CLIC (Consigli Letterari Indubbiamente Contestabili) – XVI

Ultimi cinque libri del 2015 ma solo tre recensioni, un po’ perché di mio sono in ritardo, un po’ perché… no, ok, solo perché sono in ritardo. Ma un commentino non lo si nega a nessuno.

#18

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Cosa: So You’ve Been Publicly Shamed

Chi: Jon Ronson

Dove: Gran Bretagna

Quando: 2015

Come: inglese

Perché? Sempre più spesso, davanti a boiate scritte sui social media da vip e presunti tali,  “il popolo della rete si indigna” (cit. Studio Aperto) e scarica sullo sventurato di turno migliaia di tweet e post minatori, macabri o semplicemente volgari. A dirla tutta, “il popolo della rete si indigna” piuttosto facilmente, pure quando di mezzo non c’è nessuna celebrità, ma soltanto un povero cristo colpevole di aver scritto la cosa sbagliata al momento sbagliato. “Il popolo della rete si indigna”, dunque, ma cosa succede poi alle vittime della gogna mediatica? Questo è l’oggetto della ricerca di Ronson.

E in Italia? I giustizieri della rete. La pubblica umiliazione ai tempi di Internet (2015, Codice Edizioni, traduzione di Fjodor Ardizzoia).

Che si sappia: chiamerò mio figlio Fjodor, ho deciso.

Sunto: Ogni tanto, il popolo della rete, oltre a indignarsi, mena di brutto. Prendete Lindsay Stone. Da un giorno all’altro ha visto la sua vita andare in frantumi per colpa di una foto goliardica in cui è stata taggata a tradimento su Facebook.

No, gli USA non sono il posto ideale dove fare il medio a dei soldati morti.
No, gli USA non sono il posto ideale dove fare il medio a dei soldati morti.

Sebbene avesse un’ottima reputazione nell’assistenza alle persone autistiche, settore in cui lavorava da anni, fu licenziata in tronco e per molto tempo non riuscì a trovare lavoro. Un caso simile è quello di Justine Sacco: un suo tweet poco felice le provocò minacce di ogni tipo, per non parlare delle relazioni con amici e familiari, che andarono in frantumi.

https://i2.wp.com/static.guim.co.uk/sys-images/Guardian/Pix/pictures/2013/12/22/1387732606928/Justine-Sacco-008.jpg
La cosa divertente è che Sacco lavora nelle pubbliche relazioni.

Non è che, ridendo e scherzando, con Twitter e Facebook stiamo tornando ai tempi in cui mettere il peccatore di turno alla gogna nella piazza del villaggio era considerato un rispettabilissimo modo di fare giustizia? Questa è la domanda alla base del libro di Ronson, il quale alterna interviste, excursus storici e riflessioni personali in circa 300 agevoli pagine.

Bonus: l’argomento è interessante, soprattutto perché – come già scritto – simili storie di umiliazioni 2.0 sono molto frequenti, e se da un lato non ci si fa troppi problemi ad aggregarsi alla massa dei giustizieri da tastiera, dall’altro raramente si pensa al dopo, al prezzo talvolta esagerato che i giustiziati devono pagare.  Un altro aspetto positivo del libro è la leggibilità, fondamentale per questo tipo di saggistica. Fa anche piacere notare come Ronson stesso ammetta di avere “abusato” della sua posizione di giornalista in passato per guidare attacchi mediatici contro aziende o personaggi di spicco – il soggetto non è “loro”, bensì “noi”.

Malus: come capita a molte opere del genere, quando arrivano quei due-tre capitoli in cui tirare le somme di tutto ciò che si è scritto in precedenza, l’autore sfarfalla e offre ben poco di concreto. È vero che Ronson non afferma mai, per esempio, di voler proporre un antidoto per i cattivoni che si aggirano per l’Internet, ma ciò non toglie che nel finale il libro si sgonfia un po’.

