Metanarrazione for dummies

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Cosa: Asymmetry

Chi: Lisa Halliday

Quando: 2017

Come: inglese

Perché: uno dei recenti episodi del podcast della NY Times Book Review si è aperto con un’intervista a Halliday, al suo primo libro eppure già acclamata da buona parte della critica statunitense. Se uno scrittore esordiente finisce sulla copertina dell’inserto letterario del New York Times, le opzioni sono due: o hai parecchio talento, o hai i contatti gggiusti al posto gggiusto. Tipo un marito dirigente alla Feltrinelli.

E in Italia? Ancora no, ma presumo che un editore a caso si interesserà ad acquistare i diritti per la traduzione.

Sunto: Alice, piacevole pulzella 25enne o poco più, legge seduta sulla panchina di un parco. A un certo punto viene approcciata da un vecchiardo che le offre del cioccolato. Un maniaco, direte voi. Un celeberrimo romanziere, nota lei, nientepopodimenoché Ezra Blazer, più volte candidato al premio Nobel. Ne nasce una storia d’amore necessariamente asimmetrica, a base di gelato, baseball in tv e sesso discontinuo. Poi, out of nowhere, il protagonista diventa Amar, ragazzo dal doppio passaporto americano e iracheno, il quale rievoca frammenti del suo passato e al contempo descrive il suo essere bloccato in un aeroporto londinese a causa della grigia burocrazia d’Albione. Infine, nelle ultime trenta pagine, la narrazione torna su Ezra Blazer, che in un’intervista radiofonica si racconta in lungo e in largo, svelando al lettore il nesso tra i due “blocchi” del romanzo.

Bonus: la copertina è splendida, la prosa di Halliday non dispiace. Altro non mi viene.

Malus: Halliday è un’autrice con alle spalle diversi anni nel mondo dell’editoria e – soprattutto – una storia con Philip Roth (quarant’anni di differenza tra i due). La protagonista di Asymmetry è un’aspirante autrice che lavora nell’editoria e ha una storia con un attempato romanziere di origini ebraiche. Sebbene Halliday neghi l’evidenza, a naso direi che si può parlare di ampia ispirazione autobiografica, no? Da qui il dubbio che la pruriginosa curiosità per la vita privata di Roth sia stata la vera molla che ha portato Asymmetry a conquistare titoloni e titoletti. Il romanzo è senz’anima, non porta il lettore da nessuna parte, e il presunto finalone illuminante è una moscia rivelazione fattuale, un anticlimax assoluto, roba che sfogli le pagine precedenti e pensi “ma mi sono perso qualcosa?”. E invece no. Sarà che gli americani vanno in visibilio di fronte a una qualsiasi traccia di metanarrazione – giovani, guardate che qui siamo cresciuti con Calvino, eh.

Supercit:

As I said: sometimes it’s personal, sometimes it’s economic, sometimes even a kind of political depression sets in. Lulled by years of relative peace and prosperity we settle into micromanaging our lives with our fancy technologies and custom interest rates and eleven different kinds of milk, and this leads to a certain inwardness, an unchecked narrowing of perspective, the vague expectation that even if we don’t earn them and nurture them the truly essential amenities will endure forever as they are. We trust that someone else is looking after the civil liberties shop, so we don’t have to. Our military might is unmatched and in any case the madness is at least an ocean away. And then all of a sudden we look up from ordering paper towels online to find ourselves delivered right into the madness. And we wonder: How did this happen?

Consigliato a: ai fan di Roth, presumo. Sempre che vi interessino davvero le abitudini sessuali di un settantenne rattrappito.

Curiosità: almeno nella finzione, Roth – o meglio Blazer, il suo alter ego – riesce a vincere il premio Nobel per la letteratura. Ce la farà prima o poi anche lo scrittore in carne e ossa?

