È tempo di libri. Almeno, così dicono.

Non so di preciso cosa volessero ottenere con il nuovo salone del libro di Milano. Che poi a dirla tutta non è manco a Milano-Milano, ma a Rho, a due passi dai padiglioni fantasma dell’Expo che fu. Però capite bene che “il salone del libro di Rho” non funziona, non vende, non tira.

“È tempo di libri” esclamano gli organizzatori ostentando sicumera.

(“Mecojoni” risponde il popolo.)

In fiera di libri ce ne sono parecchi, sia chiaro. I libri sono cosa buona e giusta e su questo siamo tutti d’accordo. Il problema è che ce ne sono talmente tanti che pare di stare in un magazzino Amazon, quasi, col rischio di percepirli come meri cumuli di pagine sporche d’inchiostro incollate tra loro, incredibilmente lontani da una qualsivoglia forma di creatività culturale. Allo stesso modo, gli stand dei pezzi grossi (Mond, Riz, Ein e compagnia pubblicante) si stagliano sul grigio mare dei padiglioni rhodensi come fredde isole di plastica sberluccicante e moquette colorata, popolate perlopiù da commesse aggressive, predatrici del registratore di cassa perduto, interessate soltanto a vendere (a prezzo pieno, mannaggia a loro) e non rovinarsi la manicure.

Giuro: ho percepito più affetto e calore umano alla fiera del legno per l’edilizia di Verona, circondato da amorevoli altoatesini con le guanciotte rosse, che lanciavano occhiate lussuriose alle loro seghe circolari con spaccalegna a cardano per trattore con attacco a tre punti.

Ma si parlava di libri. Dopo l’epico scazzo con Torino e il suo salone, il sindaco Sala disse qualcosa di molto simile a: “Lo dico senza arroganza, ma a me di Torino fottesega. Io voglio competere con Francoforte, coi saloni internazionali coi controcoglioni”. Ben venga l’ambizione, ma solo se supportata dai fatti. Degli oltre 500 espositori presenti nella zona aperta al pubblico, quelli stranieri erano:

  • una tenera coppia peruviana che vendeva “i libri più piccoli al mondo”, volumi grandi quanto un pacchetto di sigarette – e dal peso specifico immane, presumo.
  • un tetro omone baffuto che squadrava chiunque osasse avvicinarsi al suo banchetto, su cui svettava una bandiera turca (e un ritratto di Erdoğan, ma forse potrei sbagliarmi).

L’internazionalità finisce qui. Poi certo, spulci nella cartella stampa e scopri che nel padiglione 1 c’era il Milan International Rights Center – che a prescindere deve essere internazionalissimo, dato il nome in inglese. Peccato che fosse strettamente riservato agli addetti ai lavori. Magari è giusto così. Ma non sarebbe stato bello far entrare in contatto il pubblico leggente con i veri professionisti dell’editoria, con chi i libri li annusa, sminuzza, mescola, shakera e serve con ghiaccio e spicchio di lime?

Sia mai.

Da una parte i POS per le ragazze sul treno, le profezie dell’armadillo e le amiche geniali, dall’altra i contratti dei pusher letterari. In mezzo, i soliti chioschi coi panini speck e plastica. Un po’ di promiscuità in più non avrebbe fatto male.

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In caso di necessità, Murakami

Con una mail subdola e infingarda Goodreads mi chiede se voglio partecipare alla Reading Challenge 2017. “AH! Bel tentativo Goodreads, MA QUESTA VOLTA NON MI AVRAI”. Dopo il flop libresco del 2016 – perché flop è stato, diciamocelo, nonostante le consuete e invero valide attenuanti del caso – meglio astenersi da entusiaste e ambiziose-ma-forse-a-pensarci-bene-irragionevoli sfide destinate a fallire in breve tempo. La competitività latente non può essere ignorata, ma per ora è meglio stare schisci.

http://alessandria.bookrepublic.it/api/books/9788858407875/cover

Cosa: Dance Dance Dance

Chi: Murakami Haruki, idolo delle masse

Quando: 1998

Come: italiano (Einaudi, tradotto dal sempre eccellente Giorgio Amitrano)

E l’originale? ダンス・ダンス・ダンス, dice Wikipedia.