Supercit.:

Soon after Justine Sacco’s shaming I was talking with a friend, a journalist, who told me he had so many jokes, little observations, potentially risque thoughts, that he wouldn’t dare to post online any more. ‘I suddenly feel with social media like I’m tiptoeing around an unpredictable, angry, unbalanced parent who might strike out at any moment,’ he said. ‘It’s horrible.’ He didn’t want me to name him, he said, in case it sparked something off. We see ourselves as nonconformist, but I think all of this is creating a more conformist, conservative age. ‘Look!’ we’re saying. ‘WE’RE normal! THIS is the average!’ We are defining the boundaries of normality by tearing apart the people outside of it.

Consigliato a: fan di Zorro, Batman, Sailor Moon e compagnia giustiziante; e ovviamente, al popolo della rete, nessuno escluso.

Curiosità: Jon Ronson ha scritto la sceneggiatura di Frank, film del 2014 con Michael Fassbender e Maggie Gyllenhaal, e anche lì vergogna e social media sono temi in primo piano. Il film l’ho visto, e mi è pure piaciuto, ma non ho ancora capito perché.

#19

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Cosa: Bar Sport

Chi: Stefano Benni

Quando: 1976

Dove: Italia. Emilia-Romagna, per la precisione.

Come: italiano

Perché: quando vado alla biblioteca del mio paese passo davanti a un vecchio bar scalcagnato in cui la solita sporca dozzina di beoni fumatori si sfida ogni giorno in epici duelli di bestemmie, briscola e scatarrate – in rigoroso ordine di importanza. Entrai in quel bar una volta sola, in tenera età, vinto dal bisogno disperato di un Maxibon. In ventinove secondi netti di permanenza la maglietta bianca che indossavo si arricchì di innumerevoli sfumature di grigio, senza dubbio più di cinquanta. Perché non leggere l’ode indiscussa a tali ambienti malfamati?

E all’estero? Non che io sappia.

Sunto: in una trentina scarsa di rapidi capitoli, Benni racconta le figure immancabili che popolavano i bar di provincia tra gli anni Sessanta e Settanta. C’è chi descrive Bar Sport come una raccolta di racconti: mah. Qui non c’è nessuna trama, solo tanti ritratti variopinti di scene di vita quotidiana e di personaggi ben definiti (il Tuttofare, il Playboy, il Tecnico, etc.) inseriti nella cornice di un bar fittizio della provincia emiliana.

Bonus: il nonno che scaracchia, le paste in vetrina che paiono aver fatto la guerra del ’15-’18, l’esperto di calcio che dispensa perle (tecnico-tattiche) ai porci – alcune figure sono rese benissimo, e infatti sono credibili ancora oggi, a quasi quarant’anni dalla pubblicazione. E poi, va be’, le esagerazioni, il gusto dell’assurdo (Schopenhauer e Hobbes che discutono sulla corretta definizione di ubriaco), «l’uso creativo della lingua» (cit.): ma da Benni non ci si aspetta niente di meno.

Malus: alcune parti risultano datate, ma che ci può fare l’autore se il suo libro d’esordio viene ancora letto nel 2015? Un poco di nostalgia, a differenza del cloro, non ha mai fatto male a nessuno. Un difetto non imputabile al tempo che passa è invece la volontà di far ridere a tutti i costi il lettore. Con tutto il bene che voglio a Benni, secondo me le esagerazioni alla lunga risultano stucchevoli e stancano. Problemi di dosaggio, tutto qui.

Supercit.:

La briscola. Gioco molto semplice. L’avversario sbatte sul tavolo una carta, e voi dovete sbatterla più forte. I buoni giocatori rompono dai quindici ai venti tavoli a partita. È opportuno, prima di sbattere la carta sul tavolo, inumidirla con un po’ di saliva. Le carte prendono così la caratteristica forma a cartoccio, e la durezza di un sasso. In molti bar, per mescolare un mazzo di carte da briscola, si usa un’impastatrice. Quando la carta è abbastanza vecchia, diventa molto dura e pesante, e se non siete allenati è opportuno giocare con guanti da elettricista.

