Appunti via Carnate – Bologna Drift

Ché alla fine, i personaggi degni di nota mica sono solo sui regionali via Carnate. Certo, l’ambiente ispira: i sedili sgangherati, le porte inceppate, il sudore di annata, tutto quello che volete. Ma dopotutto la gioiosa ruota che scombina, rimescola e assembla i tratti umani non si ferma mai, e volete che qualche caso umano non capiti in città lontane dalla pianura lombarda o dalle tratte Trenord? Pensare il contrario sarebbe ingenuo e arrogante. E un tantino leghista.

Circa dieci giorni fa sono andato in gita a Bologna, alla fiera del libro per ragazzi. Diversi professori hanno incoraggiato le mie colleghe e il sottoscritto, in qualità di aspiranti traduttori, a fare un giro a Bologna per fare incetta di cataloghi, partecipare agli incontri più stimolanti e, soprattutto, incontrare i responsabili di case editrici piccole e medie per promettere loro il c farci conoscere. Forte del sostegno finanziario offerto dalla sezione di olandese (sempre siano lodate le associazioni per lo studio dell’olandese all’estero), ho optato per viaggiare in Frecciarossa. Tariffa base, eh, ma pur sempre un Frecciarossa. Col wi-fi, le poltrone comode e tutti i crismi. I vagoni erano addirittura inodori. Per dire.

Se il viaggio d’andata è stato sonnacchioso, quello di ritorno è stato interessante. Molto interessante. La scena comprende tre persone.

La prima sono io. Ventitreenne in felpa nera e jeans, provvisto di zaino e borsa di plastica stracolma di cataloghi di libri per ragazzi. Poco da segnalare. A parte l’immagine stampata sulla borsa di plastica, che mi dava un’aria seria e professionale.

F.
Questa è l’immagine, eh. Non sono io con un’aria seria e professionale.

La seconda è una donna piuttosto distinta. Trentadue/trentacinque anni, capelli biondo cenere, naso raffinato e labbra impercettibili. Occhi grandi e buoni. Vestito e orecchini blu scuro. Trolley e borsa dello stesso colore. Elegante ed esplosivamente incinta.

La terza è un’altra donna, un filo meno distinta. Partirei dal basso, stavolta. Immaginatela, ve lo chiedo per favore. Costruitela pezzo per pezzo, come se fosse un galeone Hobby & Work:

  • scarpe laccate bianche con suole e sottilissime stringhe fucsia
  • pantalone alla caviglia, attillato, con motivo leopardato e due leopardi veri e propri (con tanto di muso, baffi e orecchie) raffigurati all’altezza delle cosce
  • giacca in similpelle bianca
  • boa di piume bianche
  • guanti color nocciola, senza dita ma lunghi oltre il polso
  • (una volta sfilati i guanti) tatuaggi vari su polsi e avambracci
  • unghie finte color arancione fluo
  • taglio quasi maschile; capelli tra il granata, l’amaranto e il bordeaux

Aggiungere un trolley turchese, una borsa zebrata e una tracolla color carta stagnola. Appioppare un nome da scoppiata di mezz’età (si consiglia Miranda) uscita da un ignobile telefilm americano. Spruzzare profumo dozzinale q.b.. Servire ancora tiepida.

Inutile dirlo: è amore a prima vista.

«Scusami,» chiede Miranda, disorientata come un alpaca sulla Brennero «puoi aiutarmi con il posto? Non capisco proprio dove devo sedermi!». Domanda legittima, se solo i numeri delle file e le lettere dei posti non fossero al massimo a cinquanta centimetri dal suo naso.

«Vediamo… sei nel… 4A. Saresti qui» spiega la futura mamma, indicando il posto di fianco al suo. Ma basta un’occhiata di puro terrore ai numerosi bagagli incombenti per farle aggiungere in fretta: «Però non c’è nessuno lì… ma sì, resta pure dove sei!». Il tutto accompagnato da un sorriso angelico. Ah, la diplomazia femminile.

Neanche il tempo di ringraziare, che la musa di giornata ha già abbordato la controllora.
«Buonasera. Un’informazione, per cortesia. Se volessi mangiare qualcosa, c’è un vagone apposta?».
La controllora la invita a raggiungere la carrozza 5, dove potrà abbuffarsi al ristorante.

«Scusami ancora». Miranda si rivolge di nuovo alla compagna di viaggio, che ripristina al volo il dolce sorriso di pochi attimi prima.
«Dimmi pure».
«Vado un attimo a mangiare, sto morendo di fame. Puoi dare un’occhiata alle mie cose, per favore?».
La gravida acconsente, la progenitrice dei tizi di Jersey Shore si allontana, rincuorata.

Approfitto della sua assenza per far riposare gli occhi e per constatare che anche il più spietato, il più vile dei malfattori si troverebbe a disagio nel rovistare tra le sue proprietà. Impiegasse anche solo due secondi per aprire la cerniera della tracolla, il triplo stato di Cuki che la riveste lo accecherebbe. Faccio appena in tempo a riflettere sulla croccantezza del verbo “accecherebbe”, che Miranda è già di ritorno.

L’espressione contrariata non preannuncia niente di buono. «Incredibile! Non c’era niente da mangiare! Niente di decente!». Per qualche istante vorrei ardentemente scoprire a cosa corrisponde la sua concezione di “decenza” in ambito gastronomico. Poi mi accorgo che non lo voglio sapere per davvero. Nel frattempo la farsa prosegue.

