scampo!

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  3. Firmato Ckf 7 gennaio 2014 / 14:17

    ok, non ci tengo a sapere come finisce.
    Detto questo, ai miei tempi mi facevo fare il riassunto da qualcuno che l’aveva letto, adesso c’è pure internet (*SPOILER* il presente commentatore non si è mai laureato)

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    • franciswolves 8 gennaio 2014 / 11:17

      Il problema è che l’abbiamo letto in due, e nel presentarlo dobbiamo collaborare, quindi a sto giro non potevo proprio evitare la lettura..

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  4. ro 7 gennaio 2014 / 14:17

    Ok, a caldo:
    – dovrei leggere libri di premi Oscar
    – mi sono fatta l’idea che i premi nobel li assegna una giuria di vecchi che si riconosce in romanzi di vita irregolare o gente strana tipo il Phil Roth.
    – nonostante io sia donna, confermo esserci stati anni in cui anche io vedevo solo tette
    – bel post.

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    • franciswolves 8 gennaio 2014 / 11:22

      La conferma sui periodi di omnipresenza delle tette mi rincuora, davvero, a maggior ragione perché arriva da una donna.

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    • ro 8 gennaio 2014 / 11:27

      una donna eterosessuale, per giunta!

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  5. alessia 7 gennaio 2014 / 19:45

    dovresti fare il recensionista!

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    • franciswolves 8 gennaio 2014 / 11:07

      Non sarebbe un brutto mestiere, ma purtroppo riconosco di non sapere andare sufficientemente in profondità nella lettura😦

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  6. swann matassa 7 gennaio 2014 / 23:05

    NON ti piace il piccolo principe????? O_O
    scherzi a parte, ti posso perdonare il piccolo principe, ma non il voler essere zalayeta! e, per rimanere in tema calcistico, da questa tua recensione il nobel 2003 mi sembra meritato come il pallone d’oro a sammer nel ’96😀

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    • franciswolves 8 gennaio 2014 / 11:05

      Sapevo che mi avresti bacchettato sul Piccolo Principe!
      Per quanto riguarda il libro mi sembra giusto ammettere che l’altra lettrice designata, la ragazza con cui dovrò presentare il libro al prof, l’ha trovato scorrevole e leggibilissimo. (È anche vero che secondo me questo non è uno dei libri che sono valsi il Nobel a Coetzee).

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    • swann matassa 8 gennaio 2014 / 21:03

      vista la natura del post, DOVEVO FARLO!🙂 il piccolo principe è un intoccabile, come dici tu, dovevo sgranare gli occhi e dirti “ma come non ti piace il piccolo principe!”😉

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  7. Elena 8 gennaio 2014 / 00:44

    dalla tua descrizione ricorda il deserto dei tartari…
    penso di aver detto tutto.

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    • franciswolves 8 gennaio 2014 / 10:48

      Ma la cosa paradossale è che il Deserto dei Tartari l’ho letto, e mi è pure piaciuto, ed è stata proprio la somiglianza tra i due libri a farmi propendere per Coetzee!

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  8. Elena 9 gennaio 2014 / 12:14

    anche a me era piaciuto, ma solo una volta finito.. e nonostante sembrasse corto ci avevo messo almeno una settimana!

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