Il magico potere dell’introversione

Essere introversi non è una piaga sociale. Le piaghe sociali sono fenomeni che ti fanno contemporaneamente rabbrividire e sentire in imbarazzo. Despacito, per esempio. Oppure gli striscioni ai matrimoni. Oppure ancora le pubblicità cantate. Gli esempi si sprecano. Ma il messaggio di Quiet, opera di Susan Cain, è un altro: in diversi ambiti della nostra rutilante esistenza, l’estroversione è considerata l’ideale da perseguire a tutti i costi, mentre l’introversione viene ostacolata e combattuta con la stessa ottusa cecità con cui un tempo ci si opponeva ai bambini mancini. È ora di cambiare.

Sul luogo di lavoro, per esempio, viviamo nell’epoca del gioco di squadra forzato, il cosiddetto tìmuork – che scritto così pare un misto tra un Pokèmon raro e un insulto in napoletano. Teniamo riunioni per programmare riunioni, e concetti come il brainstorming e l’open space sono ormai punti fermi della vita aziendale contemporanea. L’idea di fondo è che insieme si lavora meglio, si è più creativi e produttivi.

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Susan Cain sostiene l’esatto contrario. A suo dire, parecchi studi scientifici™ mostrano che senza uno spazio privato sul luogo di lavoro la gente si sente spiata, sotto pressione, e non rende quanto dovrebbe. Essendo circondato da colleghi, non posso più prendermi cinque minuti di sacrosanta pausa per, non so, fare stalking su Facebook, controllare i risultati del fantacalcio, oppure andare alla ricerca di tesori perduti nelle mie narici – amene attività normalmente garantite dalla presenza di pareti divisorie. Lo stress aumenta, il malumore serpeggia, la produttività si riduce. Altri studi fanno notare come far ragionare i dipendenti individualmente prima di una sessione di brainstorming o a una riunione porti risultati migliori rispetto alla pura collaborazione coatta.

La stessa tendenza alla collaborazione coatta la si ha nelle scuole. I lavori di gruppo sono incoraggiati sin dalle elementari, dove dalla tradizionale, rigida distribuzione dei banchi in file singole (o al massimo da due) si è passati a folti coacervi di bimbi appiccicati tra loro. Cain non è una reazionaria che sospira ed esclama con nostalgia “ai miei tempi [inserisci soggetto] era molto, molto meglio”, ma semplicemente osserva che con una configurazione simile i bambini meno spigliati rischiano di essere schiacciati dai più espansivi e chiacchieroni, con conseguenze anche notevoli nella valutazione degli insegnanti.

Quante volte capita di sentire “Giangiacomo è un bimbo intelligente, ma in classe non interviene mai e parla raramente”. La partecipazione attiva è una componente chiave nel giudizio degli alunni, e Giangiacomo – solo perché sta zitto quando non ha niente di valido da dire – rischia di trovarsi con voti più bassi di un Gianfilippo qualsiasi, che bercia qualsiasi cavolata gli passa per la testa.

L’importante è partecipare, argomentare, buttarsi a capofitto in ogni conversazione, lasciare una buona impressione di sé non per le idee espresse, ma per il modo in cui le si esprime. Alla Business School di Harvard, dove Cain raccoglie diverse interviste, gli studenti sono incoraggiati ad apparire convincenti e sicuri di sè, a prescindere dal contenuto delle loro parole. Dì stronzate, ma dille bene. La cosa mi ha lasciato sgomento, dato che Harvard è una delle scuole più rinomate al mondo, ma dopotutto da qui sono usciti i manager che hanno contribuito alla crisi finanziaria del 2008. E ricordiamo che si parla pur sempre del popolo che alla Casa Bianca ha eletto Trump, uno che urla stronzate confuse ma convinte un giorno sì e l’altro pure.

Susan Cain sembra una tipa a posto. In qualità di introverso,  approvo, stimo e sostengo la sua missione, ovvero mettere in risalto “il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare” – come recita il sottotitolo dell’edizione italiana. Ma come ogni libro americano di pop science, Quiet qualche pecca ce l’ha.

