Di diritti imprescrittibili, fratelli imprevedibili e giornalisti indifendibili

Nella celebre lista dei diritti imprescrittibili del lettore stilata dal sempre illuminante Daniel Pennacchioni nel saggio Come un romanzo (Comme un roman, 1992) spicca al terzo posto il diritto «di non finire il libro». Un diritto non indifferente. Non ti piace un libro? Accantonalo (e lascia che la polvere lo inglobi), riciclalo (come regalo di Natale per la suocera) oppure, se il formato è digitale, cancellalo senza pietà alcuna. «La vita è troppo breve per trascorrerla con il naso adeso a pagine che non coinvolgono neanche un po’», dicono alcuni. Pare giusto.

Ma non è così facile. Non per me, almeno. Mi sarà capitato un paio di volte in tutto, di mollare un libro prima della fine. Con Severgnini, per esempio, ho dovuto fermarmi per motivi di salute. Perché se fossi andato avanti a leggere (non mi ricordo il titolo, probabilmente qualcosa con italiani o inglesi), mi sarebbe venuto un travaso di bile tale da prendere e spaccare, in mancanza della faccia dell’autore, l’incolpevole Kindle che tenevo tra le mani. Mai visto tanto autocompiacimento in un solo libro, giuro. Ma questo è un altro discorso.

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Cristo, quante botte.

Dicevo, raramente mollo un libro prima della fine. Si accettano ipotesi sulle ragioni. Un rigurgito di perfezionismo latente? Celo. Una sorta di imperativo categorico? Mai sopportato Kant, ma può starci. Una preoccupante punta di masochismo? Perché no. In un recente articolo apparso sul «Sunday Times», Nick Hornby parla addirittura di approccio «puritano» alla lettura.

And think of all the times we refuse to abandon a book we are not enjoying — because we are peculiarly puritanical about literature.

Ma qual è il tomo della discordia? Un modesto libercolo iniziato poco prima di partire per il Belgio. Segue diapositiva.

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Certo, in Belgio la lettura non è stata un’attività prioritaria, per usare un eufemismo. Ma ormai siamo a settembre e, nonostante l’ardito ma sinceramente speranzoso rinnovo del prestito bibliotecario, le pagine lette non superano quota 350 (su 747). È la seconda estate consecutiva in cui tento di scalare questa montagna di carta e inchiostro. Va detto che un miglioramento c’è stato: l’anno scorso mi ero impelagato sull’episodio del Grande Inquisitore, uno dei passaggi più significativi (leggasi: astrusi) del testo, episodio che stavolta ho superato quasi indenne.

Tra l’altro, del Grande Inquisitore mi aveva chiesto il professore di critica e teoria della letteratura. Prima lezione del primo semestre del secondo anno di specialistica. Il prof ci chiede – un po’ per rompere il ghiaccio, un po’ per inquadrarci – quale sono le nostre ultime letture. Il sottoscritto, non senza una certa boria immotivata, si lancia in qualcosa di molto simile a: «Ultimamente sto leggendo alcuni classici della letteratura». E fin qui tutto ok. «Qualche titolo in particolare?» chiede incuriosito il prof. Vai, è il tuo momento, stupiscilo, abbaglialo con il tuo sapere!

«Be’, per esempio… I fratelli Doestoevskij».

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«Intendi I fratelli Karamazov, giusto?» riprende lui, con un sorriso imbarazzato. Emetto gemiti e confermo. «Sei già arrivato all’episodio del Grande Inquisitore?» mi chiede, sempre sorridendo, ma questa volta con un sorriso che sottointende «Dio, ma che figata non è quel passaggio? Che libidine! Di certo le più belle pagine del libro, ho ragione o no?».

Una volta iniziata una figura di merda, la si completa come si deve, no?

«In realtà… quelle pagine… a un certo punto, ho iniziato a saltarle».

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Se gli avessi detto che nel tempo libero amo guardare in loop Two girls one cup mentre ascolto l’intera discografia di Gigi D’Alessio, mi avrebbe guardato meno schifato. Ma gaffe accademiche a parte, la cosa strana di questa vicenda è che I fratelli Karamazov mi piace. C’è tutto: prosa raffinata, personaggi ben caratterizzati, dialoghi avvincenti, descrizioni accurate, intrighi erotico-sentimentali, riflessioni filosofico-religiose e, soprattutto, la conferma implicita che è sempre e solo una cosa, per quanto potentissima, a far girare il mondo, «il sole e l’altre stelle». E no, Dante, non è l’amore, fidati.

E allora perché, più e più volte, ho dovuto sospirare, chiudere il libro e sperare in una giornata di maggiore ispirazione? Non ne ho idea. Per provare a uscire dall’impasse mi sono dato a letture parallele, cosa insolita per uno che il multitasking letterario l’ha sempre stigmatizzato, ma senza ottenere i risultati sperati. Per questo attendo il materno consiglio di quello che Studio Aperto definisce “il popolo di Internet”. Che fare di Ivàn, Dmitrij e di quel finto santerello di Alëša? Abbandonarli una volta per tutte al loro destino come neanche un labrador sulla A14, metterli da parte ora e riprenderli in tempi migliori, oppure resistere, insistere e persistere con pervicacia nipponica?

