Prima le nuvole

E niente, alla fine ridendo e scherzando luglio è quasi finito e domani sarò in terra fiamminga per cercare di chiudere in degno stile cinque anni passati a studiare (anche) una lingua tanto ricca quanto vituperata e soprattutto, diciamocela tutta, ignorata dalla gente che conta, dalla gente che non conta e dall’anziana conoscente che ogni volta si lancia in un «ah, olandese! Ma è come il tedesco, no?», e io, fino alla nausea, a rispondere «sì, cara anziana conoscente, un pochino ci assomiglia, sì», e a pensare «no, rimbambita di un’anziana conoscente, non è come il tedesco, se no si chiamerebbe tedesco, no?, e allora l’Olanda e le Fiandre sarebbero una specie di possedimento tedesco, no?, e l’ultima cosa che vogliamo è la nascita del Quarto Reich, vero anziana conoscente?, e poi prova a prendere un olandese e a digli che la sua lingua è come il tedesco, vedi dove ti manda, anzi, prova a dirlo a un fiammingo, magari a un fiammingo secessionista, di quelli che in confronto Borghezio è un puccioso cucciolo di koala, prova a chiedere a lui, che già s’incazza se gli dici che lui parla olandese, figurarsi tedesco».

Abbiate pazienza, tendo a reprimere.

Domani Fiandre, quindi, per la precisione Gent, dove diverse decine di studenti da tutto il mondo, dagli USA all’Indonesia, seguiranno lezioni la mattina, si abbioccheranno durante le conferenze del pomeriggio e si sfonderanno di birra – rigorosamente belga – a ogni occasione propizia. Sono corsi estivi organizzati per incoraggiare lo studio dell’olandese all’estero, spesso i partecipanti sono matricole universitarie smaniose di toccare con mano ciò che per mesi hanno potuto solo ammirare da lontano, sui libri. Il viaggio da matricola me lo sono fatto pure io, quattro anni fa, e il primo impatto fu abbastanza traumatico. Che mi abbiano preso anche quest’anno è un fuori programma, un caso fortuito o, con le parole di chi ha contribuito a formarmi nell’ultimo lustro, «una botta di culo».

Non mi lamento.

Diciamo che è un ottimo diversivo per sfuggire a pressioni, ansie, dubbi e aspettative tipiche di chi si è appena messo alle spalle il mondo accademico e si accinge a inoltrarsi nella giungla del lavoro con in mano poche idee, tante paure e qualche graffetta, roba che anche il McGyver più ispirato non saprebbe davvero che pesci pigliare. Ma a questo pensiamo fra tre settimane. Ora c’è da pensare alle nuvole di Gent, ai riflessi di Brugge, all’arroganza di Bruxelles. C’è da capire se Anversa mi piace o meno, se sopravviverò alla palude – sì, c’è una palude – e se ci sarà la possibilità di andare a trovare tre bambini che forse, di me, manco si ricordano.

Ma una cosa alla volta. Prima le nuvole.

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Zeist 2010 – Zexian, che si legge come in “Brescia”

Poco fa gironzolavo per i siti Ryanair e Easyjet e dal nulla mi è venuto in mente Zexian. La sua camiciona a righe, i suoi occhiali da talpa, il suo stakanovismo accademico. Ho deciso che in questo momento sta convincendo un qualche imprenditore olandese a investire parti ingenti del suo capitale nella MaZex, piccola azienda con trenta dipendenti e un brillante futuro davanti a sé, mentre io sono qui seduto a meditare su un avvenire quantomeno grigiognolo. E ho pensato che fosse un buon momento per (fare) rileggere e rivivere quanto accaduto nella camera 313 di un centro conferenze immerso nel cuore dell’Olanda, quattro anni fa.

Do as I say, not as I do

Ebbene sì, mi tocca. Non è uno degli argomenti più interessanti del Zomercursus; non è una delle persone che vorrò incontrare un’altra volta in futuro; non è una delle innumerevoli belle ragazze presenti a Woudschoten. Ma ce l’avevo in camera, e quindi mi tocca parlarne. Dalla Cina con furore, ecco a voi Zexian.

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Appena arrivato al centro conferenze, il primo giorno, dopo un viaggio ricco di imprevisti, vengo dirottato verso una camera. Agli studenti sono riservate camere singole e doppie. “Chissà cosa mi capita” penso. Alla reception ricevo la tessera della stanza 313. “Come la macchina di Paperino!”. Ci vuole poco per farmi contento, eh.

Dopo una ventina di minuti spesi per orientarmi nel nuovo luogo di residenza, raggiungo la 313. Va detto che ero uno degli ultimi arrivati, quindi immaginavo di trovarmi già davanti il futuro kamergenoot.

Apro la porta e… nessuno.

Strano, ci sono due letti. Qualcosa…

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Herinnering aan Holland

Causa insonnia infida e bastarda che colpisce a notti alterne, mi ritrovo a orari improponibili a vagare per casa. Ieri (o meglio, una ventina d’ore fa), preso da folgorante ispirazione, ho fatto un tour esplorativo nel sottobosco della scrivania, e lì, tra quotidiani in ogni lingua, riviste d’automobilismo di epoche remote e burocrazia universitaria varia ed eventuale, ho trovato due buste di plastica, di quelle usate per i raccoglitori. Entrambe avevano due etichette (forse ha ragione il Seba quando dice che “in fondo, siamo tutti kantiani”). Le etichette dicevano “Zeist – Mix 1” e “Zeist – Mix 2”.

