Appunti via Carnate – Una giornata da mille sbatta

«Unshared happiness is not happiness» scrisse Pasternak in Il dottor Živago. «Happiness only real when shared» ha scritto Christopher McCandless, prima di morire nei boschi dell’Alaska. «Però, se ci pensi, anche le sfighe è meglio viverle almeno in due», dico io, di fronte all’ennesima disavventura sul 6.50 per Milano P.ta Garibaldi.

Si rende necessaria una breve presentazione. Il collega di sventura si chiama Bobo (è un soprannome che lui non sopporta, quindi facciamo pure finta che si chiami davvero così). Fossetta sul mento, erre catarrosa, all’ultimo anno di veterinaria. È stato mio compagno di elementari e medie, abbiamo fatto lo stesso liceo e ora ci capita spesso di discettare di calcio e altre amenità sui roboanti mezzi Trenord (dove “roboanti” ha un’accezione negativa, dato che non si parla di treni a vapore). Durante una lezione di arte, non so quanti anni fa, avevo scelto il povero Bobo per il compito “disegna il volto di un tuo compagno di classe”. Mi ricordo perfettamente di come l’avessi ritratto con le tempie un po’ troppo larghe, alla Frankenstein. Mai stato in grado di disegnare. Non so se fosse più schifato lui o il professore di arte. O Frankenstein stesso.

È una mattina di metà febbraio. Il gioviale Bobo è particolarmente assonnato, ma non rinuncia a porre domande quasi sensate sull’esame di teoria e critica della letteratura, uno dei due scogli su cui vorrei evitare di spiaccicarmi durante la giornata. È una mattina che richiede calma e buona memoria, doti che ho ben pensato di annaffiare con un tazzone di caffè. È una mattina che richiede silenzio. Il vecchio Bobo si appisola. Sul vagone, per una volta, si sta bene. Ripassare è possibile.

Fondamentale per lo strutturalismo è l’idea di struttura. Ovvero? A partire dalla linguistica di Saussure e dai modelli biologici, i fenomeni sono descritti meglio se visti al di là della loro dimensione apparente, al fine di trovare elementi fondamentali che generano le forme particolari che vediamo ricomporsi in modi diversi. Le storie non sono altro che un insieme di vari pezzi che si ripetono, e analizzarle significa studiare invarianti, snodi narrativi che si ripetono.
L’idillio non dura un granché. A Carnate salgono due ragazzetti. Medie? Mmm. Superiori? Più probabile. Eastpak di ordinanza, pesante cadenza brianzola, tasso di vitalità superiore alla soglia consentita a quell’ora della mattina. I due presentano però tratti molto distinti l’uno dall’altro.

Il primo è magrolino, statura medio-bassa, acne feroce, apparecchio diabolico, voce sgraziata (tipica del maschio pubescente con un testicolo su e uno giù). In una diapositiva:

Il secondo è alto, capelli effetto “fuori dal letto”, voce baritonale (tipica del maschio pubescente con tutti e due i testicoli giù), risata goffa ed enorme, inarrivabile faccia da schiaffi. In una diapositiva:

I due si insediano – c’è bisogno di dirlo – nei due posti liberi accanto a noi. Di conseguenza mi trovo Milhouse davanti e Butthead di fianco. Il simpatico Bobo, ancora dormicchiante ma pur sempre navigato conoscitore della fisionomia umana, lancia un’occhiata molto significativa, traducibile con qualcosa come “ma proprio qua dovevano mettersi ‘sti stronzi che non promettono niente di buono e che con ogni probabilità rugheranno il cazzo fino a Milano?”.

Il caro Bobo mi è sempre stato simpatico perché è politically correct quanto Luttazzi e diplomatico quanto Putin. C’è bisogno di più gente come lui, al mondo.

In linguistica si cercano gli elementi invarianti del linguaggio che, attraverso un gruppo di tras…

«Oh! Oh! Oh! A cosa stai giocando?». La voce di Milhouse è davvero fastidiosa.

«Eh, al sssolito!» risponde Butthead, denotando sin da subito la tendenza a strascicare le consonanti. No, non è che vuole scandire meglio le sillabe. Parla per inerzia, con suoni che rotolano fuori dalla bocca come dadi del Monopoli: a caso e senza troppa convinzione.

«Ma che record hai? Eh? Oh! Che record hai? Guarda che io riesco a fare novemila, eh! Oh! Riesco a fare novemila a quel gioco!». Se la voce è fastidiosa, i contenuti sono molesti.

«Ma ssse non ce l’hai nnneanche, quel gggioco! Stai zzzitto!». Il rapporto di potere tra i due è evidente. Butthead, che non ha ancora schiodato gli occhi dallo schermo dello smartphone, tiene in considerazione Milhouse più o meno quanto gli studenti di storia di ogni età tengono in considerazione la differenza tra vassallo, valvassore e valvassino.