Lisa Halliday a Milano (© Calogero Russo / New York Times)

 

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Fire & Fuffa

Donald John Trump, attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, si esprime con una proprietà di linguaggio mediocre. La sua ars oratoria non è pervenuta – per quanto lo riguarda, la retorica potrebbe essere un frutto tropicale del Minas Gerais. La sua capacità di prestare attenzione è limitata, nel tempo e nel contenuto, così come limitata è la sua memoria. Tanto urgente è il suo bisogno di essere guidato e consigliato, quanto scarsa è la sua oculatezza nello scegliere collaboratori e alleati. Doti diplomatiche pari a zero, anche vista la straordinaria propensione a non tenere mai la bocca chiusa, nemmeno su questioni di massima riservatezza. Trump non conosce empatia, è facile all’ira e all’insulto, eppure smania per avere l’approvazione di chiunque lo circondi.

È quanto emerge da Fire and Fury: Inside the Trump White House, il bestseller di Michael Wolff sui primi mesi di Trump alla Casa Bianca. Ma è anche – diciamocelo – quello che un po’ tutti avevano già capito dopo aver ammirato The Donald in campagna elettorale prima e a Washington poi. E allora perché gli americani si sono catapultati in massa nelle librerie? Forse perchè spinti da un inconscio e primordiale slancio verso possibili inciuci e intrallazzi à la House of Cards. O forse, più semplicemente, per avere la conferma, una volta per tutte, nero su bianco, di quanto Trump sia scemo.

There was now a fair amount of back-of-the-classroom giggling about who had called Trump what. For Steve Mnuchin and Reince Priebus, he was an “idiot.” For Gary Cohn, he was “dumb as shit.” For H. R. McMaster he was a “dope.” The list went on.

(Voi direte: bastava guardarsi qualche Gif. Non avete tutti i torti.)

Bene. Archiviato questo punto, la speranza è che il libro contenga altri argomenti in grado di solleticare l’interesse del lettore. E senza dubbio interessante è il sottobosco della Casa Bianca, popolato da – giusto per buttare lì una citazione colta – tutti gli uomini del deficiente. Della moglie Melania si parla poco o nulla, forse perché non in sintonia con Wolff, forse per l’effettiva assenza di quella che dovrebbe essere la First Lady dalle stanze del potere. Nei fatti la First Lady è Ivanka, figlia di Donald, sempre affiancata dall’imbelle marito Jared Kushner – ribattezzati “Jarvanka”, temibile creatura bicefala disprezzata dai più.

A opporsi al potere della famigghia Trump è soprattutto Steve Bannon, capo stratega alla Casa Bianca (poi silurato), da molti ritenuto il vero artefice dell’exploit trumpiano, e senza dubbio il vero protagonista di Fire and Fury. Fantasioso complottista, in costante equilibrio tra il visionario e il delirante, Bannon vuole scardinare a tutti i costi l’establishment politico americano usando (a suo dire) Trump come ariete. Se da un lato è facile immaginare (sperare?) che dietro a Trump ci sia qualcuno con due dita di cervello, dall’altro si nota come la narrazione di Wolff sia troppo sbilanciata in favore di Bannon. O meglio, sembra che sia lui la fonte principale delle ricostruzioni dell’autore che, “come una mosca sul muro”, per usare le sue stesse parole, ha avuto accesso a colloqui e indiscrezioni che, nella norma, sarebbero off-limits per la stampa.

Ma Trump è Trump, dopo tutto. E quindi ha senso che l’avvenente Hope Hicks, ex modella passata al mondo delle pubbliche relazioni, diventi il direttore della comunicazione del Presidente degli Stati Uniti. E ha altrettanto senso che Hicks sia la quarta a ricoprire l’incarico, dopo l’arrivo e la cacciata di Sean Spicer, Stephen Miller e Anthony Scaramucci, quest’ultimo noto per essere durato la bellezza di dieci giorni in carica. Se non si fosse capito, nella Casa Bianca di Trump regna il caos. Gli scandali si susseguono (Pussygate, prostitute e golden shower in terra russa, dichiarazioni post-Charlottesville) ma l’inadeguatezza regna sovrana e indisturbata. Segue il parere spassionato di un membro dello staff:

It’s worse than you can imagine. An idiot surrounded by clowns. Trump won’t read anything—not one-page memos, not the brief policy papers; nothing. He gets up halfway through meetings with world leaders because he is bored. And his staff is no better. Kushner is an entitled baby who knows nothing. Bannon is an arrogant prick who thinks he’s smarter than he is. Trump is less a person than a collection of terrible traits. No one will survive the first year but his family. I hate the work, but feel I need to stay because I’m the only person there with a clue what he’s doing. The reason so few jobs have been filled is that they only accept people who pass ridiculous purity tests, even for midlevel policy-making jobs where the people will never see the light of day. I am in a constant state of shock and horror.