Alcune parti dedicate a delineare il profilo dell’introverso e dell’estroverso mi sono parse piuttosto banali. “Non vai volentieri a una festa con sconosciuti e quando ci vai ti metti un angolo a fissare lo smartphone? Con ogni probabilità sei introverso”. Ma no, giura? Gli esempi di Cain non sono letteralmente questi, ma ci vanno molto vicino e ogni tanto fanno cadere le braccia. Un po’ come quando, due settimane fa, alcuni miei vicini di casa hanno preso la strana decisione di segnalare tutti i tombini del cortile comune.

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Il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

Ma lasciamo da parte istinti didascalici e discutibili preferenze cromatiche. Un altro appunto che si può fare a Quiet riguarda i contributi che l’autrice porta a sostegno delle sue tesi. Broker, avvocati, manager, i già citati studenti di Harvard… ogni tanto si ha l’impressione che la cerchia delle persone intervistate sia elitaria e poco rappresentativa del multiforme spettro sociale a disposizione di Cain. Magari è solo un’impressione, ma ammetto di aver faticato a empatizzare con parecchie esperienze raccolte nel libro proprio per questo motivo.

Detto questo, Quiet è un libro ben strutturato, con 56 pagine di note e riferimenti bibliografici e perfino un indice analitico, a testimoniare l’impostazione scientifica ricercata da Cain. Come già scritto, sono al 100% schierato con l’autrice: l’estroversione è sopravvalutata – un po’ come la democrazia, secondo Frank Underwood. Ma l’ovvietà di alcuni passaggi, soprattutto nei primi capitoli, indebolisce in parte il libro, e alla fine il risultato è quello di molti altri volumi di scienza popolare: la lettura è un’esperienza piacevole, ma non ti “resta addosso” per molto.

Peccato.

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What do you believe in?

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Cosa: American Gods

Chi: Neil Gaiman

Quando: 2001

Come: American English, nonostante Gaiman sia British al 100%

E in Italia? Sempre e comunque American Gods (2003, Mondadori, traduzione di Katia Bagnoli).

Perché: una volta appurato che Gaiman è un ometto che sprizza carisma da tutti i pori,  in base a tributi vari ed eventuali legati a Douglas Adams e alla sua Guida Galattica per Autostoppisti, era giunto il momento di valutarlo in quanto autore a sé stante.

Sunto: Shadow, affabile armadio a dodici ante, è in galera. Sta finendo di scontare i suoi tre anni quando, a pochi giorni dal rilascio, gli dicono che la moglie Laura – il suo pensiero fisso nelle lunghe notti in cella – è muerta in un incidente stradale (olé). Peraltro, muerta mentre stava assaporando il pene del migliore amico di Shadow (alla grande, Shadow, bene così). Il nostro affabile armadio, come forse potrete inutire, è vagamente a pezzi. Neanche il tempo di pensare che alla fine, dopotutto, se uno ci riflette, in carcere non si stava poi troppo male, ed ecco che dal nulla compare Mr. Wednesday. Un tipo poco raccomandabile, grigio nel vestire e nell’agire, ma dall’eloquio accattivante e dallo stile tutto sommato magnetico, che di professione fa il dio. No, non Dio con la maiuscola (toglietevi dalla testa l’immagine di Morgan Freeman vestito di bianco, per favore), bensì uno dei tanti dèi che Shadow impara a conoscere nella sua nuova vita, in una realtà contemporanea legata a doppio filo alla mitologia antica.

Bonus: le loro gesta possono avvincere o annoiare, ma i personaggi di Gaiman sono sempre a fuoco, e questo è un super bonus. E anche le ambientazioni, squallide o maestose che siano, solleticano sempre le capacità immaginative del lettore. Il buon Neil è un narratore eccelso, la sintassi è sinuosa, gli aggettivi vanno immancabilmente a segno.

Malus: sul contenuto delineato dalla sintassi e descritto dagli aggettivi, invece, si può discutere. Vi piace la mitologia antica? Andate in visibilio quando sentite parlare di Odino e Loki, Anubi e Thot, leprechaun e compagnia bella? Se sì, buon per voi. Se no, farete un po’ di fatica a digerire il libro. A me sono serviti due tentativi per arrivare in fondo al romanzo, perché i vari intermezzi dedicati alle divinità rallentano parecchio il ritmo del racconto.