Con lo strutturalismo si ha una critica della soggettività cosciente dell’uomo, e una critica dell’idea di sog…

«Oooooh, adesso sssto facendo un livello ssstradifficile». Il movimento delle dita sullo schermo si fa compulsivo.

«Fammi vedere! Dai, dai, fammi vedere!». Ed è così che Milhouse, inebetito dal desiderio di assistere alle imprese videoludiche del compare, si sporge diagonalmente per cogliere ogni singola ditata. Peccato che il suo Eastpak, appoggiato fino a quel momento sulle sue gambe, venga catapultato sul mio incolpevole corpicino. Tra lo zaino e il mio sterno, improbabile condimento di un altrettanto improbabile panino, si trovano una ventina di pagine di appunti su Barthes, Foucault, Jakobson e compagnia cantante. Qui potrei fare il brillante e dire che la scena è una perfetta allegoria dell’ignoranza che schiaccia la cultura e bla bla bla, ma evito.

Cerco, a metà tra l’allibito e lo sconsolato, lo sguardo del buon Bobo. Lui prova a non ridermi in faccia, ma non ci riesce un granché bene. I veri amici, come tutti sanno, si divertono nel momento del bisogno.

Per fortuna la pressione dell’Eastpak si allenta quasi subito. Butthead non ha superato il livello stradifficile.

«Noooooo! Sono morto!».

“Magari”, penso io, guardando i fogli sgualciti.

«Te l’ho detto, io ho fatto novemila a quel gioco. Tu non sei capace!».

Butthead, ferito nell’orgoglio, alza finalmente gli occhi – particolarmente spenti – e rimette l’apparecchiuto compagno al suo posto: «Cccazzo vuoi, che non hai nnneanche un cellulare!».

Milhouse abbassa lo sguardo e riflette sulla sua palese condizione di vittima del bullismo. Il sempre utile Bobo si ricompone e tenta di riappisolarsi. Il sottoscritto si ricorda che dell’ermeneutica non ha mai capito una ceppa e spera di avere un’illuminazione in extremis. Butthead alza lo sguardo, sospira ed esclama, messianico:

«Oggi è una gggiornata da mmmille sssbatta».

Le parole si librano nell’aria con un’indolenza mai conosciuta nella storia dell’essere umano. Milhouse accenna un sorriso, rinfrancato dalla saggezza del suo mentore-aguzzino. Il sonnacchioso Bobo apre gli occhi e corruga la fronte. È sempre divertente leggere le bestemmie che traspaiono dal suo volto. Seguono alcuni secondi di silenzio, fino a quando l’eco della sentenza di Butthead non viene assorbita dagli altri rumori del vagone.

«Oh! Oh!». Milhouse ha ripreso fiducia, lo si vede a occhio nudo. «Oh! Mi fai fare una partita? Oh! Dai! Eh?»

«Nnno, devo mandare un mmmessaggio a mia mammmmmma». Una scusa poco credibile per un maschio alfa della sua razza. Ma Milhouse abbocca: «Eh ma poi mi fai giocare? Eh? Oh! Poi mi fai giocare?». L’unica risposta che arriva da Butthead è un grugnito polisemico, la cui interpretazione più accreditata sembra essere “non rompere”.

Il treno arriva a Sesto. La delusione di Milhouse è tangibile: «Oh! Oh! Ma siamo già a Sesto? Dobbiamo scendere! Dai, non mi hai fatto giocare! Oh! Oh! Al ritorno mi fai giocare? Eh? Eh?». Butthead si limita a ridacchiare.

Ed è così che tra gemiti e stridor di freni i due eroi di giornata trascinano i rispettivi corpi giù dal treno. Ancora disorientato da quanto successo davanti ai miei occhi, guardo il serafico Bobo, che subito scimmiotta Butthead:  «Cerrto che è davverro una giorrnata da mille sbatta!».

Con la erre cararrosa, poi, suona ancora meglio.

5 thoughts on “Appunti via Carnate – Una giornata da mille sbatta

  1. Firmato Ckf 21 marzo 2014 / 12:05

    Leggo solo ora il post precedente e colgo l’occasione per consigliarti di portare le camicie hawaiiane così da fare un passo decisivo per la tua missione.
    Tornando a noi, ma un semplice “sto cercando di studiare” e poi giù sganassoni non è configurabile? C’erano testimoni?

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    • franciswolves 22 marzo 2014 / 13:56

      Purtroppo sì, il vagone era pieno. In ogni caso, per studiare i casi più patologici della natura umana occorre anche sopportare certi soprusi.

      Per la camicia si può fare, anche se l’estate belga non è famosa per il suo clima mite..

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