La macchina dell’incenso

Cosa spinge il cittadino italiano medio ad acquistare brani e album di un artista non appena quest’ultimo passa a miglior vita? Provo a chiedermelo, ma non so darmi una risposta certa. Al massimo posso azzardare qualche ipotesi.

Di certo è un fenomeno curioso, spiazzante nella sua automaticità. Una reazione meccanica, quasi obbligata, una gamba che scatta perché colpita al ginocchio dal diabolico martelletto del medico.

Forse c’entra la diffusa convinzione che il passato sia sempre e comunque migliore del presente. «Quando c’era lui…» è una formula d’inizio frase che ricorre spesso tra gli over70 pendenti a destra. Ma anche senza farne una questione politica: qualunque sia l’oggetto del dibattito – una città, un genere musicale, perfino una società – noi arriviamo sempre tardi per poterlo ammirare all’apice del suo splendore. Pare che la nostalgia sia nel nostro DNA (sì, sembra una frase presa da un libro qualsiasi di Severgnini, e per questo un po’ mi detesto).

Ma tornando al mondo della musica: cosa vuole dimostrare l’acquirente del greatest hits del neodefunto? È forse il suo modesto contributo per commemorare il talento, il genio, l’estro di colui che ci ha appena lasciato? Non lo so. Perché se davvero considero un cantante talentuoso, geniale ed estroso, probabilmente i suoi dischi già ce li ho. Il vero fan, quello che sta davvero male pensando alla scomparsa del suo idolo, non deve riempire il carrello virtuale di iTunes, né deve rovistare in soffitta alla ricerca di quel vinile che «se non ricordo male era sotto il servizio di porcellana della zia Bernarda, prova a guardare se lo trovi». Perché il disco – in forma materiale o digitale – ce l’ha già a portata di mano. Anzi, magari lo stava ascoltando proprio quando gli è arrivata la triste notizia.

Chi è, quindi, a comprare l’album del dipartito? Qualcuno che – per pigrizia, taccagneria, noncuranza o semplice indifferenza – non l’aveva ancora comprato. Qualcuno che magari aveva ascoltato una o due canzoni, per sbaglio, mentre faceva la spesa all’Esselunga. E perché no, anche qualcuno che, del caro estinto, non aveva mai ascoltato niente.

Segue una domanda scontata. Se l’artista fosse ancora nell’aldiqua, il cittadino avrebbe acquistato comunque il cd?

Nein.

La cosa mi dà fastidio? Nì. Dopotutto ognuno è libero di fare ciò che vuole dei suoi soldi. A darmi fastidio, più che altro, è l’azione destabilizzante della macchina dell’incenso. Perché se Saviano parla di macchina del fango, non vedo perché non possa esistere una macchina dell’incenso.

L’obiettivo è chiaro: lodare, celebrare, esaltare con veemenza il deceduto, a prescindere dalle sue origini, dalla sua professione e dal suo status attuale. In una sorta di rito socio-religioso collettivo, migliaia di persone alimentano come meglio riescono questo enorme, epico turibolo immaginario. Un ragazzo con precedenti penali resta ucciso durante uno scontro a fuoco? «Era un bravissimo ragazzo». Un calciatore in erba viene stroncato da un infarto a partita in corso? «Sarebbe diventato il nuovo Messi». Un cantautore di mezz’età ci lascia? «Perdiamo una voce unica, il mondo della musica non sarà più lo stesso».

Tra l’altro, quella della «voce unica» è un’espressione che appare puntuale in caso di decesso di un cantante. Non so come funzioni. Che a perire siano solo le voci uniche, e che a intrattenerci restino solo le voci comuni? Ciò significherebbe assecondare la corrente del «quelli che ci lasciano sono sempre i migliori», un detto che non ho mai capito, poiché mi risulta che il Tristo Mietitore, prima o poi, prenda con sè tutti – i migliori, i peggiori, i discreti, i bravi-che-non-si-applicano, i gravemente insufficienti, ecc.

E se la relazione fosse causale? Crepo, ergo figus sum. Una voce unica cessa di esistere? No: una voce – che magari hai sentito (senza ascoltare) per l’ultima volta in una pigra serata invernale, quando la tv dava uno di quei varietà posticci in cui una dozzina di celebrità minori, ingrigite e imbolsite, riproponeva ciascuna il suo cavallo di battaglia e tu, sul divano, stavi probabilmente dormicchiando, oppure giocando a Candy Crush sul cellulare, oppure ancora esplorando le cavità nasali alla ricerca di preziosi reperti archeologici – una voce, dicevo, che all’improvviso esala il suo ultimo respiro e allora diventa unica.

