CLIC (Consigli Letterari Indubbiamente Contestabili) IV

Forse – forse! – le letture universitarie, libri di testo esclusi, sono finite. Niente più premi Nobel che non sorridono mai, niente più critiche a quei cattivoni dei colonizzatori, insomma: niente più libri profondissimi che sfuggono immancabilmente alla mia comprensione.
La to-read list è già lunga, ma ogni proposta è ben accetta. Nell’attesa, ecco gli illuminanti testi di aprile.

#11

Cosa: A World of Strangers
Chi: Nadine Gordimer
Quando: 1958
Come: inglese
Perché: terzo dei quattro libri per il corso di letteratura inglese. Abbiate pazienza, ne manca uno solo.
E in Italia? Un mondo di stranieri (Feltrinelli, 1961, trad. di Marco Guarnaschelli)
Sunto: Toby è un giovane (bianco) inglese spedito in Sudafrica per promuovere gli affari di famiglia. Lì conosce Steven, ragazzo (nero) sudafricano, che gli farà scoprire il mondo delle township, i quartieri black di Johannesburg. Insomma, storia ideale per uno spot Ringo. Nel frattempo Toby frequenta anche l’alta società locale, dove conosce Cecil, oca della peggior specie, e i suoi amichetti rigorosamente wasp; per motivi di lavoro, invece, conosce Anna, avvocatessa tanto testarda quanto attraente. Daje Toby, faje sentì la presenza!
Bonus: ormai sono ripetitivo, perché tutti i libri di questo filone (razzismo, eredità coloniale, confronto bianco-nero, ecc…) sono scritti benissimo, con un inglese davvero ammirevole. Inoltre Gordimer riesce molto bene a far percepire il contrasto stridente tra due ambienti agli antipodi: le ville con piscina dei bianchi altolocati, dove si beve e si spettegola, e le bettole delle township, dove si beve e si balla il jazz fino all’alba. (Si noti che l’importante, alla fine, è bere.)
Malus: il libro dura duecentocinquanta pagine circa. Ecco: sono “entrato” nella storia, spero si capisca cosa intendo, solo dopo centocinquanta. La prosa di Gordimer è sì splendida, ma talvolta (intenzionalmente) ingarbugliata. Diciamo che se mi chiedessero di consigliare un libro immediato, forse non parlerei di A World of Strangers.
Supercit.: Toby non ha tanta voglia di pensare al colore della pelle di chi lo circonda:

I had no intention of becoming what they saw me as, what they, in their own particular brand of salaciousness, envied me the opportunity to become – a voyeur of the world’s ills and social perversions. I felt, as I had so often before, a hostility, irritation, and resentment that made me want to shout, ridiculously: I want to live! I want to see people who interest me and amuse me, black, white, or any colour. I want to take care of my own relationships with men and women who come into my life, and let the abstractions of race and politics go hang. I want to live! And to hell with you all!

(Si ringrazia Chiara C. per la collaborazione)

Consigliato a: gli appassionati dei romanzi diesel; gli amanti del Sudafrica e delle sue contraddizioni; i fan dei Ringo, di Kakà e del suo furgoncino bianco.
Curiosità: in Sudafrica la pubblicazione del libro è stata vietata per ben dodici anni.

#12
Cosa: Max Havelaar
Chi: Multatuli (pseudonimo di Eduard Douwes Dekker)
Quando: 1965 (questa edizione)
Come: italiano (UTET, trad. di Piero Bernardini Marzolla)
Perché: ennesima lettura imposta dai corsi universitari, questa volta per letteratura olandese. Ma prima o poi finirà questa specialistica, mi auguro.
E l’originale? Max Havelaar (1860)
Sunto: se in Italia abbiamo i Promessi Sposi, a cui nessun adolescente può sfuggire, in Olanda hanno Max Havelaar, in cui si raccontano le vicende dell’omonimo protagonista (nonché alter ego dello scrittore). Havelaar è un funzionario olandese di stanza nelle Indie Olandesi, che ai tempi dell’impero – sì, pure l’Olanda aveva un impero – corrispondevano all’attuale Indonesia. Ebbene, Havelaar scrive per denunciare le malefatte di un reggente locale, reo di aver sfruttato le popolazioni indigene per arricchirsi.
Bonus: la struttura è davvero interessante. A narrare è Batavus Droogstoppel, sensale nel ramo del caffè, ma presto la penna passa a Stern, ragazzo tedesco che Droogstoppel ha assunto in negozio come aiutante. I due narratori si intrecciano fino all’ultimo capitolo, in cui Havelaar stesso prende la parola e decide di urlare la sua rabbia in prima persona.