Consigliato a: attempati avventori dei peggiori bar di provincia; nemici della spritzocrazia. A chi non ha mai letto Benni, si consiglia invece il più maturo Saltatempo.

Curiosità: Benni è amicone di una vecchia conoscenza di questo blog, ovvero quel furbastro di un Daniele Pennacchioni. Nel 1987 Benni si trovava a Parigi e lesse La Fée Carabine. Estasiato, chiamò Feltrinelli e ordinò: «Prendetelo subito». E fu così che la Pennacchioni-mania esplose anche in terra italica.

#20

https://i2.wp.com/www.indieriviera.it/img/X-Y.jpg

Una psicologa ex sciatrice e un prete dal passato poco chiaro si incontrano a Borgo San Giuda, paesino di montagna fittizio e completamente scollegato dal resto del mondo, in seguito alla morte contemporanea – e dalle inquietanti modalità – di diversi autoctoni. I due provano a:

  1. far rinsavire gli altri abitanti del villaggio, la cui psiche pare danneggiata non tanto dalla strage, quanto dalla vita in isolamento;
  2. raddrizzare le loro stesse vite;
  3. fare luce sull’accaduto (mentre le autorità si affrettano a offrire una versione falsa dei fatti).

L’inizio del libro promette bene, e la voce narrante di Don Ermete è parecchio convincente, ma col passare delle pagine le cose si complicano a tal punto che chi legge si chiede: «Dai, Verone’, e mo come ne esci?». E infatti Veronesi non ne esce, bensì opta per un finale di comodo, appoggiandosi al soprannaturale, in un anticlimax di proporzioni abnormi.

#21

http://www.mondadoristore.it/img/Una-mutevole-verita-Gianrico-Carofiglio/ea978885841513/BL/BL/82/NZO/b543b907-b76e-43d5-a87d-a8f14adac96b/?tit=Una+mutevole+verit%C3%A0&aut=Gianrico+Carofiglio

Un maresciallo dei carabinieri indaga su un omicidio in quel di Bari. Prima il colpevole sembra Tizio, ma il maresciallo dice: «Non so, c’è qualcosa che non mi torna», e infatti va a finire che il colpevole è Caio. Cento pagine in tutto, stile dignitoso ma storia e personaggi inconsistenti. Se questo è un autore spesso in cima alle classifiche, stiamo freschi.

#22

Nessuno più scrive belle canzoni-2

Cosa: Nessuno scrive più belle canzoni

Chi: Fabrizio Casu

Quando: 2015

Dove: Bologna, Italia

Come: italiano (edizioni Blonk, formato ebook)

Perché: a quanto ho capito Casu è l’autore di punta di Blonk, come testimonia l’articolone sull’inserto La Lettura del Corriere della Sera di qualche tempo fa. Mi sono perso i suoi primi due libri, ma appena è uscito il terzo – accolto subito da lodi sperticate – mi è parso giusto verificare in prima persona. E poi un paio d’anni fa ha tenuto una conferenza alle gloriose Civiche, dove ho studiato, e chiunque abbia il coraggio di sfidare le nebbie, le gattare e gli spacciatori di S. Leonardo guadagna a prescindere una manciata di punti carisma.

E all’estero? Niet.

Sunto: Dante è una rockstar in pieno declino fisico e artistico. Capelli lunghi, maniglie dell’amore e svariati anelli alle dita, il Guerriero – così lo chiamano i fan – subisce la vita senza accennare una reazione convinta. Elisa, invece, ha poco più di trent’anni, fa la commessa in un negozio per single ed è pervasa da quel misto di scazzo, invidia e inadeguatezza che ti assale quando tutte le persone che ti circondano sembrano felici e innamorate. Daniele, infine, ragazzo affetto da alessitimia – incapace, quindi, di provare emozioni –  vive alla giornata sbrigando le commissioni più disparate con abnegazione e professionalità esemplari e vagamente inquietanti. Attorno a questi tre personaggi, nonché voci narranti del romanzo, si sviluppa una storia densa, con il rock sempre in primo piano (cosa buona e giusta), e alla lunga parecchio avvincente.