Sono le due di notte, ho gli occhi in fiamme e le sfumature di vernice del soffitto non hanno più segreti. Una botta di nostalgia non può certo farmi stare peggio.

Ho aperto le buste e ho scoperto (e riscoperto) tante piccole cose.

Il primo foglio che mi è capitato tra le mani: l’orario delle lezioni di pronuncia. Rooster uitspraaklessen. Impossibile dimenticarsi di quel soggetto del professore di pronuncia. Naso esagerato, camicie inguardabili e passo felpato sulla pista da ballo. Dicevano che ci provasse col prof pelato del gruppo 3. Che elemento.

Poi ci sono tutti i fogli sulle mete delle uscite. Saranno una decina di fogli fronte-retro per ogni città o attrazione. Mai letti, e penso di non essere stato l’unico. Però cavolo, alcuni sono belli, stampati a colori, un peccato buttarli via. Il Kröller-Müller, Leiden, Delft, L’Aia, Rotterdam, Amsterdam, Utrecht…

Toh, c’è quello che resta della carta d’imbarco del volo d’andata, quello Orio-Eindhoven. Orario di partenza: 6.50. Mi ricordo l’ansia pre-volo. Non tanto per il viaggio in sé: era più il primo impatto con l’Olanda a farmi paura. Anche perché dopo gli esami non mi ero più esercitato. E mi ricordo quindi il conseguente tentativo di pedinamento ai danni di una coppia di canuti olandesi: seguivo l’inconfondibile maglia fuscia dell’esemplare maschile per tentare di carpire qualcosa in quel biascicare mattutino. Avevo anche tentato di sedermi di fianco ai due in aereo, fallendo.

Afscheidlied. Letteralmente, la canzone d’addio. Brividi. L’ultimo giorno i prof e i coordinatori del corso ci hanno convocato, ci hanno consegnato l’attestato di partecipazione e ci hanno imposto di cantare questa canzone. Testo tristissimo, per carità, evito di riportarlo. Al momento della canzone si erano alzati tutti. Doveva essere una cosa commovente, presumo. La mia idea era quella di un’assemblea nazista che, terminata la seduta, canta a squarciagola l’inno del partito. Ovviamente ne è uscita una performance timida. Però boh, l’idea dei nazistoni idolatranti mi resterà a vita, temo.

What else? L’articolo Fan van het Nederlands, pubblicato da due giovani giornaliste locali sul quotidiano della regione Utrecht, con il corpicino del sottoscritto bello presente sulla foto centrale. Ovviamente non avevo rilasciato dichiarazioni, causa russe che parlavano un olandese perfetto a mille all’ora. Non volevo abbassare il livello dell’intervista. In ogni caso Michel ha preso e incollato l’articolo in ogni dove in università. Va be’.

Sempre nella stessa busta ci sono le istruzioni per il noleggio delle bici e per i mezzi pubblici (organizzatissimi, loro), la lettera d’ammissione al corso, pagine sfuse del programma di quelle tre settimane, le regole dell’ostello Strowis (a Utrecht, ci ho passato una notte) e, dulcis in fundo, l’elenco di tutti i partecipanti con gli indirizzi e-mail a fianco. Questo me l’ero proprio dimenticato, due o tre mail le mando volentieri nei prossimi giorni…

L’altra busta è quella informale. Nella prima c’erano programmi e orari, qui c’è fondamentalmente di tutto.

Il depliant de Pyramide mi ricorda che l’Austerlitz a pochi chilometri da Zeist era proprio quella dove si era svolta la Battaglia dei Tre Imperatori, quel grandissimo bastardo di Napoleone compreso.

I vari biglietti solo andata mi ricordano che i mezzi pubblici olandesi, per quanto puliti, siano piuttosto cari (3 euro per mezz’ora di bus, 13 euro per Utrecht-Eindhoven in treno).

Depliant di musei, quelli proprio non mancano. Vermeer alla Mauritshuis dell’Aia, i capolavori e la cartina del Rijksmuseum di Amsterdam, la guida al Kröller-Müller di Otterlo…

Lol. Un simpaticissimo scontrino dell’Hema di Utrecht Centrum mi ricorda che la chiavetta USB acquistata il 7 agosto scorso ha ancora un anno e un mese di garanzia! Buono a sapersi!

Le piantine delle chiese di Delft e della cattedrale di Rotterdam, la mappa fighissima con le piste ciclabili di Utrecht e zona… quella di Amsterdam l’avevo persa. Non so dove, di sicuro al momento della partenza l’avevo. E menomale che la coppia Cimenti-Collini è stata per ore dentro il Rijksmuseum e ha potuto poi raccattarmi, altrimenti sarei stato costretto a vagare per A’dam senza guida né cartina.

Poi, cosa c’è? La password dello Strowis, la carta d’imbarco del ritorno, fascicoletti della Taalunie, un minicatalogo dell’Hema…

Eccolo, il gran finale. Una fotocopia di due pagine di un frasario olandese-polacco. Constato con dispiacere che ho rimosso quasi tutto. Mi ricordo solo tak/nie (sì/no), dziękuję (grazie), proszę (prego) e dzień dobry (buongiorno). Se poi consideriamo che l’intero frasario mi è arrivato per posta come regalo… meglio che le mie “prof” non lo sappiano.

Infine, un cartoncino di scuse. Ma questo è un altro discorso. Per oggi la nostalgia basta e avanza. Mettiamo via ‘ste buste, va’.

Den Haag, een jaar geleden