Malus: in alcune parti Droogstoppel anticipa al lettore che si dovrà sorbire «lunghe descrizioni» nei capitoli a venire. Ora, Multatuli caro, se volevi fare una cosa fatta bene, invece di dire «tra dieci pagine vi romperete il cazzo, resistete», potevi togliere direttamente le descrizioni, no? Soprattutto perché il libro vuole essere una denuncia sociale, e di certo ci riesce, ma i lunghi passaggi descrittivi la annacquano non poco. 
Supercit.: Havelaar/Multatuli esce allo scoperto:

Sì, voglio essere letto! Voglio essere letto da uomini di Stato che hanno il dovere di badare ai segni del tempo; da letterati che una buona volta dovranno pur dare un’occhiata a questo libro di cui si sparla tanto; da commercianti interessati alle aste del caffè; da dame di compagnia che mi prendono a servizio per quattro soldi; da governatori generali a riposo e da ministri in carica; dai lacché di queste eccellenze; da predicatori che more maiorum diranno che io offrendo l’Onnipotente, mentre io mi oppongo soltanto al dio che essi si son fatti a propria immagine e somiglianza; dai membri del parlamento, che devono sapere che cosa succede nel grande impero d’oltremare, in quell’impero che fa parte del Regno d’Olanda…

Consigliato a: chi non vede l’ora di farsi una cultura sulla storia imperiale olandese, e lo so che siete in tantissimi! Su le maniii! Sììì!
Curiosità: nel luglio 2010, mentre ero in Olanda per un corso estivo, dovetti scegliere tra la visione del film tratto da Max Havelaar e l’interessante compagnia di una ragazza polacca. Questo per dirvi che dal libro è stato tratto un film (1976), ma non ho proprio idea di come sia.

#13
Cosa: Sono tutte storie
Chi: Nick Hornby
Quando: 2012
Come: italiano (Guanda, trad. di Silvia Piraccini)
Perché: perché tra le varie cose, oltre a tradurre, ci stanno insegnando a fare schede di lettura e recensioni. Ecco, per la prova di recensione – una recensione seria, mica le allegre cazzate che scrivo qui – ho scelto Hornby, che in genere si fa sempre leggere volentieri.
E l’originale? More Baths, Less Talking (2012)
Sunto: c’è qualcosa di paradossale, nel parlare qui di questo libro. O di metanarrativo, vedete voi. Sono tutte storie raccoglie gli articoli che Hornby ha scritto tra il maggio 2010 e il dicembre 2011 per la rivista letteraria statunitense «The Believer» non in qualità di scrittore affermato, ma di lettore insaziabile: ogni pezzo raccoglie le mini-recensioni dei libri letti il mese precedente. In altre parole, senza saperlo sto copiando Hornby. Pensa te!
Bonus: anche nei panni del recensore Hornby è sempre lo stesso: sembra aggirarsi tra i paragrafi pigro e sornione, ma quando meno te lo aspetti piazza delle zampate fenomenali. Spesso fa sorridere, ogni tanto ridere di gusto, e per tutta la durata del testo offre consigli di lettura sempre diversi, mai banali.

Malus: qualche articolo è meno riuscito di altri, ma dopotutto anche alcuni dei libri recensiti non sembrano dei capolavori. Va anche detto che la politica del «Believer» non prevede le stroncature nette, e la verve dello scrittore un po’ ne risente, poiché quando vorrebbe scagliarsi contro Tizio o Caio per sbranarli, può soltanto permettersi qualche critica blanda. Ed è qui che la raccolta perde ritmo.
Supercit.: Hornby riflette sugli psicoanalisti e si trova costretto a lodarli:

Se credete di riuscire a trovare un amico disposto ad ascoltare ora dopo ora, anno dopo anno, il vostro incerto, affannoso tentativo di costruire la vostra storia, be’, buona fortuna. Per quanto mi riguarda, io ho degli amici disposti ad ascoltare i miei dieci minuti di elenco dei giocatori che ci vorrebbero perché l’Arsenal diventasse l’anno prossimo una squadra seriamente competitiva – del resto, io sono inglese. Il mio analista, invece, ha sopportato i miei sofferti e vani sproloqui più di quanto un qualsiasi essere umano dovrebbe mai fare. E in effetti sì, lo pago, ma non abbastanza.

Consigliato a: chiunque voglia esplorare gli infiniti spazi tracciati dalla letteratura anglosassone; chi è alla ricerca di consigli letterari molto competenti, ma sempre farciti da qualche risata inaspettata.
Curiosità: Stuff I’ve been reading, la rubrica di Hornby per il «Believer», è uscita per un certo periodo anche in Italia, sulla rivista «Internazionale».