Bonus: un ottimo metodo per saggiare la validità di un romanzo consiste nel prenderlo, portarlo con sé su un mezzo pubblico e provare a leggerlo nonostante la considerevole caciara che i passeggeri di ogni treno, autobus o tram portano implacabilmente con sé. Questo senza fonoisolarsi, eh, perché così sono capaci tutti. Ebbene, la lettura di Nessuno scrive più belle canzoni è riuscita a sovrastare le urla scomposte di adolescenti, manager e carampane pendolanti – il che, come dicono in terra d’Albione, is quite an achievement. Sono soprattutto i dialoghi a dare ritmo alla storia, a far immergere il lettore nelle vite di Daniele – personaggio molto riuscito -, Dante ed Elisa.

Malus: ogni tanto spuntano frasi che – per tono e registro – poco ci azzeccano con i personaggi che le proferiscono. Poi mi perplime la verosimiglianza di alcuni dettagli dell’ambientazione. Se posso accettare le svariate magliette di Metallica, Def Leppard, Velvet Underground indossate dai protagonisti (ma chi lavora nel mondo della musica mette solo magliette di gruppi musicali?), non posso sorvolare sulle radio che passano Clash, Bon Jovi e Flogging Molly. I Flogging Molly, cristosanto. Un dj medio non sa neanche chi siano, i Flogging Molly. O sono io l’unico sfigato che alla radio si becca sempre i Kolors e Emma e Noemi e Giangiacoma, oppure c’è qualcosa che non va. Ah, poi ci sono alcuni refusi sparsi qua e là, ma quella è colpa dell’anziano editor.

Supercit.:

Siamo imperfetti per quanto limiamo, smussiamo. Per quanto ci possiamo sforzare non saremo mai come pensiamo dovremmo essere. Le nostre imperfezioni fanno parte di noi, come le pieghe della pelle, come il colore dei nostri occhi. Non abbiamo potere su di esse, possiamo solo cercare di far sì che non rovinino la nostra vita e che non ci impediscano di stare bene con qualcuno. E quando ci riusciamo, quando riusciamo ad accettarle, a prenderne atto, a gestirle, in qualche modo riusciamo anche a legare con altre persone che hanno altre imperfezioni. Siamo imperfetti, ma quando siamo insieme, in qualche modo, siamo in equilibrio. Un equilibrio imperfetto, certo, ma un imperfetto equilibrio che ci rende felici.

Consigliato a: chi cerca un romanzo intenso e senza fronzoli, con parecchie schitarrate in sottofondo.

Curiosità:  c’è pure la playlist Spotify con le canzoni citate nel libro! Niente da dire sui mostri sacri, eh, ma nel prossimo libro vogliamo anche i giòòòvani. Tipo i Kolors.

(Si scherza, per carità.)

3 thoughts on “CLIC (Consigli Letterari Indubbiamente Contestabili) – XVI

  1. gaberricci 6 gennaio 2016 / 13:05

    Vorrei solo sottolineare che è vero, “Bar Sport” cerca di far ridere il lettore in tutti i modi… e ci riesce!
    (Oltre a Saltatempo, mi permetto di consigliare anche Elianto)

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    • Fra 9 gennaio 2016 / 17:04

      Tu lo approveresti in toto? Secondo me alla lunga è un po’ ripetitivo:/

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    • gaberricci 10 gennaio 2016 / 11:08

      Guarda, forse è per ragioni “sentimentali” (Bar Sport è stato il primo libro di Benni che ho letto, a tredici anni), ma non posso che risponderti sì. Io trovo che Benni abbia usato benissimo la forzatura comica, e ti dirò che alcuni racconti (il grande Piva, i due ciclisti, il playboy, il mitico ragionier Nitti, che regalò una pentola a pressione) mi fanno ridere a crepapelle ancora adesso.

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