Gulp! CLIC su Blonk! (A Filippo Tommaso Marinetti piace questo elemento)

Avete presente la rubrica CLIC, quella in cui straparlo dei libri letti durante le sedute di pendolarismo via Carnate (rubrica che, peraltro, ultimamente coincide col 100% degli articoli di questo blog, ma vedrò di diversificare i contenuti, promesso)?

Ebbene, la rubrica è piaciuta ai signori di una piccola casa editrice digitale, Blonk, con cui avevo collaborato anni fa per la pubblicazione di un manualetto – che oggi riscriverei da capo a piedi, ma questo è un altro discorso. I suddetti signori mi hanno chiesto se avevo voglia di portare CLIC su un blog ospitato dal loro sito, e io ho detto «sì, va bene, sepoffà». Ed ecco che quindi, magno cum gaudio, vi annunzio che il primo post è online (al momento su Chrome il layout è tutto sballato, su Firefox, IE e Safari tutto ok).

No, il mio nome non c’è, e m’hanno appiccicato un etichetta che non mi convince del tutto, ma perlomeno nei contenuti dovrei avere carta bianca. La cadenza dovrebbe essere settimanale, il che implica recensire un libro a settimana, il che implica leggere un libro a settimana, il che rappresenta un impegno – piacevole, ma pur sempre un impegno – e al tempo stesso uno stimolo a macinare pagine su pagine.

Fine della propaganda. Metterò magari un bannerino sulla colonna a destra, come ho fatto per Ninety-nine News (come non sapete cos’è Ninety-nine News? Redimetevi e rimediate, ORA!); dicevo, metterò un link nella sidebar ma, oltre a questo, non vi romperò più le scatole. E ovviamente il consueto post CLIC di inizio mese continuerà a essere pubblicato.

Ah, il libro di questa settimana è sconosciuto e malinconico e bellissimo.

Dal nulla, il Pinguino

Ieri pomeriggio mi è arrivata un’e-mail da uno sconosciuto. Copincollo fedelmente.

(nessun oggetto)

Salto i convenevoli e vengo subito al sodo….

Sappi che da oggi sei diventato un ispirazione per una quinta liceo, che non ne può più del nuovo preside subentrato da appena 3 mesi, ma riconosciuto oramai all’unisono per l’odio che suscita in coloro che hanno avuto a che farci.
(link al post)
a***** g****…….spero ti susciti bei ricordi questo nome.
non ne possiamo più e pensare che lui ci porterà alla maturità…
un saluto
F*******
Mi è scappato da ridere.
Un po’ perché sono “un ispirazione” (che in realtà ha un suo senso, perché se fossi stata femmina avrei avuto l’apostrofo, ma essendo maschio…).
Un po’ perché ho provato una strana soddisfazione nel vedere la stessa frustrazione e la stessa rabbia ribollire ancora oggi, a distanza di sei anni e mezzo (si parla del giugno 2007).
Un po’ perché il post in questione non c’è sulla versione WordPress del blog, quella attuale. In tempi non sospetti ho fatto tabula rasa di tutte le (patetiche? sì, abbastanza) lamentele scolastiche di allora. E ogni volta che mi capita di rileggerne una, mi riconvinco di aver fatto bene [in sintesi, si trattava di uno sfogo post-interrogazione pre-pagella di fine anno; un’interrogazione per il sei in cui mi venne chiesto di risolvere problemi di livello ben superiore. Alla fine vinsi la battaglia (strappai il sei), ma persi la guerra (beccai cinque in pagella). Giova ricordare che il carissimo prof mi disse in faccia che mi avrebbe portato col cinque e mezzo al consiglio di fine anno, salvo poi portarmi col cinque secco e impormi il debito nonostante le proteste di tutti gli altri professori].
Mi scappa da ridere anche perché il Pinguino, come lo chiamavamo ai tempi, ha fatto carriera. Ai tempi era solo un prof di matematica e fisica di un liceo pubblico di provincia, mentre ora è preside di un liceo privato di città. E in base a quanto scrive F., il suo approccio didattico non dev’essere cambiato un granché. Era un uomo gentile, per carità, disponibile e tutto. Peccato che non sapesse insegnare. E se poi di mestiere fai l’insegnante, ecco, insomma, diciamo che per i tuoi studenti è un po’ un problema. Per lui non lo è stato di certo, e il suo cursus honorum è qui a dimostrarlo.
Maledetto pinguino coi sandali.

