Roberto – L’Ultimo Ripetente

Negli ultimi tempi i martedì pomeriggio cominciavano sempre allo stesso modo. Auto parcheggiata vicino al cimitero, settanta metri a piedi sul ciglio del provinciale disastrato, se possibile evitando pozzanghere ed eventuali automobilisti burloni, e alla fine un dito che preme un campanello.

«Chi è?» chiede una voce svogliata ma genuinamente incuriosita.
La solita persona che per mesi ha suonato sempre il tuo campanello tra le 13.59 e le 14.06 del martedì pomeriggio.
«Francesco».

Nessuna risposta, solo il bzzz della porta che si apre e il ktrvsz di una cornetta del citofono rimessa al suo posto. Oltre la porta, a sinistra, le cassette della posta, affiancate dall’immancabile lista dei turni di pulizia delle scale. Programmati fino a giugno del 2015. Condòmini previdenti o rompiballe?

«Ciao» dice la voce svogliata di prima, ora più neutra, quando alzo lo sguardo a pochi gradini dal pianerottolo del primo piano. La voce appartiene a Roberto, 15 anni, ragazzo al quale, negli ultimi mesi, ho cercato – invano – di togliere l’arsenale necessario per ferire, torturare e infine uccidere senza pietà la lingua inglese. Ma dopotutto, se all’inglese desse del tu, non avrebbe cercato sarebbe stato costretto a cercare subire qualcuno disposto a fargli ripetizioni. O tutoring privato, come si scrive su LinkedIn.

Roberto (nome di fantasia) ha i capelli castani, corti e vagamente ricci, il naso adunco e una spruzzata di brufoli acerbi ma imperiosi, da preadolescente DOP. Ma a contraddistinguerlo non è l’acne,  né la corporatura paffuta, bensì la mise che è solito indossare durante i nostri incontri.

Con la pioggia, con la neve, con il gelo che modella stalattiti di muco tra i più raffreddati; con il sole, con l’afa, con il caldo che genera rivoli di sudore tra le chiappe dei meno termoisolati; non c’è stato giorno in cui Roberto non mi abbia aperto la porta in pigiama. Ho contemplato outfit estivi (pantaloncini e maglietta a righine orizzontali bianche e blu, stile Viserbella ’85) e invernali (maglia e pantaloni in pile color puffo sbiadito), sempre e comunque all’insegna della sonnolenza e del cattivo gusto.

Ieri indossava un pigiamotto dalle mille sfumature di grigio: pantaloni a quadrettoni scozzesi e maglia a tinta unita, con tettine e pancetta sporgenti. Mentre entro in casa e mi tolgo il cappotto, comincio a recitare con lui il solito dialogo di inizio lezione, messo in scena già diverse volte.

«Come va?».
«Mmnng. Tu?».
«Bene, grazie. Hai novità?».
«Mmno».
«Fatto qualche verifica?».
«Mmno».
«In inglese, argomenti nuovi?».
«Mmno».

Sopraffatto dalla sua dialettica, spiazzato dalla sua voglia di vivere, mi siedo e sospiro. Prendo il suo libro di testo e cerco di fare mente locale sugli esercizi fatti la volta scorsa. Qualsiasi tipo di esercizio io scelga, lui reagirà con la solita apatia: un braccio a sorreggere la testa, mentre l’altro giocherella con la matita; occhi bassi, salvo qualche rara sbirciata in tralice, sotto gli occhiali, quando avverte che lo sto guardando; espressione tipica da quindicenne costretto a fare inglese ma anelante a poltrire sul divano, guardare Dragonball e mandare messaggi sgrammaticati agli amici.

«Facciamo un po’ di speaking?».
«MmNOOO, lo speaking no!»
«Mi piace il tuo entusiasmo. Vada per lo speaking».

In realtà quasiasi proposta viene rimbalzata dal suo «mmno», una sorta di lamento-grugnito-gemito che in tutta calma si articola in un rifiuto. Roberto non dice mai «no», solo «mmno». Quando invece vuole dire di sì, si limita a un «mm», ché dopotutto la vita è uno sbattone infinito, quindi meglio vegetare in modalità risparmio il più a lungo possibile.

Roberto aveva chiuso il primo anno di liceo linguistico con tre debiti scintillanti, in latino (4), francese (5) e inglese (5), e un 6 in matematica – a quanto mi ha riferito – molto generoso. Insomma, era stato a tanto così dalla bocciatura. Sì, quella del linguistico non è stata una scelta felicissima, mi trovate d’accordo.

L’estate, che ci ha visti penare (lui) e imprecare (io) su versioni facilitate, present perfect e conjugaison dei verbi in -ir, è stata lunga e sofferta. Tre botte a settimana, una per materia. La settimana prima delle prove di recupero mi è stato chiesto di fargli lezione tutti i giorni. «Mi spiace, non riesco», la risposta al telefono. Col cazzo, non se ne parla, la versione ufficiale.