Ma anche qui: chiunque, non solo gli addetti ai lavori, si trova “in a constant state of shock and horror” di fronte al quotidiano marasma che agita Washington. E lo staff di Trump pare un’indefinita massa di figuranti, poiché Wolff lascia ampio spazio ai turpi monologhi pindarici di Bannon, offrendo a chi legge il ritratto completo di un personaggio complesso, balordo ma carismatico, eppure si limita a descrizioni brevi e superficiali – se non a lapidarie citazioni altrui – per descrivere gli altri animaletti matti del boschetto della Casa Bianca.

Altro problema sono le fonti: i giudizi taglienti si sprecano, ma spesso gli autori restano anonimi. L’opacità prevale – e per carità, un libro su Trump diffcilmente brillerà per trasparenza, ma alla lunga i dubbi sulla veridicità dei fatti esposti affiorano anzichenò. Fire and Fury è un grande, grandissimo “vorrei ma non posso”, un libro che avrebbe potuto marchiare a fuoco la presidenza Trump in secula seculorum, affondarla una volta per tutte – ammesso che sia mai stata a galla – e invece finisce quasi con l’esserne un prodotto, se si considerano gli errori di contenuto (già beccati dai temibili fact-checker del NY Times), le estenuanti ripetizioni, le  macchinose teorie cospirative (#FakeNews) e la prosa tutto sommato confusionaria.

Aridatece Frank Underwood.

[FM18] Spareggioni soporiferi

Football Manager è un videogioco manageriale di simulazione calcistica. All’indomani della clamorosa mancata qualificazione dell’Italia dai mondiali di Russia 2018, gli obiettivi sono due:

– salvare il Benevento dalla retrocessione;
– diventare CT della Nazionale azzurra.

Qui gli scorsi episodi: #0 Ventura scànsate, #1 Di tamarri, Bostik e malattie veneree, #2 Clamoroso al Vigorito, #3 Formiche azzurre e bulldozer tamarri, #4 Come il gol di Brignoli, #5 Piccoli problemi di cuore

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Birra, popcorn e amuleti vari – tutto è pronto all’Olimpijs’kyj di Kiev per gufare l’Italia di Ventura nell’andata dello spareggione mondiale contro l’Ucraina. In panchina tra i padroni di casa c’è pure il nostro Yurchenko; la sua presenza è più che sufficiente per giustificare il viaggetto Benevento-Kiev a carico del club. Sia mai che il CT lo butti in campo contro gli Azzurri.

Ventura parte col 5-3-2, davanti è confermata la strana coppia Giovinco-Belotti. Le squadre si scambiano qualche buffetto per i primi 15′, finché Jaroslav Rakitskyi (o Rakyc’kyj, per i numerosi fan della traslitterazione scientifica tra il pubblico) decide di scaldare l’ambiente cercando di amputare entrambe le gambe a Darmian. La folla è in visibilio, ma l’arbitro non apprezza: cartellino rosso diretto, Ucraina in 10 con ancora 75′ da giocare. Non contento, il direttore di gara punisce ulteriormente gli ucraini con un rigore farlocco assegnato all’Italia per fallo immaginario su Belotti. Giovinco tira, Giovinco segna, Giovinco esulta.

