(n)Euro 2016 – Di imprese gallesi e nostalgia greca (#21)

In attesa di Italia-Germania…

PENSIERINI SPARSI SU PORTOGALLO-POLONIA

  • Polonia-Portogallo non è stata esattamente la partita del secolo, ma vedere Cristiano Ronaldo ciccare un tiro dopo l’altro è stato piacevole, lo ammetto.
  • Da parte polacca, se finalmente Lewandowski ha segnato, Milik ha confemato a sua volta di avere un certo feeling con il liscio.
  • Che il Portogallo sia arrivato in finale è un emerito scandalo, roba da far impallidire gli eroi greci del 2004. Finora cinque partite e nessuna partita vinta entro i 90 minuti (solo pareggi).
  • Per non dimenticare: qui un sunto dell’impresa greca di dodici anni fa (se prestate attenzione, si vede anche CR7 con due quadrettini di Patafix sulle orecchie).
  • Già che siamo in clima nostalgia: il Portogallo è stato protagonista di una delle partite più sanguinose della storia recente del calcio internazionale. Qui il bollettino di morti e feriti di Portogallo-Olanda (mondiale di Germania 2006).
  • Tornando al presente, fa quasi impressione dirlo, ma Pepe – sì, il killer, proprio lui – è stato uno dei migliori in campo. Il che dà un’idea piuttosto chiara della qualità espressa da ambo i lati.
  • Se questo Portogallo è arrivato in semifinale, non vedo perché l’Islanda non possa vincere il torneo…

(Fra)

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Fun fact: in caso di gol dei suoi compagni di nazionale, Ronaldo non esulta con loro perché – ipse dixit – “non vuole rubargli i riflettori”. Quanta umiltà.

FELLAINI PORTA SFIGA (MA IL RESTO È DIVERTIMENTO)
Bellissima partita questo quarto di finale, due squadre che giocano per vincere e lo fanno giocando bene e a viso aperto. Peccato per Wilmots che pesca la carta Fellaini dal mazzo e da quel momento in poi, per il Belgio, son volatili per diabetici.
Ma non andiamo troppo avanti.
Primo tempo con batti e ribatti, ripartenze e tiri a grappolo (il triplice tentativo belga nei primi minuti è l’apoteosi della sfiga di Hazard&Co). Le belle azioni si susseguono, ma il primo tiro che scartavetra via la rete è quello di Nainggolan. Il centrocampista della Roma carica un missile terra-aria che finisce sotto la traversa facendo “ciao ciao” al portiere Hennessey.
Il Galles fa volare un paio di malleoli dal nervosismo, il Belgio continua baldanzoso ad attaccare ma Gareth Bale (in grandissimo spolvero con tocchi, tiri e galoppate micidiali) e compagnia non restano a guardare e ritornano la cortesia. Calcio d’angolo del Galles, schema ignobile della formazione gallese, ed ecco che c’è il pareggio grazie ad un buttafuori prestato al calcio, il capitano Williams.
Il pareggio non è un fulmine a ciel sereno, erano diversi minuti che il Belgio si stava cagando in mano (difendendosi, peraltro, malissimo: J. Lukaku sulla fascia sinistra è un troglodita del calcio con i piedi quadrati). I primi 45 minuti finiscono col Belgio in difesa e il Galles che lo scherza come si fa con il compagno secchione in cortile.
Il secondo tempo parte con la mossa-sfiga: fuori Carrasco, dentro Fellaini. E le speranze di vittoria dei Diavoli Rossi vanno ufficialmente a puttane. La difesa belga (con l’aiuto del riccioluto centrocampista del Man Utd) ronfa allegramente sul cross di Ramsey e Robson-Kanu, dribblando sé stesso e tre difensori, mette di giustezza alla destra di Courtois.
Da questo momento in avanti si assiste ad una partita forse ancora più bella di prima. Il Belgio è nervoso e si getta all’attacco, in area gallese piovono palloni ma vengono ribattuti tutti, mentre il Galles mette fuori il petto, sfodera le cavalcate di Bale e i passaggi di Ramsey e cerca di chiudere il match con un terzo gol.
Il Belgio prova qualche cambio, ma avere Fellaini in campo vanifica tutto (si becca anche un giallo per ginocchiata lercissima). La sua sfiga è più potente di ogni sortilegio. Il Galles, invece, mette dentro l’attaccante Vokes, un uomo chiamato cabina del telefono (viste le dimensioni), che anticipa il difensore e di testa mette in saccoccia alle spalle di un impotente Courtois.
Finisce 3 – 1 per Bale&Co. che alzano due dita per festeggiare la vittoria e poi le girano per salutare gli inglesi già usciti.
(Zeus)

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La composta esultanza dei tifosi gallesi.