Dite pure. Silvia Vada ne farà un valido riassunto.

21 thoughts on “Di diritti imprescrittibili, fratelli imprevedibili e giornalisti indifendibili

  1. Gintoki 3 settembre 2014 / 14:06

    Io l’ho letto proprio quest’estate, dopo anni mi sono deciso ad approcciarlo. Ci ho messo 3 mesi, di solito sono più veloce nella lettura, anche se il totale delle pagine non è indifferente.

    È indubbiamente un libro denso, dal peso specifico elevato. E ci sono interi capitoli che deviano dalla storia o magari la toccano marginalmente ma sono appunto delle digressioni. Ma è l’essenza propria del libro, un trattato sulla fede, la Russia, un’enciclopedia umana, direi.

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    • franciswolves 3 settembre 2014 / 14:13

      Un collega! Un collega ben più paziente e determinato, direi. Dici quindi che devo perserverare?

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    • Gintoki 3 settembre 2014 / 14:22

      Vai avanti, sì. Tieni conto che, comunque, io i “mattoni” uso “spezzarli” con un altro libro più leggero. Questo magari allunga i tempi di lettura però aiuta. Poi dipende se sei abituato o meno a farlo.

      Comunque val la pena finirlo, anche la parte del processo, che potrebbe apparire più noiosa perché l’esito è stato già annunciato dal narratore, si traduce – a mio avviso – in un capolavoro, perché il processo, seppur descritto con taglio giornalistico, prende la piega di un’opera teatrale e le arringhe degli avvocati sono, a mio avviso, qualcosa di spettacolare

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    • franciswolves 3 settembre 2014 / 20:34

      Sì, a questo punto farò anch’io così, serve qualcosa di più leggero dopo il Grande Inquisitore e il racconto di vita, morte e miracoli dello starec Zosima :O
      Se dici che il finale è la parte migliore vedrò di metterci più impegno, sperando in una giusta ricompensa🙂

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  2. Valentina 3 settembre 2014 / 14:37

    Ne avevamo parlato i primi di luglio nel mio blog, credo. In uno dei due, non ricordo quale.😆
    Vai avanti, non lasciarlo a metà, non è mica la Mazzantini!
    Anch’io, come Gintoki, ogni tanto spezzo con un libro piccolino e leggero, e questa può essere una buona strategia. Lo hai detto tu stesso, poi, che ti piace, quindi perché metterlo da parte?
    La parte del processo è la più bella, e ovviamente ti devi sciroppare le 600 pagine precedenti, prima di arrivare alla parte geniale.
    Io sono masochista, quindi non lascio mai un libro a metà, li finisco tutti. Come te mi è capitato solo un paio di volte di abbandonarli. Questo l’ho letto in una decina di giorni.

    p.s. l’espressione “multitasking letterario” mi piace un sacco!

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    • franciswolves 3 settembre 2014 / 20:43

      Complimenti per la costanza, allora! Come ho appena scritto a Gin, vedrò di impegnarmi in vista del gran finale🙂
      Ogni tanto penso che sia giusto mettere da parte un libro, anche se mi sta piacendo, quando sento che lo sto leggendo in modo forzato, se così si può dire, senza godermelo al 100%. Perché leggerlo al 60% oggi quando posso farlo al 100% tra un mese o un anno? Spero che il ragionamento sia chiaro🙂

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  3. elisabetta88 3 settembre 2014 / 15:31

    Credo che Pennac abbia espresso una profonda verità elencando i diritti del lettore. Se un libro non ti va giù mollalo e amen. Magari non sei ancora pronto per apprezzarlo fino in fondo, e forse non lo sarai mai, ma amen. Non li conto più i libri che ho mollato a metà sullo scaffale e mi aspettano da chissà quanto. Quando sarò ispirata li riprenderò, sennò pazienza, non vedo perché farsene un problema. C’è talmente tanto da leggere che è proprio un peccato sprecare tempo a cercare di mandar giù quello che non civa quando potremmo leggere qualcosa che invece ci piace.
    Ps: per colpa tua mi hanno presa per scema sul treno (ridevo fissando il cellulare, capisco gli altri passeggeri)

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    • franciswolves 3 settembre 2014 / 20:45

      Non si ride del povero Fëdor, no no no!😦
      Mi dispiace mollare questo libro in particolare perché sento che ha tanto da offrire, davvero, e in fondo mi sta piacendo. Credo che ci investirò ancora del tempo. Se poi mi accorgo che proprio non lo digerisco, alzerò bandiera bianca.

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  4. rO 3 settembre 2014 / 19:00

    Sono anche io per l’abbandono se dopo diverse prove la lettura non avanza. Il mio tempo è prezioso e desidero goderne il più piacevolmente possibile. Detto ciò, confermo però che, come te, non amo abbandonare un libro, ma se non va, non va.