«Scusami, davvero, ma sono stanca e affamata. Sai dirmi dove trovo la presa per la corrente? C’è una presa, vero?». Sono tutte domande rivolte all’altra donna, ormai sua amica, che a onor del vero pare quasi divertirsi. Forse sta vivendo la scena come un test attitudinale pre-maternità. Perché se sei davvero disposta a crescere un figlio che per almeno vent’anni non troverà mai niente in giro per casa, fare un’ora di treno con una flippata, in confronto, ti deve sembrare una passeggiata.

«Sì, ci sono tre prese. Sono lì, proprio davanti a te». Segue l’inesorabile dito indicatore, rivolto con precisione verso le prese sotto i tavolini. In tutta risposta Miranda si gira verso l’enorme finestrino. «Dove? Qui?».

Eh sì, il vetro, noto conduttore elettrico. Certo.

«No, no, sotto i tavolini».

Miranda si abbassa, si china, si genuflette perfino, e ora sembra cercare questa benedetta presa all’altezza del pavimento, se non nel pavimento stesso. L’impulso di cominciare a guidare la poveretta secondo l’antico rito del «acqua-acqua-acqua-acqua-acqua-fuochino-FUOCO» è grande. Così come grande è la tentazione di prendere il cavo del caricabatterie del mio cellulare, collegato da ormai quindici minuti, sventolarlo davanti alla faccia dell’aspirante speleologa e condire il tutto con una buona dose di insulti.

Mi trattengo.

Miranda trova la presa, esulta, si siede, telefona.

«Ciao amore! Come stai? Sì sì sono in treno, sto arrivando. Come “che treno è”? Boh, forse un Frecciarossa». Scosta il cellulare dall’orecchio, si gira e si prepara all’ennesima domanda. La donna in blu questa volta è più rapida e le conferma che siamo su un Frecciarossa. Non senza prima averle riso in faccia. Miranda trasmette l’informazione via telefono, per poi lanciarsi in un’interminabile dissertazione su eventi familiari di poco conto. E penso che il suo accento sa di Romagna ma anche un po’ di Balcani. E noto che la futura mamma sta guardando dritto davanti a sé, con quegli occhi grandi e buoni, dall’inizio del viaggio. E mi viene in mente che quasi sempre le mamme killer di Studio Aperto hanno gli occhi grandi e buoni.

Controllo l’orologio.

Miranda chiude la chiamata. «Era mia figlia» dice orgogliosa, senza che nessuno glielo abbia chiesto. Ma l’altra donna è rapita. E per la prima volta le rivolge la parola di sua spontanea iniziativa. «È grande?».

Ed è così che Miranda serve un’abbondante fetta della sua vita a quella che ormai è una sua discepola. E pure a me, anche se io di iniziative non ne avevo prese. In sintesi, c’è la figlia che fa il conservatorio a Milano ma noi siamo di Cesena però volevamo progettare questo viaggio negli Stati Uniti ma adesso ci sono dei problemi col volo ma speriamo che domani si risolva tutto anche perché ho sistemato mio nonno che è ancora lucido ma ha ottantasei anni e mangia tre volte al giorno e questo per me è un anno sabbatico dato che avevo bisogno di staccare dal lavoro e sono divorziata ma quest’estate voglio andare a tutti i costi con mia figlia a Ibiza per un festival e insomma quel che sarà, sarà.

Tramortito, cerco la salvezza nel monitor del vagone. Il treno viaggia con 20′ di ritardo ma è ormai alle porte di Centrale. Chiudo gli occhi e assaporo il momento. In extremis Miranda spara l’ultima cartuccia. «Comunque bisogna farli, i figli. Sono un’esperienza da fare».

Tipo le canne e l’Erasmus, insomma.

Occhioni annuisce convinta. Forse, sotto sotto, Miranda le piace davvero. O forse sente i freni del treno stridere sui binari e dentro di sé freme e danza e gioisce sapendo che con ogni probabilità non rivedrà mai più quell’esaurita in vita sua.

No, ok, quello forse sono io.

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Puntate precedenti:

7 thoughts on “Appunti via Carnate – Bologna Drift

    • franciswolves 5 aprile 2014 / 10:24

      Sì sì: prima di essere interpellata sul vagone ristorante, la controllora ci aveva chiesto i biglietti. In effetti ci mancava solo che non avesse il biglietto, ne sarebbe uscita una scenata mica male!

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    • Firmato Ckf 5 aprile 2014 / 13:05

      Il dubbio mi era venuto perché non sapeva nemmeno su che treno fosse

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  1. Godot 7 aprile 2014 / 11:04

    Un segreto… spesso a noi donne non fa alcun effetto il leopardato “agée”! Al massimo ci muove un po’ a compassione!🙂

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    • franciswolves 7 aprile 2014 / 17:45

      Neanche se il leopardato è completato da una famiglia di leopardi fatti e finiti? :O

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    • Godot 7 aprile 2014 / 17:46

      In quel caso si commuove anche l’animalista che è in noi!

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    • franciswolves 7 aprile 2014 / 21:44

      Peggio che peggio non si può! Insomma, è invincibile!😦

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