#14

Cosa: Things Fall Apart
Chi: Chinua Achebe
Quando: 1959
Come: inglese
Perché: Letteratura inglese, once again. Me lo sognerò di notte, il postcolonialismo.
E in Italia? Il crollo (Edizioni E/O, 1976, trad. di Silvana Antonioli)
Sunto: ambientato in una zona imprecisata dell’Africa, che solo nell’ultima pagina si scoprirà essere la Nigeria meridionale, il libro è diviso in due blocchi: nel primo ci viene raccontata la vita di Okonkwo, uomo forte e irascibile, e della sua tribù, tra vita agricola e riti religiosi; nel secondo, seguiamo Okonkwo nei sette anni di esilio che deve scontare per aver ucciso involontariamente un ragazzo, e al tempo stesso vediamo come la popolazione locale reagisce all’arrivo dei missionari.
Bonus: non sarà un capolavoro della letteratura mondiale, ma non è un brutto libro. Achebe riesce a trasmettere i tratti tipici della narrazione orale, elemento chiave della civiltà aborigena, con una prosa semplice, intenzionalmente ripetitiva e ricca di parole nella lingua locale. Suggestive anche le brevi storie popolari che intramezzano la narrazione principale.
Malus: poiché Achebe punta molto sulla semplicità e sull’immediatezza della prosa, il libro rischia a tratti di apparire grezzo, anche nell’intreccio. Poi, va be’, c’è il piccolo problema che vengono nominati duecentoventordici personaggi tra bambini, giovani, uomini, donne, anziani, divinità e spiriti maligni: impossibile ricordarseli tutti.
Supercit.: Okonkwo non riesce a prendere sonno, le zanzare non gli danno tregua:

He stretched himself and scratched his thigh where a mosquito had bitten him as he slept. Another one was wailing near his right ear. He slapped the ear and hoped he had killed it. Why do they always go for one’s ears? When he was a child his mother had told him a story about it. But it was as silly as all women’s stories. Mosquito, she had said, had asked Ear to marry him, whereupon Ear fell on the floor in uncontrollable laughter. “How much longer do you think you will live?” she asked. “You are already a skeleton.” Mosquito went away humiliated, and any time he passed her way he told Ear that he was still alive.

Consigliato a: tutti gli appassionati di Africa e letteratura africana; chi è interessato al tema delle missioni cristiane tra gli aborigeni, e ai contrasti che queste hanno causato.
Curiosità: il titolo, Things Fall Apart, deriva da un verso della poesia The Second Coming di W. B. Yeats.

#15

Cosa: Tutti mi danno del bastardo
Chi: Nick Hornby
Quando: 2013
Come: italiano (Guanda, trad. di Elisa Banfi)
Perché: nel cercare Sono tutte storie sono inciampato anche in questo libercolo, e considerata la lunghezza minima (30 pagine) ho deciso di dargli un’occhiata.
E l’originale? Everyone’s Reading Bastard (2012)
Sunto: Charlie e Elaine divorziano. Fin qui tutto normale. Peccato che lei di mestiere faccia la giornalista di costume. E che le affidino una rubrica settimanale. E che l’argomento della rubrica sia proprio Charlie, il «bastardo» del titolo, di cui Elaine spiffera difetti, gaffe e mancanze imbarazzanti.
Bonus: l’idea non è male, neanche un po’. E lo stile di Hornby è sempre una garanzia, sebbene la traduzione non appaia proprio brillantissima.
Malus: tutto il resto. Tutti mi danno del bastardo è troppo breve per essere un romanzo, ma anche troppo inconcludente per essere un racconto. È un buono spunto, una bozza, che potrebbe svilupparsi in un romanzo interessante. E invece si ferma lì. E i 9 € pretesi da Guenda per il cartaceo, soprattutto se paragonati ai 99p dell’edizione digitale britannica, sono un furto bello e buono.
Supercit.:

Charlie non avrebbe saputo dire con certezza cosa fosse cambiato nel frattempo: se in qualche modo lui fosse riuscito a elevarsi o se al contrario lei fosse stata retrocessa per qualche motivo, forse da un’agenzia che gestiva il rating creditizio di Dio; fatto sta che quando si erano rincontrati a una festa, lei era sembrata inspiegabilmente interessata a lui. Charlie era single e senza debiti, ma Elaine era divertente, affermata e bella, quindi lui si riteneva indietro di almeno una divisione, anche se certo non sarebbe stato lui a sottolinearlo.

Consigliato a: chi vuole leggere un libro intero in poco meno di mezz’ora; chi si è imposto di leggere tot libri all’anno ed è indietro sul programma.
Curiosità: non c’entra una cippa col libro, ma nel 2010 Hornby ha ricevuto una nomination agli Oscar per la sceneggiatura di An Education, film di Lone Scherfig.

Qui le puntate precedenti:
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