Come se la situazione non fosse già disperata, alle nostre allegre sedute talvolta si aggiungeva la madre. Donna dal coefficiente di fastidiosità davvero notevole, abbandonava le faccende domestiche e si siedeva al tavolo con noi, con l’unico risultato di mettere il figlio – a cui ha trasmesso ricci, naso e miopia – ancor più sotto pressione.

«Robè, che ti spicci a fare quell’esercizio?».
«Robè, ma perché non usi la testa?!».
«Robè, hai visto quanti errori hai fatto?!».
Signò, perché non si leva gentilmente dal cazzo?

E lì ho capito perché non ho mai visto il padre in casa. Anyway. Nonostante i, ehm, vigorosi incoraggiamenti della madre, in qualche modo Roberto ha recuperato i debiti di inglese (6), latino (6) e francese (7), fatto che ha suscitato in me soddisfazione e riso isterico. Più riso isterico che soddisfazione. A un mese di distanza, tuttavia, il cellulare è squillato di nuovo: «…ha preso subito 4», «…non so più dove sbattere la testa», «…aiutarlo almeno con l’inglese». Signò, qui non c’è da aiutare, c’è da dispensare miracoli, che per definizione sono rari. Ma alla fine ho accettato, anche causa disoccupazione galoppante.

E quindi niente, a settembre eravamo ancora lì. Io, che con libri, quaderni, computer perfino, cercavo di suscitare in lui un minimo guizzo di partecipazione; lui, che con ogni parte del corpo, brufoli cremisi compresi, riusciva senza sforzi a mantenere l’ECG del suo interesse e della sua collaborazione perfettamente piatto.

Nemmeno l’annuncio di due settimane fa ha sortito effetto.

«Ti devo comunicare una cosa importante» gli ho detto a metà gennaio.
«Mm?». Per una volta ha alzato la testa e mi ha guardato in faccia.
«Dovrei aver trovato lavoro. Inizio a febbraio, forse qualche giorno prima. In ogni caso, dopo oggi, ci vedremo ancora due volte e basta».
«Ah». Ha guardato per un attimo nel vuoto, poi ha riabbassato la testa. Come se nulla fosse.

Ieri, quindi, con ogni probabilità, ho visto Roberto per l’ultima volta. Dopo avergli fatto mietere tutti gli esercizi di grammatica dell’unità nelle lezioni precedenti, non sapevo cosa fargli fare. Allora, per una volta, ha prevalso il sadismo.

«Un po’ di speaking, dai».
«MmNOOO».
In lui e nel suo pigiama non c’è ribellione, né rabbia o protesta, solo pigra rassegnazione.
«Oh sì, per chiudere in bellezza. Speaking».

In realtà lo speaking si è trasformato in un monologo (mio) traboccante di domande senza risposta, interrotto qua e là da timidi «mmyes» e rari e promettenti «mmin my opinion» destinati a spegnersi qualche secondo dopo.

«Mmnon mi viene niente».
«Dillo in italiano, poi pensiamo a come dirlo in inglese».
«Mmno, non mi viene niente in italiano».
«Ah».

Dopo tre quarti d’ora decido di essermi esercitato a sufficienza, nonostante l’incosistenza dello sparring partner. Ancora più a corto di idee, cerco un’illuminazione tra le pagine del libro.

«Dài, facciamo un po’ di vocabulary. Gli argomenti a disposizione sono: animali, vestiti, comunicazione, aggettivi, avverbi, informatica, mestieri, arte, sport e… scienza. Dimmi tu».
«Mmanimali» dice Roberto, stranamente convinto.
«Non è che hai scelto gli animali perché è il primo che ti ho detto e l’unico che hai davvero sentito, vero?».
«Mmno». E alla sbirciata in tralice si aggiunge un sorrisetto malefico.
Piccolo stronzo. Lazzarone fino all’ultimo.

Ma almeno è un argomento privo di rischi. Non ci sono -s da ignorare, avverbi da storpiare, paradigmi da mutilare (come dimenticare lo storico «understand, understood, understanded»). Forse riusciamo a chiudere davvero in bellezza.

Forse.

«Facciamo il cruciverba. Come vedi, qui ci sono le definizioni, lì le parole con le traduzioni che abbiamo appena trovato. È un esercizio foolproof».
«Mmeh?».
«Niente, come non detto. Iniziamo con la prima. A beautiful white bird with a long neck. Quattro lettere. Inizia con la S».

https://frawolves.files.wordpress.com/2015/01/0ace1-s_swan_kids_flashcards.jpg?w=636

https://i2.wp.com/s.twistynoodle.com/img/r/swan/swan/coloring_book_page_jpg_468x609_q85.jpg

https://supvamjaad.files.wordpress.com/2013/01/swan1.jpg?w=636

«Mmmm». Il gemito è prolungato, Roberto non la sa. I suoi occhi scorrono la lista degli animali alla massima velocità – ovvero un nome ogni cinque secondi.
«Dài, è facile. Abbiamo appena fatto la traduzione».
«Mmah sì. Seal».

https://i2.wp.com/images.elephantjournal.com/wp-content/uploads/2010/01/Wild-Image-Project-Female-Seal-Angry.jpg

No, non era foolproof manco per la cippa. In qualche modo arrivano le 15.30. Chiudo il libro. Siamo ai saluti. Mi alzo e infilo il cappotto, mentre lui sta già smanettando con il cellulare, un sorriso ebete dipinto sul volto.

