Россия (2008, 2018)

Se penso alla Russia agli Europei o ai Mondiali, il ricordo più vivido risale a Euro 2008. Siamo all’inizio dell’oppressione tiki-taka, a cui l’Italia – in piena sbronza post-Berlino – deve piegarsi ai quarti di finale. La Grecia, campione d’Europa in carica, non prova nemmeno a difendere il titolo, consapevole che una sculata come quella del 2004 non si ripeterà mai più. Cristiano Ronaldo deve ancora diventare CR7, mentre i crucchi fanno i crucchi e conquistano l’ennesima finale.

Ma quella Russia era qualcosa di spettacolare. La rosa non includeva nomi stellari – anzi, tra i titolari c’erano i soliti filibustieri protagonisti di innumerevoli sconfitte in campo internazionale, come Akinfeev, portiere dalla papera facile, o quei gaglioffi dei gemelli Berezuckij in difesa. Eppure, per una volta, a guidare la truppa non era il solito panzone autoctono simil-alcolizzato (alla Sluckij o alla Čerčesov, per intenderci), bensì il giramondo olandese Guus Hiddink. E in campo c’era Andrej Aršavin.

Greece v Russia - International Friendly
Aršavin era la quintessenza del talento russo: tecnica invidiabile e imprevedibilità, intervallate da lunghe pause e pigre camminate per il campo. Uno di quei giocatori che trasudano classe e discontinuità, in egual misura. Nel 2008 il caro Andrej non era esattamente una giovane speranza, aveva già 27 anni e diverse buone stagioni alle spalle, sebbene in un campionato discutibile come quello russo. Eppure l’exploit di quella Russia lo fece splendere come un’immensa supernova. E a splendere, anche solo per luce riflessa, furono pure i suoi compagni. Jurij Žirkov, modesto terzino sinistro, si trasformò per qualche partita in una specie di Roberto Carlos sovietico, sfornando cross a ripetizione per la pertica Roman Pavljučenko, pure lui miracolato e di colpo infallibile sottoporta.

Il quarto di finale contro l’Olanda – di fatto la squadra che due anni dopo avrebbe sfiorato il Mondiale in Sudafrica – è qualcosa di meraviglioso. Quasi quanto il video degli highlights con la musica zarra in sottofondo e il telecronista che urla “Dasvidania! Dasvidania!” dopo il gol del 3-1 finale.

Quando esplode, la supernova abbaglia tutto e tutti, ma non per molto. In semifinale la Russia viene spazzata via dalla Spagna – ok, si parla dei futuri campioni di Ogni Trofeo Possibile e Immaginabile, ma la prestazione russa è davvero incolore. Nella stagione successiva Aršavin, Žirkov e Pavljučenko finiscono tutti a Londra, a giocare rispettivamente per Arsenal, Chelsea e Tottenham, eppure nessuno dei tre lascia grandi tracce. Andrej viene soprannominato The Little Genius per i suoi sprazzi – direbbe Brera – prestipedatori. Ma il popolo di Albione si gasa più per novanta minuti di tackle che per dieci minuti di magia, e Aršavin l’agonismo non sa proprio cosa sia, quindi è costretto a tornare in patria, allo Zenit, dove vive di rendita per un altro paio di stagioni. Nella mente dei tifosi dei Gunners restano il gol vittoria contro il Barcellona nell’andata degli ottavi di Champions (2011), i quattro gol al Liverpool in un epico 4-4 e il ditino strafottente che Andrej portava alle labbra dopo ogni gol, non tanto per provocare i tifosi avversari quanto per zittire le malelingue che lo hanno accompagnato per tutta la carriera.

A dieci anni di distanza, la Russia è il Paese ospitante degli ormai imminenti Mondiali. A un mese dalla partita d’apertura, le premesse – ça va sans dire – sono disastrose: tre potenziali titolari si sono fumati il crociato nei mesi scorsi, il CT Čerčesov è un conclamato attaccabrighe e la stampa è già partita a intonare il De Profundis. Le buone notizie arrivano dagli avversari dal girone (Arabia Saudita, Egitto, Uruguay) e dalle solite, promettenti stelline tra i possibili convocati. Resta da vedere quanto saranno in grado di brillare.

 

Siamo volpi, costruiamo miracoli… parola di Fra

Perché a Leicester stanno provando a fare la storia, e pareva brutto ignorare gli artefici della più bella favola calcistica degli ultimi anni. In un articolo per Colpoditacco, la presentazione degli undici improbabili eroi in cima alla Premier League.

Fra ci racconta la favola del Leicester… buona lettura!

Il Leicester City Football Club è un’onesta società di calcio inglese che da centotrentadue anni si barcamena come meglio può per garantirsi una serena sopravvivenza nei campionati professionistici d’oltremanica. Le tre vittorie in Coppa di Lega (la versione sfigata della F.A. Cup) e i sette titoli della seconda divisione inglese (la nostra Serie B) sono gli unici allori di un palmarès non particolarmente esaltante. A questo tranquillo team delle Midlands non fu concessa nemmeno la gloria di un qualche trionfo agli albori del football – in perfetto stile Pro Vercelli, la quale, giova sempre ricordarlo, ha vinto più scudetti di Roma, Lazio, Napoli e Fiorentina.

Il 26 dicembre del 2014 il neopromosso Leicester (che si pronuncia /lɛstər/, ovvero lèster, e non lèisester) era ultimo nella Premier League, con 10 punti in 18 partite…

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