[FM18] Il mercatino delle pulci

Football Manager è un videogioco manageriale di simulazione calcistica. All’indomani della clamorosa mancata qualificazione dell’Italia dai mondiali di Russia 2018, gli obiettivi sono due:

– salvare il Benevento dalla retrocessione;
– diventare CT della Nazionale azzurra.

Qui gli scorsi episodi: #0 Ventura scànsate, #1 Di tamarri, Bostik e malattie veneree, #2 Clamoroso al Vigorito, #3 Formiche azzurre e bulldozer tamarri, #4 Come il gol di Brignoli, #5 Piccoli problemi di cuore, #6 Spareggioni soporiferi, #7 Caduta libera


 

A Benevento è il 31 dicembre 2017 e, per accogliere l’anno nuovo, i nostri giocatori postano foto di dubbio gusto su Instagram, tra hashtag insensati, bottiglie di vodka dell’Eurospin e fuochi d’artificio illegali (procurati da Ciciretti, pusher delle grandi occasioni). La truppa sembra ancora in buono spirito, nonostante le nove partite senza vittoria che hanno segnato novembre e dicembre. Invece la dirigenza, in stile paperoniano, celebra il 2018 concedendosi soltanto del pane raffermo e due gocce di gazzosa. L’obiettivo è investire ogni euro rimasto in cassa nel calciomercato invernale, nella remota speranza che qualche ingenuo peone 1) accetti di giocare per le Streghe e 2) si accontenti di due bruscolini e una pacca sulla spalla come stipendio.

Il primo passo consiste nel recuperare un po’ di margine di manovra e quindi sfoltire la rosa, per evitare che il mercato del Benevento finisca come un tentativo di parcheggio a S di una Volvo nello spazio destinato a una Smart. Rischiamo di restare con i giocatori contati per il resto della stagione, è vero, ma non ci sono grandi alternative – oltre ad accontentarsi della mediocrità imperante, of course.

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Pronti, via e interrompiamo il prestito di Brignoli dalla Juventus. Sì, proprio QUEL Brignoli. Al netto delle cappellate quindicinali Belec il Bianco è un portiere decente per il nostro livello e non ha molto senso tenere in rosa un portiere leggermente inferiore destinato a fare panchina. Il terzo portiere (Piscitelli) viene promosso a secondo senza apparenti meriti sportivi – la comunità accende un cero a S. Bartolomeo e prega che Belec non si infortuni mai.

La difesa preoccupa assai. A destra il promettente Gyamfi ha ormai superato nelle gerarchie lo sciagurato Letizia, mentre a sinistra Di Chiara è l’unico giocatore di ruolo (ed è stato imbarazzante nelle ultime partite). Sì, ci serve un terzino sinistro. Al centro abbiamo quattro difensori discreti sulla carta ma catalettici in partita. Lucioni, il capitano, è in scadenza di contratto e ha il coraggio di chiedere un rinnovo al doppio del suo stipendio attuale. In gruppo non è ben visto, il suo contratto scade a breve, nel suo ruolo ci sono almeno due alternative. Mmm. Capitano, facciamo che ti vendo?

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La mossa è disperata ma la Spal, ultimissima in classifica con 9 punti, è talmente messa male da sborsare 800.000€ per una riserva in scadenza di contratto. Il capitano se ne va, la piazza rumoreggia ma la dirigenza gongola e respira. Anche Djimsiti (in prestito dall’Atalanta) chiede di andarsene causa scarso minutaggio, ma non possiamo accontentarlo e restare poi con soli due difensori centrali. Djimsiti si incazza – reazione del tutto prevedibile – ma dovrà farsene una ragione.

Per il centrocampo, zona imbottita di prestiti, sarebbe utile avere qualche giocatore di proprietà. Con Ciciretti inamovibile a destra, servirebbe un’ala sinistra e qualcuno per far compagnia a Yurchenko in mezzo. Gli scout del club vengono spediti a destra e manca, ma pure lo staff è scarso, e prima di ricevere una relazione su un giocatore passano interi mesi. Ed è così che, nel cercare un’ala sinistra giovane, rapida e letale, finiamo col comprare Stephen Quinn.

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A quasi 32 anni, Stephen “Rosso Malpelo” Quinn è al tramonto della carriera, ma il 18 in determinazione, il 17 in impegno e il prezzo modico (100.000 €) hanno avuto la meglio su qualsiasi ragionamento logico e assennato. Centosessantotto centimetri di tempra irlandese, un buon piede sinistro e numerose bottiglie di Guinness stappate con i denti sono doti che la squadra accoglie più che volentieri. Potrebbe essere un affare o un clamoroso flop – in ogni caso è un irlandese a Benevento, e già questo è motivo di gaudio.

Nel frattempo c’è da giocare la trasferta contro la Juve. Data la differenza tra le squadre in campo, tra i titolari finiscono i borbottanti Djimsiti e Venuti, nella speranza che ne prendano talmente tante da chiedere in ginocchio di tornare in panchina o, ancora meglio, in tribuna. La partita va come previsto (3 gol e 3 traverse per la Juve, il nulla cosmico per noi), cui si aggiunge l’umiliazione di Höwedes – mein Gott –  premiato come migliore in campo. Belec si rende protagonista di un altro errore grossolano, ma meglio contro la Juve che in uno scontro salvezza.

Scontro salvezza che, peraltro, arriva subito dopo, contro il Verona. Noi siamo finiti in 14a posizione – ricordate i tempi in cui prendevamo a pallonate il Milan a San Siro? – mentre loro sono 17esimi, a un passo dalla zona retrocessione. Due squadracce in forma oscena, e infatti nessuno biasima i pochi tifosi che arrivano al Vigorito per la partita.