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    • franciswolves 3 settembre 2014 / 20:52

      Ci provo ancora un po’. Poi al massimo abbandono🙂

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    • rO 3 settembre 2014 / 20:53

      Facci sapere😉

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  5. Jeremy Merrick 3 settembre 2014 / 21:07

    Pennac ha ragione, se un libro non piace andrebbe mollato. Non c’è l’obbligo di apprezzare uno scrittore solo perché ha un nome importante. Per esempio a me non sono piaciuti gli osannati Kerouac (“On the road” mi sembrava un freddo elenco di viaggi elencati da un ragioniere) e Conrad (si perdeva in fatti inutili e liquidava quelli importanti in poche righe) mentre il nobel Grass lo trovo illeggibile. Però non riesco a lasciare un libro perché trovo sempre qualcosa di buono, una frase o uno spunto. Anche libri come Il tamburo di latta che è stata un’agonia portare fino alla fine.
    Tornando ai Fratelli Karamazov l’ho letto un anno fa dietro spinte insistenti perché é IL romanzo. Mi era piaciuto di più Resurrezione di Tolstoj o Il maestro e margherita di Bulgakov ma conferma l’idea che i russi siano narratori eccezionali anche se prolissi fino alla morte più tutte le riflessioni già dette da altri.
    Ti lascio una citazione a favore del non andare avanti ma che, implicitamente, dice anche il contrario in luce del discorso che ho fatto prima.
    “i trampolini si possono non solo salire, ma anche abbandonare senz’essersi tuffati.” Gunter Grass, proprio da Il tamburo di latta.

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    • franciswolves 4 settembre 2014 / 12:59

      Come tu sei stato deluso da “On the road”, io lo sono stato da “Il piccolo principe”, capita!
      Insomma, Pennac ha ragione ma anche tu fatichi a staccarti dai libri, anche i meno appassionanti: siamo lì. Anche per questo credo che non mollerò Ivan e compagni🙂

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  6. Veronica Adriani 6 settembre 2014 / 23:26

    Grande stima per te. Passare un’estate (anzi, due) su un mattone da 700 pagine che non si riesce a mandare giù è un atto di coraggio che va riconosciuto con commozione e rispetto. Ad ogni modo, dacché come giustamente dici, “Non si ride del povero Fedor” (giustamente, aggiungerei), propongo un tentativo invernale, un po’ per volta. Magari a non funzionare non è il libro mattonato ma l’estate (monsonica, ok, ma sempre estate) che gli gira attorno. Se poi non va neppure con il cambio di stagione…segui senza indugio il consiglio del Pennacchioni: o lo faccio raramente, ma quando la lettura diventa tortura medievale con rischi per la salute, lo prendo seriamente in considerazione.🙂

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    • franciswolves 17 settembre 2014 / 12:27

      Forse ce la faccio, a dispetto del Pennacchioni: mi mancano duecento pagine circa! A traguardo raggiunto, spuma e cedrata per tutti!😀

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  7. labyrinthpersephone 20 novembre 2014 / 12:48

    A parte che già subito m’è piaciuto Daniel Pennacchioni, e che son rotolata dalle risate con i Fratelli Doestoevskij (e sì che io ne faccio di peggiori, eh, son quella che continua a pensare di non dire una cosa che puntualmente è la prima ad uscirmi di bocca); ecco, I Fratelli non l’ho letto, dunque non so (ma lo farò, prima o poi): per ora la mia sfida era stata L’Idiota, e m’era piaciuto, eh.

    Però so benissimo di essere una a cui sale un fastidio fisico, qua a livello esofageo, se non termino un libro -per quanto pesante e poco svagante ne sia la lettura. Credo mi sia successo solo due volte, anzi tre: il primo e per ora unico approccio con Il caro Lord of the Rings (e a mia discolpa posso dire che ero in prima media, suvvia); con L’ammutinamento del Bounty -e lì probabilmente ero persino alle elementari, contando che poi faccio fatica a sopportare gli argomenti di mare e marinari; ed infine Il libro dei Morti di Patricia Cornwell, perché primo, io son dalla parte di Kathy Reichs, e secondo no, non reggo i libri al presente. O per lo meno, non in quel modo.

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    • Fra 20 novembre 2014 / 18:24

      L’ultimo che hai citato non lo conosco proprio, quindi non saprei che dirti. Il titolo non è proprio spumeggiante, via.
      Quando si parla di Bounty è difficile non pensare alla fantastica schifezza a base di cocco e cioccolato, perdonami :O Però posso capire il rigetto verso le opere marinaresche.
      Invece il Signore degli Anelli celo, letto alle medie pure io!

      Su I fratelli Karamazov sono arrivato alla fine senza più linfa vitale, ma pienamente soddisfatto. Però, appunto, serve un approccio sul lungo termine, se no ti stronca😦

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