«Bene, abbiamo finito. Adesso che io non posso più, verrà qualcun altro?».
«Mmboh». risponde, senza alzare gli occhi dallo schermo.
«Sei contento, ora che non mi vedrai più?»
«Mmnng». Non gliene frega un cazzo, insomma.
«Non te ne frega niente, insomma».
«Mmno, va be’». Ok, non gliene frega un cazzo. Gli occhi non si alzano dallo schermo. L’attenzione è ancora rivolta allo smartphone, quando Roberto, avvolto nel pigiamotto dai mille grigi, mi accompagna alla porta.
«Va bene, allora in bocca al lupo!».
«Mmgrazie».
«Ma come “grazie”?!». Neanche in italiano ce la fa.
«Mmah no, crepi».

Crepa, vorrei rispondere, ma mi trattengo, chiudo la porta e scendo le scale. In attesa di scoprire quale sarà la prossima vittima su cui sfogherò sarcasmo e frustrazione.

14 thoughts on “Roberto – L’Ultimo Ripetente

  1. Lotje 28 gennaio 2015 / 20:23

    Che storia triste. E che noia. Sono felice che hai trovato un nuovo lavoro

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    • Fra 29 gennaio 2015 / 08:50

      Anch’io sono molto contento! E poi lavorerò con la lingua olandese🙂

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    • Lotje 29 gennaio 2015 / 09:05

      Bello! Dove? Cosa? ?

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  2. rO 28 gennaio 2015 / 21:02

    Per me la madre veste in pigiama in casa. Sto figliolo da qualcuno avrà preso. Mi auguro fortemente che il destino gli riservi un’occupazione di scarsa responsabilità e ben visionata.
    Congratulazioni invece per il nuovo lavoro!!

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    • Fra 29 gennaio 2015 / 08:52

      Io per ora gli auguro di acquisire quel minimo di grinta necessaria per sopravvivere a questo mondo. Non riesco neanche a immaginarmelo in un ambiente di lavoro.
      Grazie🙂 Se vuoi ti aggiorno meglio via mail!

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    • rO 29 gennaio 2015 / 09:19

      Certo, mi farebbe proprio piacere! Oppure sbircerò da Linkedin🙂

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  3. rO 28 gennaio 2015 / 21:03

    Supervisionata, intendevo.

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  4. ysingrinus 29 gennaio 2015 / 01:03

    Mai sottovalutare l’idiozia adolescenziale degli idioti adolescenti!

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    • Fra 29 gennaio 2015 / 08:56

      Sì, in effetti ho scritto «preadolescente», ma a 15 anni può benissimo essere considerato un adolescente! E quindi, in quanto tale, può essere insultato senza troppi problemi. Mal che vada si tingerà i capelli di nero, inizierà ad ascoltare i My Chemical Romance e tenterà di tagliarsi le vene con forbici dalla punta arrotondata.

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    • ysingrinus 29 gennaio 2015 / 09:20

      A 15 anni è nella teen age, per rimanere in tema, già da un paio d’anni. L’insulto può anche essere considerato terapeutico!

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  5. Stella 29 gennaio 2015 / 15:22

    Perchè il tuo blog mi chiede ‘sì’?!
    Cazzo, no invece! Che min**ia vuole?😀
    E’ più pressante della mamma di quel poveretto!

    Io comunque quando fanno gli svogliati, ovvero il 99% delle volte, che è il vero problema di chi chiede ripetizioni, li obbligo a scrivere ciò che devono memorizzare finchè non lo sanno a menadito😀 anche mezza pagina di una sola parola, finchè non la smettono di recitare il ruolo dei gnorri, che gli fa molto comodo.

    E sì, ci godo!

    ahahahahahahah

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  6. Stella 29 gennaio 2015 / 15:24

    -_- ok, degli gnorri

    pardon, il mio italiano è in crisi ultimamente ahahahah

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  7. Clara 14 febbraio 2015 / 01:30

    Vedrete che invece ce la farà anche lui. In fondo siete usciti tutti da quell’orrendo periodo. Credete a me, che ho seguito più di mille adolescenti come prof. Tutti sono diventati grandi, e lavorano, e vivono. Chi meglio, chi peggio. Fra, non fare il vecchio, che non ti si addice.

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    • Fra 15 febbraio 2015 / 11:01

      Innanzitutto benvenuta sul blog!
      Come ho già scritto, la mia preoccupazione principale è che sviluppi un minimo di grinta. Non ne faccio una questione scolastica – pure io ho preso il mio bel debito in matematica – ma di carattere. Diventerà grande, lavorerà e vivrà, certo, ma spero che farà tutto ciò con un piglio diverso.

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