L’autoradio

Mio padre dice di aver posseduto e guidato un’Alfa Romeo, in gioventù, ma causa mancanza di prove visive ho deciso di non credergli. La Uno invece me la ricordo. Oddio, non mi ricordo un granché. Era grigia, e io ero sempre seduto dietro. Avevo due anni, non di più.

Mi ricordo anche la 126. Arancione, ché se mia madre doveva scegliere un’auto, la sceglieva bene (cioè male). Aveva un motore da urlo. Letteralmente: per farti sentire in garage dovevi urlare. Il garage vecchio, con la clèr amaranto, di quando ancora stavamo sull’altra sponda dell’Adda. Di quando mio padre saldava cancelli e inferriate, di quando mia madre mi portava gli scatolini di crème caramel dalla mensa della Imec. Di quando i fuochi d’artificio visti dal secondo piano di un condominio sembravano inghiottire tutto e tutti.

Poi è arrivata la Punto. La prima, vera Punto, quella del 1993. Quella eletta Auto dell’anno nel 1995. Quella bordeaux, che al sole brillava come un rubino. Quella con i finestrini che si alzavano e abbassavano senza manovella.

Quella con l’autoradio. Come non si diceva allora, tanta roba.

C’era addirittura il mangiacassette, per la gioia di mio padre, di cui assecondavo ancora – ah, l’ingenuità! – la passione per i Pooh. E quando il dio delle città ci dava qualche attimo di tregua, c’erano la cassetta delle barzellette e quella dello Zecchino d’Oro. E ovviamente, già allora, le partite su Radio1, MW 900 (però non a Brivio, perché sul ponte non si sente mai niente). Campavo di Quattroruote e Topolino e tutto andava bene.

La Punto ha portato me alle elementari, mia madre al lavoro e l’intera famiglia oltre l’Adda. E una volta scavallato il fiume è stata raggiunta dalla Cinquecento. Non dalla 500, in numeri, ma da quella in lettere. La via di mezzo tra il pezzo d’antiquariato e la moderna versione fashion. Lo scatolotto, per intenderci. Uno scatolotto rosso pastello, usato, con le manovelle per i finestrini. Senza autoradio.

“Ma il Francesco mica può guidare subito la Punto!”. Un’involuzione necessaria, quindi. Uno scatolotto comprato a niente ma mantenuto col sangue. Fari, sedili, frizione, cinghia, batteria e altro ancora: ogni anno un pezzo da cambiare, una spia che si accendeva. Una specie di Allegro Chirurgo a quattro ruote.

Ma non puoi odiare la macchina su cui impari a guidare. E pazienza se sotto gli sbocchi frontali del riscaldamento c’era uno spazio rettangolare vuoto, dove si intravedevano mille cavi vivaci ma inutili. E ho fatto fatica a non piangere quando una mattina d’estate lo scatolotto è stato spiaccicato contro una parete del garage (nuovo, con la clèr grigia e poi verde) da una Classe A. C’era dentro mio padre, illeso. Si è visto portare via il rottame della Cinquecento dal carro attrezzi, si è visto togliere qualche punto dalla patente, si è visto arrivare una multa non insipida. La sua unica colpa? Avere un garage nuovo ma sfigato.

In camera, di fianco alla stampante, ho ancora uno specchietto, che nell’incidente si era staccato. Faccio fatica a elaborare i lutti, anche quelli motoristici.

Poco tempo fa è arrivata una Peugeot 206. Colore grigio metallizzato, un modello che mi è sempre piaciuto. Però non l’abbiamo presa. È arrivata, azione passiva, per un’eredità di cui non avremmo voluto godere così presto.

Con calma, sul finire del 2013, anch’io ho scoperto il servosterzo. La 206 è agile e divertente da guidare, ma ovviamente le manca una cosa. L’autoradio. Non si vede il rettangolo vuoto, ma nemmeno i cavi, perché sono coperti da un pezzo di plastica nera. In compenso l’auto invita a risolvere in continuazione tanti piccoli problemi di fisica, essendo provvista di tachimetro rotto.

Non la uso un granché, perché la strada da casa alla stazione è molto breve. Ma se la mattina sono troppo rincoglionito per pensare, la sera pagherei per poter alzare il volume, scimmiottare un improbabile Yorkshire accent e urlare “but I crumble completely when you cry!” sopra alle incomprensioni e ai mugugni e ai silenzi di una classica giornata milanese.

Anche perché è inutile sperare nella Punto.

Su Virgin Radio non la passeranno mai.