#04 – Solo bagaglio a mano

Premessa: quando penso alla recensione che NON vorrei leggere o scrivere, penso a qualcosa di molto simile a ‘sta roba pubblicata su Panorama. Mi sento in dovere di copincollare qualche passaggio qua sotto, perché dopotutto bisogna sempre ascoltare l’altra campana, e poi l’erba del vicino è sempre più verde, e se ci pensi tra il dire e il fare c’è gente che annega.

Ma torniamo a noi.

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Cosa: Solo bagaglio a mano

Chi: Gabriele Romagnoli

Quando: 2015

Dove: ovunque e in nessun luogo, ma molto probabilmente nel loft di una qualche costosa metropoli occidentale.

Come: italiano (Feltrinelli)

Perché: perché un libercolo di 80 pagine, con la copertina color arancione Easyjet, non può non attrarre lo sprovveduto bergamasco che nei suoi onesti cinque lustri di vita ha viaggiato in aereo sempre e solo con compagnie low cost – e quasi sempre solo con bagaglio a mano.

E all’estero? Speriamo di no.

Sunto: un borioso giornalista di mezz’età (“un formidabile aggregatore di istanti con un punto di vista non omologato sulle cose del mondo”) osa pubblicare un trattatello pseudofilosofico (“una forma di meditazione apofatica, per negazione o sottrazione”) per convincere lo sventurato lettore a viaggiare, come da titolo, con appresso il solo bagaglio a mano (“metafora di una leggerezza esistenziale che sollecita l’affrancamento dai bisogni”). That’s it (“pragmatico relativismo”).

Bonus: ammetto che il libro parte bene, ma giusto perché si parla della strana moda coreana che consiste nell’organizzare funerali finti per privati e aziende. Per gli impiegati coreani, pensi: «Poveracci, ma d’altronde non l’hanno scelto loro». Per i comuni cittadini, pensi: «Ma chi può essere così furbo da pagare per una roba del genere?». Che domande: l’Aggregatore di Istanti di cui sopra (“il meglio che il giornalismo d’attualità possa offrire”).

Malus: stucchevole come il Severgnini dei giorni peggiori, ma con l’aggravante dell’approccio zen, Romagnoli prende un pentolone e ci butta dentro frasi di filosofi, architetti, psichiatri, giornalisti, scrittori, psicologi senza una cippalippa di filo logico (ma il paragone tra uno degli attentatori dell’11 settembre e Salvatore Parolisi? Se ne sentiva davvero il bisogno?). Solo bagaglio a mano è la sagra del name-dropping, il Walhalla del citazionismo spinto, l’overdose dell’aneddoto. In altre parole: un accozzaglia di nomi, luoghi, cose, città (e molto, troppo altro) vòlte a sorreggere un messaggio banalissimo (eliminare il superfluo è bello! Yay!) che per di più, avvolto com’è da vagonate di fuffa autocelebrativa, suona pure falso.

Supercit.:

Non so che cosa ricaverò da questo giro del mondo, ma posso già dire quel che ho ricavato dall’aver visto 73 paesi, abitato in 4 continenti (Europa, America, Asia, Africa), 8 città (Bologna, Torino, Roma, Milano, Parigi, Il Cairo, Beirut, New York) e 27 appartamenti. Fin qui. Non so se le considerazioni finali risponderanno alla domanda chiave che mi pose mio padre. L’uomo, un idraulico bolognese che vanta capelli neri a ottant’anni avanzati e per questo i miei amici chiamano Highlander, quando gli annunciai che mi trasferivo dal Cairo a Beirut alzò gli occhi dal piatto e chiese: “A che cosa serve?”. Un cacciavite elettrico serve. Un milione di euro serve. Traslocare dall’Egitto al Libano per avere una diversa prospettiva del Medio Oriente, visitare il Lussemburgo per aggiungere un numero sulle pagine di un’agenda blu, vendere casa a Manhattan e comprarla a Brooklyn per uscire dalla vista e, finalmente, averla, non sono cose che “servono”. Impegnano (molto), divertono (a volte), insegnano (sempre, se sei disposto a imparare).

Mavvaffanculo.

Consigliato a: cinquantenni annoiati che non sanno più dove mettere il cash.

Curiosità: la scrittura è fastidiosa, ma pure la voce non scherza.

#03 – La porta

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Cosa: La porta

Chi: Magda Szabó

Quando: 1987

Dove: Ungheria

Come: italiano (2007, Einaudi, traduzione di Bruno Ventavoli)

E l’originale? Az ajtó

Perché: come può un semi-sconosciuto romanzo ungherese di fine anni Ottanta finire nella classifica dei migliori 10 libri del 2015 stilata dal NY Times Book Review? Be’, lo hanno pubblicato con una nuova traduzione. Ok, ma una bella traduzione non fa un bel libro. Urge indagare in prima persona.

Sunto: una giovane scrittrice, Magda, e la sua non più giovane domestica-portinaia-tuttofare, Emerenc, si amano, poi si odiano, poi si amano, poi si odiano, poi si apprezzano (semi-cit.). Il romanzo – in parte autobiografico – ruota attorno a queste due donne, la prima immersa nell’effimero mondo delle parole su carta, la seconda ossessionata dalle meno nobili faccende terrene. Oltre a loro, ad accaparrarsi una discreta fetta di narrazione non è il freddo e perennemente malato marito di Magda – «il padrone», come lo chiama Emerenc (elemento che mi ha talvolta portato ad equiparare la vecchia a un canuto Gollum magiaro) – bensì il cane, Viola, che spesso funge da trait d’union fisico e metaforico tra le due protagoniste. Ah, be’, certo: poi c’è una porta, la porta, chiusa 365 giorni l’anno. Qualcuno la aprirà, infine? Embè, leggetevi il libro.