Djimsiti e Venuti, che la notte continuano a sognarsi Höwedes, tornano in panca, rimpiazzati da Costa e Di Chiara. A sinistra parte di nuovo Quinn, con D’Alessandro a destra e Ciciretti acciaccato pronto a subentrare. L’unico azzardo della formazione è in attacco, dove al posto di Coda c’è Armenteros – pure lui pronto a cambiare aria dopo manco sei mesi a Benevento, magari in direzione USA, dove sta incantando con la sua classe.

Dopo trenta secondi la partita è già a un bivio, con Büchel che trattiene D’Alessandro in area e ci regala un rigore. Il gioco mi chiede chi voglio far tirare: scelgo Armenteros. Sul dischetto va Cataldi. Palo pieno. Alé.

La prevedibile conseguenza è che il Verona si ripiglia, si stabilizza, attacca e segna. Lanzafame – quello che Tuttosport aveva indicato come il nuovo Cristiano Ronaldo ormai una vita fa – pesca dal nulla Cerci in area, e il guru conclamato di Robben non sbaglia davanti a Belec. Il morale dei nostri è ai minimi storici, e infatti nessuno si stupisce quando arriva il secondo gol, con Büchel che – solerrimo nell’area piccola – segna di testa.

All’intervallo chiedo cortesemente a Di Chiara di uscire non dal campo, ma dallo stadio. Anzi, che andasse dritto a casa e iniziasse a valutare un passaggio in Seconda Categoria. Il resto della truppa viene presa a insulti e bottigliate. Gli occhi di Quinn iniziano a brillare: finalmente si sente a casa. Da lui parte un monologo motivazionale in irlandese stretto. Nessuno capisce una beata fava, ma l’atmosfera nello spogliatoio è elettrica.

Poco dopo il rientro in campo Lazaar (ala schierata terzino al posto di quell’immondo di Di Chiara) si prodiga in un lancio ignorante dal limite della sua area. Armenteros rincorre il pallone, i difensori del Verona, stranamente, no: 1-2. E un minuto dopo D’Alessandro taglia il campo con una Sciabolata Morbida©, Quinn riceve, sprinta e mette in mezzo per Cataldi che espia il peccato di inizio partita e pareggia.

Il Benevento prende a pallate il Verona, il gol del sorpasso è maturo ma sembra non arrivare mai. Solo all’80°, con gli ospiti che pasticciano nel difendere un calcio d’angolo, Costa trova il gol che potrebbe rilanciare la stagione delle Streghe. I minuti finali sono uno strazio, parcheggiamo giusto quei due o tre autobus davanti a Belec e alla fine il risultato dice 3-2 Benevento. La classifica non cambia, ma il morale sì, e parecchio.

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Brasil 2014 – Se gli olandesi si mettono davvero a volare (#03)

Fino a che punto può l’essere umano medio godere, a livello fisico e mentale, per una singola partita di calcio? Non penso esista una risposta univoca o definitiva, e anche se esiste non la troverete qui. Ma cominciate a prendere un vostro amico, fatelo sedere davanti alla tv e mostrategli Spagna – Olanda. Se il piacere ha un limite, il vostro amico ci arriverà quantomeno molto vicino.

A meno che non sia spagnolo.

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I rossi (in bianco)
Occorre innanzitutto prendere una squadra forte, vincente e pienamente consapevole dei propri mezzi. La Spagna non nasce come squadra arrogante, anzi. Iniesta e Xavi sono amati in tutto il mondo proprio per aver conquistato ogni trofeo possibile e immaginabile senza mai peccare di superbia. Ma le dittature, perfino quelle calcistiche, non sono mai viste di buon occhio. Si consideri inoltre che il dominio spagnolo degli ultimi anni ha portato pure un’influenza linguistica – la manita, il triplete, il falso nueve, per non parlare dell’inflazionatissimo tiki taka – che onestamente comincia a stufare. Se poi aggiungiamo la sboronaggine conclamata di alcuni elementi (Sergio Ramos, Busquets), il quadro è completo.

Gli arancioni (in blu)
Dall’altra parte serve una squadra tanto spettacolare quanto instabile. Provvista di attacco stellare, centrocampo potente e difesa allegrotta, l’Olanda ha alternato prestazioni da urlo (finale in Sudafrica) a blackout assoluti (zero punti a Euro 2012). È arrivato un allenatore coi controcojones, e i suoi meriti sono sotto gli occhi di tutti, ma il fuoco sacro degli oranje è alimentato soprattutto dal loro enorme, implacabile, gelido desiderio di vendetta.

“Often, you quit after two or three goals. But we went on, and on, and on.” – Robin Van Persie

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Blind pennella e Piqué sta a guardare, Robben sgomma e Sergio Ramos arranca, Van Persie vola e Casillas gattona. Fa quasi pena vedere il portiere spagnolo a bocca aperta sul primo gol, in confusione sul quarto e impotente sul quinto; proprio lui, che nel luglio di due anni fa, con la Spagna sul 4-0 contro l’Italia, chiedeva all’arbitro di non far giocare il recupero e fischiare subito la fine della partita «per rispetto dell’Italia», ieri sera non è stato rispettato manco per sbaglio.  Giustamente, vien da dire.

Gli azzurri (e i leoni)
Nella vana speranza che prima o poi compaia sulla Terra un giornalista in grado in pronunciare in modo corretto i cognomi olandesi, questa sera si prospetta un duro ritorno alla realtà con le pedate stitiche e sofferte di Italia – Inghilterra. Poi magari finisce 4-3, ma chissà perché vedo uno 0-0 grande come una casa incombere su Manaus. Le altre partite in programma sono Colombia – Grecia, Uruguay – Costa Rica e Costa d’Avorio – Giappone: favorite le squadre (graficamente) di casa.

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