Perché incensare a tutti i costi ogni cuore che smette di battere? Perché questo bisogno – malsano, a mio avviso – di simulare stupore, sgomento e sofferenza per il trapasso di una persona che, finché in vita, abbiamo bellamente ignorato? Se l’andare a visitare la villetta di Cogne o la casa di Avetrana rientra nel turismo dell’orrore, scaricare la discografia di Mango o Pino Daniele può essere definito come shopping morboso e un filo inquietante?

Prima che il post si trasformi in uno sketch di Kazzenger, meglio fermarsi qui. Resta il fatto che non ho trovato una risposta univoca alla domanda d’apertura, e che altre questioni sono emerse in seguito. Se saprete aiutarmi a riflettere sull’argomento, ve ne sarò grato.

Mamma quanti dischi venderanno se mi spengo (cit.)
Mamma quanti dischi venderanno se mi spengo (cit.)

10 thoughts on “La macchina dell’incenso

  1. domenicomortellaro 7 gennaio 2015 / 15:23

    Mai pensato che tutto si spieghi con il bisogno di appartenere ad una collettività che soffre e si strugge e già solo per questo guadagna più palcoscenico di quanto non ne abbia -a giusto o erroneo diritto – il coccodrillo stesso dell’artista in questione? Conformismo ma anche innato bisogno di sentirsi parte di qualcosa che prova sentimenti

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    • Fra 10 gennaio 2015 / 13:04

      Ma perché mai dovrei sentire un bisogno tale, soprattutto se la fonte della sofferenza è un evento legato a una persona di cui mi è interessato sempre poco o nulla? Che benefici posso trarne? Essere “accettato” socialmente?

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  2. zeusstamina 7 gennaio 2015 / 16:11

    Ho provato a trattare della stessa cosa sul mio blog…. solo che non sono rimasto al tuo livello e sono partito con una tirata micidiale. Come sempre, non so moderarmi! Eheheheh

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    • Fra 10 gennaio 2015 / 13:16

      Leggo solo ora! Nel tuo post i toni sono (giustamente?) più accesi, ma direi che – tolta l’incitazione al rogo finale – ci troviamo d’accordo😀

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    • zeusstamina 10 gennaio 2015 / 13:17

      L’incitazione finale è più rivolta alla tematica religiosa (cosa che mi riempie di furore ahahah).

      Ma infatti, leggendo il tuo post mi sono ritrovato molto nel mio berciare da hooligan! ahahah

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  3. Lotje 7 gennaio 2015 / 20:19

    Mia ex-vicina di casa ha ascoltato Michael Jackson per due mesi giorno e notte dopo la sua morte. Suo ultimo cd poi figurati

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    • Fra 10 gennaio 2015 / 13:16

      Fantastico. Immagino che belle nottate!

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  4. wellentheorie 7 gennaio 2015 / 21:25

    Un post molto interessante, ricco di quelle domande che sarebbe necessario porsi in questi casi. Non so darti risposte, ma in generale penso che la morte renda tutti (i vivi) più buoni (un po’ come il natale!), probabilmente perché ci spaventa, non ne sappiamo abbastanza e ne parliamo poco: forse ricordare un morto ci permette di stabilire un piccolo legame con questo mistero. O forse abbiamo semplicemente bisogno di qualcuno da venerare, e i morti sono più adatti allo scopo (per dire, i santi sono tutti morti).

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    • Fra 10 gennaio 2015 / 18:42

      Il tuo commento m’ha fatto ripensare al libro di Caitlin Doughty, la “mortician” di YouTube: l’hai più letto?😀

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    • wellentheorie 10 gennaio 2015 / 20:51

      In effetti ormai quando si parla di morte mi viene da pensare a lei!🙂 No, il libro non l’ho letto, ma la seguo su YouTube. Dice sempre cose interessanti! Cioè lo so che sembra morboso, ma condivido la sua “battaglia” per diffondere un rapporto culturalmente e psicologicamente più sano con l’idea della morte. E poi lei è davvero simpatica🙂

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