Di banane indigeste, palloncini colorati e veri eroi

La verginità agonistica se ne è andata. All’inizio, ansia da prestazione e battiti accelerati (senza apparenti motivi sportivi, dato che ancora dovevo partire). Durante, qualche timido sorriso e alcune piccole distrazioni. Alla fine, una sensazione a metà tra “‘nzomma, si poteva fare di meglio” e “però dai, non ho fatto proprio schifo schifo schifo”.

Partiamo dalla cosa che non interessa a nessuno, se non al sottoscritto: il tempo finale. Obiettivo: 1h45’00”. Risultato: 1h46’30”. Ci è mancato relativamente poco, suvvia. Vi risparmio i calcoli e le congetture su triangolazione dei satelliti per il gps, distanza dichiarata e distanza effettivamente percorsa, teorie del complotto podistico e balle varie. In sintesi, senza l’imbottigliamento dei primissimi kilometri forse sarei potuto stare sotto l’ora e 45′. Ma sapevo a cosa andavo incontro, in termini di folla.

Ma lasciamo da parte i freddi numeri. Pensavo di fare un riassunto breve ma sensato, soprattutto a livello cronologico, ma credo che un cazzuto elenco puntato sia più rappresentativo delle esili parentesi di ossigenazione cerebrale che mi sono concesso durante la corsa.

  • Malus: mangiare una banana a un’ora dalla partenza. Rischiare di vomitare tutta la colazione a 400 metri dall’arrivo, circondato dal pubblico plaudente, non è il massimo. Ho limitato i danni, ma temo di aver dato il cinque ai gioiosi bambini che si sporgevano lungo le transenne con la stessa mano con cui avevo bloccato i conati di vomito che mi stavano per sopraffare. In altre parole: bimbi, se una volta a casa vi siete accorti che una manina sapeva di banana acida, ecco, ringraziatemi.
  • Bonus: incontrare compagni di esordio prima della partenza. Terapeutico a dir poco.
  • Malus: correre in mezzo a seimilaottocento persone. Troppe. La misantropia latente si è fatta sentire a più riprese, soprattutto alla partenza e all’avvio.
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In alto a dx si intravvedono dei palloncini rossi: un po’ più indietro, da qualche parte, c’ero pure io.
  • Malus: i pacer. Ovvero quei podisti palloncino-muniti assoldati dall’organizzazione per tenere un tempo prefissato, in genere a cifra tonda (1h30′, 1h40′, etc.), e aiutare i partecipanti a raggiungere i loro obiettivi. L’idea in sé non è male, ma in genere capita che queste persone siano entusiastoni della corsa che incitano a gran voce i folli che decidono di corrergli appresso, tanti moderni Sergenti Hartman che emanano una positività ossessiva, quasi fastidiosa.
  • Bonus: il pubblico. Tanti applausi, tanti bimbi, nemmeno un SUV in contromano sul percorso – su quest’ultimo aspetto non avrei scommesso un euro. Una signora ha addirittura urlato: «Siete l’orgoglio di Milano!». Considerando che l’ha urlato a un branco di ominidi ansimanti, smacagianti e sputacchianti, si può parlare di lieve sopravvalutazione.
  • Malus: l’occasionale spettatore tonto che attraversa la strada mettendo a repentaglio la propria vita e quella di chi è costretto a dribbling maradonensi per evitarlo. Ma sulla quantità qualche genio c’è sempre.
  • Bonus: Constantin Bostan, 37 anni, capace di terminare la gara correndo su una gamba sola.
  • Malus: io e i ristori. Quinto km, caldo imprevisto, sete diffusa. Per fortuna c’è il ristoro. All’improvviso vedo decine di podisti riversarsi sul lato sinistro della strada. Al di là di questa muraglia umana semovente, si intravvedono i tavoli del ristoro. Accosto con grazia e prudenza sul lato sinistro, ma completo la manovra quando ormai la zona ristoro è superata. Sbuffo e impreco e infine benedico il ragazzo che mi offre metà della sua bottiglietta, forse intuendo il disorientamento e la disidratazione dipinti sul mio volto.
  • Bonus: la seconda metà di gara, dal 12° al 20° km quando la folla si dirada, le battute e gli sfottò finiscono, e gli unici rumori che senti arrivano dai passi di chi corre attorno a te, dai loro respiri più o meno affannati. Non si tratta di trance agonistica, però vedi un po’ tutte le persone che ti circondano percepire l’importanza del momento.
  • Malus: il 21° km, quando hai un impeto di orgoglio e, non pago delle centinaia persone superate negli ultimi kilometri, azzardi un’ulteriore accelerazione e ti immagini sfrecciare sotto l’arco del traguardo, ancora sciolto ed elegante, e invece dopo cento metri stai per tirare su il pranzo di Pasqua del 1997 e capisci che ad accelerare ancora hai fatto una stronzata, e provi a limitare i danni rallentando ma ormai il danno è fatto, e allora ti trascini con una smorfia di una bruttezza invereconda sul volto fino all’arrivo, anelando una bottiglietta d’acqua e dicendoti che per la prossima gara ci sarà da lavorare sul finale, ma giusto un filo.
  • Bonus: portare il Blerch a Milano. In attesa di nuove emozionanti avventure.

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6 thoughts on “Di banane indigeste, palloncini colorati e veri eroi

  1. gaberricci 25 marzo 2016 / 00:58

    Questi so i rettiliani che hanno deviato i satelliti, senti a me!😉

    P.S.: elenco numerato sempre e comunque!

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    • Fra 27 marzo 2016 / 10:06

      Non c’è confronto tra puntati e numerati, suvvia!😛

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  2. Zeus 25 marzo 2016 / 11:46

    Ammetto che la corsa l’ho lasciata, circa, a spanne, più o meno, quasi… beh… diciamo… 18 anni fa? Con qualche rigurgito d’orgoglio in mezzo, ma niente da segnalare neanche su un blog.

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    • Fra 27 marzo 2016 / 10:08

      Potrei dirti “be’, cosa aspetti? Compra le scarpe, approffitta del bel tempo ed esci a correre! ORA!”. Ma non lo faccio. Seguo la filosofia di Murakami, secondo la quale la corsa è un’attività incline alla personalità e al carattere di chi la pratica. Non è giusto assillare qualcuno affinché si metta a correre, perché sarebbe una forzatura. Che uomo, quel Murakami.

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    • Zeus 27 marzo 2016 / 10:27

      Mai letto Murakami. Ho provato a leggere una raccolta di scrittori giapponesi su l’Internazionale (speciale giappone) e non mi hanno colpito molto. Penso siano distanti dai miei gusti.
      Comunque sia, mi sa che continuo con la mia bici andata-ritorno da lavoro.

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    • Fra 29 marzo 2016 / 09:47

      Ho presente la raccolta di cui parli, anche a me non ha entusiasmato. Ma “L’arte di correre” di Murakami è un po’ un libro a sé, forse quello potrebbe piacerti🙂

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