Supercit:

“Religions are, by definition, metaphors, after all: God is a dream, a hope, a woman, an ironist, a father, a city, a house of many rooms, a watchmaker who left his prize chronometer in the desert, someone who loves you—even, perhaps, against all evidence, a celestial being whose only interest is to make sure your football team, army, business, or marriage thrives, prospers, and triumphs over all opposition. Religions are places to stand and look and act, vantage points from which to view the world. So none of this is happening. Such things could not occur. Never a word of it is literally true.”

Consigliato a: se sbavate davanti a ogni trailer della Marvel, questo libro potrebbe fare per voi. A patto che sappiate andare oltre i bicipiti di Chris Hemsworth e le battute sagaci (ma dove?) di Robert Downey Jr.

Curiosità: dal romanzo è nato un film? Quasi. Giusto quest’anno è uscita la serie TV omonima, non so quanto fedele all’originale, ma abbastanza promettente:

È tempo di libri. Almeno, così dicono.

Non so di preciso cosa volessero ottenere con il nuovo salone del libro di Milano. Che poi a dirla tutta non è manco a Milano-Milano, ma a Rho, a due passi dai padiglioni fantasma dell’Expo che fu. Però capite bene che “il salone del libro di Rho” non funziona, non vende, non tira.

“È tempo di libri” esclamano gli organizzatori ostentando sicumera.

(“Mecojoni” risponde il popolo.)

In fiera di libri ce ne sono parecchi, sia chiaro. I libri sono cosa buona e giusta e su questo siamo tutti d’accordo. Il problema è che ce ne sono talmente tanti che pare di stare in un magazzino Amazon, quasi, col rischio di percepirli come meri cumuli di pagine sporche d’inchiostro incollate tra loro, incredibilmente lontani da una qualsivoglia forma di creatività culturale. Allo stesso modo, gli stand dei pezzi grossi (Mond, Riz, Ein e compagnia pubblicante) si stagliano sul grigio mare dei padiglioni rhodensi come fredde isole di plastica sberluccicante e moquette colorata, popolate perlopiù da commesse aggressive, predatrici del registratore di cassa perduto, interessate soltanto a vendere (a prezzo pieno, mannaggia a loro) e non rovinarsi la manicure.

Giuro: ho percepito più affetto e calore umano alla fiera del legno per l’edilizia di Verona, circondato da amorevoli altoatesini con le guanciotte rosse, che lanciavano occhiate lussuriose alle loro seghe circolari con spaccalegna a cardano per trattore con attacco a tre punti.

Ma si parlava di libri. Dopo l’epico scazzo con Torino e il suo salone, il sindaco Sala disse qualcosa di molto simile a: “Lo dico senza arroganza, ma a me di Torino fottesega. Io voglio competere con Francoforte, coi saloni internazionali coi controcoglioni”. Ben venga l’ambizione, ma solo se supportata dai fatti. Degli oltre 500 espositori presenti nella zona aperta al pubblico, quelli stranieri erano:

  • una tenera coppia peruviana che vendeva “i libri più piccoli al mondo”, volumi grandi quanto un pacchetto di sigarette – e dal peso specifico immane, presumo.
  • un tetro omone baffuto che squadrava chiunque osasse avvicinarsi al suo banchetto, su cui svettava una bandiera turca (e un ritratto di Erdoğan, ma forse potrei sbagliarmi).

L’internazionalità finisce qui. Poi certo, spulci nella cartella stampa e scopri che nel padiglione 1 c’era il Milan International Rights Center – che a prescindere deve essere internazionalissimo, dato il nome in inglese. Peccato che fosse strettamente riservato agli addetti ai lavori. Magari è giusto così. Ma non sarebbe stato bello far entrare in contatto il pubblico leggente con i veri professionisti dell’editoria, con chi i libri li annusa, sminuzza, mescola, shakera e serve con ghiaccio e spicchio di lime?

Sia mai.

Da una parte i POS per le ragazze sul treno, le profezie dell’armadillo e le amiche geniali, dall’altra i contratti dei pusher letterari. In mezzo, i soliti chioschi coi panini speck e plastica. Un po’ di promiscuità in più non avrebbe fatto male.