Perché: perché quando l’ispirazione latita e la voglia scarseggia, Murakami ti riconcilia con il piacere della lettura. Bene o male sai cosa aspettarti – mondi paralleli, esperienze oniriche, protagonisti disadattati che si accoppiano con ragazze tettone e solo apparentemente irraggiungibili – ma una volta che inizi i primi capitoli, sei dentro quel mondo, e una volta che sei dentro quel mondo, rischi di perdere la tua fermata del treno, e una volta che rischi di perdere la fermata perché immerso in un libro, in un certo senso ti senti in pace con te stesso.

Sunto: un 34enne giornalista freelance divorziato ha perso il filo della vita e non si raccapezza più. Poi boh, sfogli qualche pagina e compaiono una misteriosa vecchia fiamma piangente e lontana, una 13enne fumatrice con le visioni e una fissa per il rock anni ’80, e un ex compagno di classe assurto a carismatica icona di tv e cinema. E un vecchio hotel, demolito eppure ancora esistente, sospeso nello spaziotempo ma sorvegliato da un uomo ricoperto di pelli di pecora. Insomma: Murakami. Niente di più, niente di meno.

Bonus: 1Q84 aveva lasciato parecchi interrogativi (si veda qui, ocio agli spoiler), m’era piaciuto ma mi aveva fatto inalberare. Questa volta invece il buon Muraka’ mi ha soddisfatto, visto che i vari enigmi che sorgono nel testo trovano pressoché tutti una soluzione. L’elemento dell’onirico c’è – per carità, palate di onirico! – ma se da un lato il tema ricorrente è proprio la difficoltà del protagonista a distinguere il sogno dalla realtà, dall’altro si riesce sempre a mantenere il contatto con gli eventi, perché la nebbia mistica è funzionale al racconto ma non disarmante, come invece accade (imho) in 1Q84.

Non so se si è capito qualcosa.

Malus: me lo immagino, Murakami pensieroso: “mmm, devo inserire un personaggio di origini americane nel racconto, come lo chiamo?”. E fu così che a metà romanzo comparve DICK NORTH. La protagonista di 1Q84 si chiama Aomame (“pisello verde”) e qui giustamente si palesa un tizio privo di un braccio che si chiama Dick North. E il protagonista che si chiede: “Mi domando come farà a tagliare il pane senza un braccio. Con cosa si aiuterà?”. Dick North. Possibilissimo figlio illegittimo di Peter North. Che di nome fa Dick. Muraka’, cristosanto, eddai.

Curiosità: non c’entra niente col romanzo, ma la pagina Wikipedia di Peter North è di una precisione sconvolgente. Che poi, se uno ci pensa, vuol dire che in Italia c’è (almeno) una persona che si è messa a fare ricerca bio-biblio-filmografica per ricostruire la carriera di Peter North ed elencare tutti i suoi film, tra cui svettano Battlestar Orgasmica, Gang Bang Jizz Jammers e il capolavoro Ass Openers 12, elogiato da critica e pubblico.

Supercit:

Mi sembrava di non aver mai toccato l’apice. Se mi voltavo indietro, mi sembrava di non aver avuto nemmeno una vita. Un po’ di vicissitudini. Progressi e regressi. Ma niente di piú. Non avevo fatto niente, prodotto niente. Avevo amato qualcuno, ed ero stato amato. Ma non mi restava niente. Il paesaggio era stranamente piatto. Mi sembrava di muovermi all’interno di un videogame. Come Pac-man, avanzavo mangiando i puntini che componevano il labirinto. Senza scopo. Ma con la certezza, prima o poi, di morire.

Consigliato a: un po’ a tutti, dai, soprattutto a chi non si è mai cimentato con l’autore. Non è un libro complesso, ma non è nemmeno banale.

E poi c’è Dick North.