Bonus: Emerenc. La lunatica, testarda, incomprensibile Emerenc. L’infaticabile, schietta, commovente Emerenc. La domestica – mai apposizione fu più riduttiva – è un personaggio epico, nel vero senso del termine: in lei convivono l’astuzia di Ulisse, la rettitudine di Ettore, la strafottenza di Agamennone, l’umiltà di Enea, l’ira di Achille – e probabilmente altre caratteristiche di altri personaggi omerici e virgiliani che non ho studiato, ma dopotutto le lezioni di epica al liceo facevano dormire anche i sassi. In breve: Emerenc è un personaggio che vale il prezzo del libro (e/o il tempo della lettura).

Malus: la scrittrice si affligge con una discreta costanza, e ciò fa veramente prudere le mani al lettore, perché l’afflizione pare quasi sempre immotivata, o meglio, davvero superficiale, specie in confronto ai veri traumi vissuti da Emerenc e all’ammirabile forza con cui la domestica è riuscita a scrollarseli di dosso. Per il resto, di negativo non c’è altro da segnalare: i personaggi hanno nomi peculiari (pefforza, sono ungheresi) ma bene o male ce li si ricorda tutti; i flashback hanno un senso e sono ben dosati; la tensione cresce in modo uniforme per tutto il testo. Insomma, un signor libro.

Supercit.: Emerenc e la sua personalissima visione della morte di Gesù:

Disse che non aveva bisogno né di preti, né di chiese, non pagava neppure l’imposta sulla religione, durante la guerra s’era resa conto di quel che Dio era capace di fare, non ce l’aveva con il falegname e con suo figlio, loro erano dei bravi lavoratori, solo che il figlio si era lasciato confondere dalle menzogne dei politici, e quando i suoi capi cominciarono a ritenerlo scomodo, lo coinvolsero in una brutta storia per poterlo giustiziare. Le faceva pena soprattutto la madre perché, per lei, quello, non doveva essere stato un bel giorno, anche se per quanto strano potesse sembrare, il Venerdì Santo fu la prima notte in cui la poveretta riuscì a dormire tranquilla, perché prima s’era fatta solo tanto sangue cattivo per colpa del figlio.

Consigliato a: entusiasti dell’introspezione, cacciatori di storie del Dopoguerra nell’Europa dell’Est, esploratori dei più remoti antri di amore e amicizia.

Curiosità: ne è stato fatto un film? Ovviamente ne è stato fatto un film, che domande! The Door, uscito nel 2012, è stato diretto da tale István Szabó (non un parente della scrittrice). Fossi in voi, me lo risparmierei. Piuttosto ascoltatevi un po’ di Doors.

#02 – The Day The World Came To Town

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Cosa: The Day The World Came To Town

Chi: Jim DeFede

Quando: 2002

Dove: USA (William Morrow Paperbacks)

Come: American English

Perché: nell’editoriale di un numero di Internazionale di qualche settimana fa si parlava della straordinaria risposta di Gander, piccolo paese del Canada, agli attentati dell’11 settembre 2001. L’articolo diceva: “ne è stato fatto un libro”. E allora vuoi non cercare il libro?

E in Italia? Non che io sappia.

Sunto: Gander è una pacifica cittadina di ridenti pescatori. Non solo appartiene al Paese occidentale meno considerato della storia (il Canada), ma è pure su un’isola (Terranova, o Newfoundland) che forse manco i canadesi sanno di avere. Un giorno, però, due aerei si schiantano sulle Twin Towers di New York e il traffico aereo americano, per la prima volta da sempre, viene chiuso. Tutti gli aerei in volo verso gli USA atterrano un po’ dove capita. Pure a Gander, sì, dove c’è un aeroporto – perlopiù usato come scalo dall’esercito americano. Ed ecco quindi che un paese di 10.000 abitanti si trova ad accogliere 38 aerei con a bordo 6,122 passeggeri e 473 membri dell’equipaggio. Caos totale? Macché.

Bonus: la cosa bella del libro è la storia narrata, uno dei rari casi in cui leggi tutto, sospiri e pensi che forse l’umanità, dopotutto, non è poi così malvagia. In circa 200 pagine l’autore racconta le nobili gesta della popolazione, disposta a offrire tutto – cibo, vestiti, case, auto, scuole – per mettere a loro agio oltre seimila perfetti sconosciuti di ogni provenienza e religione.

Malus: DeFede, il giornalista autore del libro, rischia quasi di rovinare una storia che si narra da sola. Certo, è encomiabile il tentativo di raccontare le vite di passeggeri e autoctoni, di intervistarli uno per uno andando a caccia di parole toccanti e piacevoli aneddoti, ma i tantissimi nomi citati, alla lunga, creano una discreta confusione.

Supercit.: questa l’accoglienza riservata a George Vitale, poliziotto newyorkese, da una coppia di Ganderesi – o Ganderani?

Since the community center didn’t have shower facilities, Cindy and Reg Wheaton took Vitale to their home just down the street. They told him to help himself to anything in the refrigerator and to use the phone to make calls or the computer to send e-mails. They showed him where the remote for the cable television was located, handed him a clean towel, and left. He could stay as long as he wanted, and they told him that when he was done, he should just leave the door unlocked on the way out. Vitale was speechless when they left. Although the Wheatons thought nothing of leaving a stranger in their home, it was an act of faith Vitale desperately needed at that moment. Something to replace the pain he was feeling.

Consigliato a: chiunque voglia esplorare un lato poco conosciuto dell’11 settembre 2001.

Curiosità: i prodigiosi fatti accaduti a Gander sono anche narrati in un documentario uscito in occasione delle Olimpiadi invernali di Vancouver, 2010.