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L’intero stadio intona cori beceri contro la Formica Atomica e le componenti femminili della sua famiglia. Sei minuti dopo, Giovinco, dall’alto del suo metro e sessantatré, sfida le leggi della fisica e della logica con un improvvido colpo di testa, salvo infortunarsi malamente e abbandonare il campo. Gufi formidabili, questi ucraini. Davvero un peccato che la loro nazionale riesca soltanto a difendere lo 0-1, causa inferiorità numerica e tecnica. All’intervallo Ventura, per noia più che per convinzione, decide allora di dare una chance agli avversari, passando al suo amato 4-2-4, si presume per cercare il gol che chiuda il discorso qualificazione.

Nel secondo tempo le occasioni fioccano in entrambe le aree. Belotti è in versione gallo spennacchiato e fallisce almeno tre palle gol, mentre il biondissimo e ucrainerrimo Marlos Romero Bonfim si fa abbindolare due volte da Donnarumma. Insomma, molto rumore per nulla, per citare Guglielmo Shakespeare. La partita si chiude sull’1-0 per l’Italia, nonostante tutto l’impegno di Ventura per concedere quantomento un pareggio.

Ukraine v Italy_ Match Review

Per la partita di ritorno, tutti si aspettano che la FIGC scelga uno degli stadi più caldi e maestosi d’Italia per far sciogliere definitivamente gli avversari ucraini. San Paolo? Olimpico? San Siro? No, si gioca al notoriamente infuocato Bentegodi di Verona, dove peraltro gli uomini di Shevchenko (sì, il CT dell’Ucraina è il buon vecchio Sheva) dovrebbero essere a loro agio, visto che indossano gli stessi colori del Chievo e dell’Hellas. L’impressione è che forze oscure stiano tramando per cercare di far perdere il playoff all’Italia e, di conseguenza, il posto a Ventura.

Tutti a Verona, dunque, per la seconda parte dello spareggione. Azzurri in campo di nuovo col 4-2-4, col redivivo Zaza al posto di Giovinco. Pronti-via e l’Ucraina piomba davanti a Donnarumma, ma né Rotan né Yarmolenko riescono a centrare la porta. Poco dopo è Zaza a mancare una buona occasione su cross di Candreva. La gara di ciapanò continua con gli errori da ottima posizione di Yarmolenko e Florenzi. Intorno al 20′ gli ucraini iniziano finalmente a prendere la mira, con Donnarumma (quello che prende 6 milioni all’anno, non il fratello bravo) che devia in angolo due botte da fuori. La curva ospite, tra l’altro unico settore pieno del Bentegodi, crede all’impresa. I cinque centrocampisti gialloblu non fanno vedere palla a Verratti e Marchisio, ma la mira è imbarazzante. A fine primo tempo, dopo un altro erroraccio di Yarmolenko, il risultato è ancora 0-0.

Mi piacerebbe raccontare anche i fatti salienti del secondo tempo, peccato che non ce ne siano. Il cronometro scorre dal 45′ al 90′ senza mai interrompersi per un’azione degna di tal nome. Forse l’Ucraina è rimasta a corto di fiato dopo aver spinto parecchio a inizio gara? Forse gli Azzurri si sono assestati e hanno concesso meno spazi? O forse un panciuto e occhialuto e canuto signore ha consegnato una gonfia valigetta al rappresentante della Federcalcio ucraina? I dubbi rimangono ma una cosa è certa: l’Italia sarà al Mondiale di Russia 2018 e Gianpiero Ventura sarà il suo CT – perlomeno su Football Manager.

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La missione gufo è dunque fallita. La FIGC non ci avrebbe cagati di striscio anche se Ventura fosse stato silurato, diciamocelo, ma il nostro CV l’avremmo mandato comunque. CV che consiste in due pagine A4 completamente vuote, ma questi sono dettagli insignificati e, insomma, come si suol dire, chiusa una porta si apre un portone – ecco, la saggezza popolare! – perché se l’Italia si è qualificata, altre nazioni sono rimaste a casa, e magari qualche federazione scrausa sarà interessata a un giovane manager italiano che ha avuto il coraggio di allenare il Benevento. Giusto? GIUSTO?

Francesco Panzeri_ Job Security
 In Colombia, dopotutto, non si sta così male, no?