#04 – Solo bagaglio a mano

Premessa: quando penso alla recensione che NON vorrei leggere o scrivere, penso a qualcosa di molto simile a ‘sta roba pubblicata su Panorama. Mi sento in dovere di copincollare qualche passaggio qua sotto, perché dopotutto bisogna sempre ascoltare l’altra campana, e poi l’erba del vicino è sempre più verde, e se ci pensi tra il dire e il fare c’è gente che annega.

Ma torniamo a noi.

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Cosa: Solo bagaglio a mano

Chi: Gabriele Romagnoli

Quando: 2015

Dove: ovunque e in nessun luogo, ma molto probabilmente nel loft di una qualche costosa metropoli occidentale.

Come: italiano (Feltrinelli)

Perché: perché un libercolo di 80 pagine, con la copertina color arancione Easyjet, non può non attrarre lo sprovveduto bergamasco che nei suoi onesti cinque lustri di vita ha viaggiato in aereo sempre e solo con compagnie low cost – e quasi sempre solo con bagaglio a mano.

E all’estero? Speriamo di no.

Sunto: un borioso giornalista di mezz’età (“un formidabile aggregatore di istanti con un punto di vista non omologato sulle cose del mondo”) osa pubblicare un trattatello pseudofilosofico (“una forma di meditazione apofatica, per negazione o sottrazione”) per convincere lo sventurato lettore a viaggiare, come da titolo, con appresso il solo bagaglio a mano (“metafora di una leggerezza esistenziale che sollecita l’affrancamento dai bisogni”). That’s it (“pragmatico relativismo”).

Bonus: ammetto che il libro parte bene, ma giusto perché si parla della strana moda coreana che consiste nell’organizzare funerali finti per privati e aziende. Per gli impiegati coreani, pensi: «Poveracci, ma d’altronde non l’hanno scelto loro». Per i comuni cittadini, pensi: «Ma chi può essere così furbo da pagare per una roba del genere?». Che domande: l’Aggregatore di Istanti di cui sopra (“il meglio che il giornalismo d’attualità possa offrire”).

Malus: stucchevole come il Severgnini dei giorni peggiori, ma con l’aggravante dell’approccio zen, Romagnoli prende un pentolone e ci butta dentro frasi di filosofi, architetti, psichiatri, giornalisti, scrittori, psicologi senza una cippalippa di filo logico (ma il paragone tra uno degli attentatori dell’11 settembre e Salvatore Parolisi? Se ne sentiva davvero il bisogno?). Solo bagaglio a mano è la sagra del name-dropping, il Walhalla del citazionismo spinto, l’overdose dell’aneddoto. In altre parole: un accozzaglia di nomi, luoghi, cose, città (e molto, troppo altro) vòlte a sorreggere un messaggio banalissimo (eliminare il superfluo è bello! Yay!) che per di più, avvolto com’è da vagonate di fuffa autocelebrativa, suona pure falso.

Supercit.:

Non so che cosa ricaverò da questo giro del mondo, ma posso già dire quel che ho ricavato dall’aver visto 73 paesi, abitato in 4 continenti (Europa, America, Asia, Africa), 8 città (Bologna, Torino, Roma, Milano, Parigi, Il Cairo, Beirut, New York) e 27 appartamenti. Fin qui. Non so se le considerazioni finali risponderanno alla domanda chiave che mi pose mio padre. L’uomo, un idraulico bolognese che vanta capelli neri a ottant’anni avanzati e per questo i miei amici chiamano Highlander, quando gli annunciai che mi trasferivo dal Cairo a Beirut alzò gli occhi dal piatto e chiese: “A che cosa serve?”. Un cacciavite elettrico serve. Un milione di euro serve. Traslocare dall’Egitto al Libano per avere una diversa prospettiva del Medio Oriente, visitare il Lussemburgo per aggiungere un numero sulle pagine di un’agenda blu, vendere casa a Manhattan e comprarla a Brooklyn per uscire dalla vista e, finalmente, averla, non sono cose che “servono”. Impegnano (molto), divertono (a volte), insegnano (sempre, se sei disposto a imparare).

Mavvaffanculo.

Consigliato a: cinquantenni annoiati che non sanno più dove mettere il cash.

Curiosità: la scrittura è fastidiosa, ma pure la voce non scherza.