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Brasil 2014 – L’insostenibile resistenza di Karagounis (#13)

Da dove cominciare? Dalle dimissioni di Prandelli e Abete? Dalle parole di Buffon e De Rossi? Dall’indolenza di Balotelli? Che noia. Cominciamo invece da Giorgios Karagounis, classe 1977, capitano della nazionale greca.

Karagounis con un Pallone d’Oro di cioccolata

Perché tirare in ballo questo onesto lavoratore del pallone, centrocampista discreto dotato di buon tiro e poco più? Semplice. Perché ieri sera quest’uomo ha messo in mostra ciò che negli ultimi giorni è mancato a diversi giocatori italiani.

Giorgios Karagounis ha avuto una buona carriera, tutto sommato. Ha giocato in patria, ma anche in Portogallo e in Inghilterra. È pure riuscito a essere tesserato da quell’Inter che nei primi anni ’00 comprava interi stock di giocatori, da Almeyda a Zé Maria, senza apparenti motivi logici. Ora, a 37 anni compiuti, è senza squadra, eppure continua a lottare per la sua nazionale.

La Grecia ha cominciato questo mondiale nel modo peggiore possibile, con la Colombia che le ha rifilato tre gol e un paio di balletti irrisori. «Ma sì, è pur sempre la Grecia,» hanno commentato tutti, me compreso «è gia tanto se si è qualificata ai gironi». Karagounis non è nemmeno partito titolare, è entrato a dieci minuti dalla fine quando tutto era già deciso.

Nella seconda partita, col più abbordabile Giappone, è arrivato uno 0-0 inutile. Il vicecapitano greco, Katsouranis (altro giovanotto), si è fatto espellere per doppio giallo nel primo tempo, e poco prima dell’intervallo il vecchio Giorgios è entrato in campo. In dieci contro undici, stringendo i denti, i greci sono riusciti a difendere il pareggio. Due partite, un punto, zero gol. La solita Grecia, insomma.

Eppure ieri sera è successo il miracolo. Contro la Costa d’Avorio di Drogba, Gervinho e Yaya Touré, la Grecia ha vinto 2-1 – seppur con un rigore dubbio al 92′ – e si è qualificata agli ottavi. Karagounis ha giocato titolare e ha offerto una prova commovente. Mentre in Italia cominciavano già a girare i fotomontaggi di Suarez con la maschera di Hannibal, Giorgios Karagounis ha corso come un forsennato per settantasei minuti, ha ringhiato contro avversari ben più grossi e talentuosi di lui, ha lasciato un briciolo di cuore in ogni tackle. Ha pure preso una traversa da fuori area. Fino a quando non è stato richiamato in panchina, ha fatto capire a tutto il mondo con quale forza la Grecia volesse la vittoria.

E il rigore sarà pure stato un episodio fortunato, ma la fortuna premia gli audaci. I pavidi, invece, li frega un colpo di testa su calcio d’angolo a 10′ dalla fine. Devo quindi correggermi: non è giusto parlare di «miracolo». I greci hanno corso, hanno menato, hanno sovvertito il pronostico e ora sono agli ottavi. Se lo sono meritata, la qualificazione.

È quindi giusto dire: «agli ottavi c’è Costa Rica – Grecia, sarà la morte del calcio»? No, neanche un po’. La morte del calcio è avvenuta ieri pomeriggio, a Natal, dove i giocatori sono stati più propensi a muoversi in verticale (leggasi: a cadere) che in orizzontale (leggasi: a correre). Ostruzioni, calcioni, spintoni: una tremenda rottura di coglioni.

Ben venga la Costa Rica, allora. Ben vengano la Grecia, il Cile, l’Ecuador, il Messico. Squadre meno blasonate, meno likate, meno instagrammate, ma che, nel dubbio, danno sempre l’anima.