Gent ’14 – Di trovate didattiche, statistiche alcoliche e miscele venefiche

La Taalunie, letteralmente «Unione della lingua», l’associazione che promuove lo studio dell’olandese all’estero, è nota per la sua generosità. Più volte, durante il corso, è stata ribattezzata Betaalunie, dal verbo betalen, «pagare». Ma oltre alla borsa di studio di cui ogni partecipante ha potuto godere, oltre allo zaino, al materiale didattico, alla penna e alla chiavetta USB consegnati nei primi giorni, la Taalunie ha anche messo a disposizione un piccolo, timido e apparentemente innocuo tappo di sughero. Perché?DSC00112Bella domanda. Un messaggio subliminale per spronare i presenti ad attaccarsi alla bottiglia? Un bizzarro souvenir fiammingo? Un rimedio spiccio contro la diarrea? Macché: uno strumento fondamentale (be’, fondamentale, oddio…) per il miglioramento della pronuncia. Tutti gli studenti, infatti, hanno dovuto frequentare un seminario di uitspraak con un’illustre logopedista fiamminga, spesso contattata dalle emittenti televisive locali per migliorare la dizione dei propri giornalisti. In altre parole: tutti col tappo infilato tra i denti, rigorosamente in verticale, a leggere parole, espressioni e scioglilingua per un’ora e mezza. Ripeto: un’ora e mezza. Ora, a riflesso faringeo sono messo malissimo, infatti dopo trenta secondi sono arrivati i primi conati di vomito. Per evitare scene imbarazzanti ho preferito sistemare il tappo in orizzontale, con risultati discreti: pur sbavando come un San Bernardo, sono riuscito a non condividere i residui del pranzo con il resto della classe.

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Ogni tanto mangiavamo pure, eh.

Passando a note più liete, va detto che gran parte del denaro messo a disposizione dalla Betaalunie è stato investito con un’oculatezza e una determinazione tali da far sembrare Jordan Belfort un umile contabile di periferia. L’investimento principale? Birra, ovvio. Alcuni dati statistici moderatamente attendibili stilati nei giorni finali mostrano come i partecipanti del corso abbiano speso almeno 5521,6 € in birra. La media ipotetica è di 47 €/persona, anche se nel calcolo non sono stati presi in considerazione eventuali disgraziati/e che per tre settimane non hanno mai aperto nemmeno una lattina da 33cl di Cara Pils, la birra più scrausa del Belgio (l’equivalente teorico di una birra Esselunga o Eurospin, per intenderci).

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Immaginatevela verde e gialla, con la scritta “IL MENO CARO!” attaccata allo scaffale.

Certo, eravamo in Belgio, la patria delle birre più squisite al mondo. Ma per rendere possibile un apporto minimo di due birre a serata, e al tempo stesso non sforare il bugdet della Betaalunie, è stato necessario puntare sulla quantità più che sulla qualità. In altre parole, il 77% dei partecipanti ha comprato vagonate di Jupiler, la birra nazionalpopolare belga: niente di speciale, soprattutto per i canoni belgi, ma di gran lunga migliore del corrispettivo olandese (Heineken) o italiano (Peroni? Moretti?). Alcuni (10%) hanno ostentato una certa arroganza bevendo sempre e solo birra di qualità, e guadagnando talvolta il rispetto dei commensali; rispetto che tuttavia era destinato a evaporare in fretta, poiché spesso questi personaggi davano alla birra una priorità inversamente proporzionale a quella per i prodotti di igiene personale, per la serie «sì, ok, bevi sempre Westmalle Tripel, sei un figo, però stammi lontano ché puzzi».

Netto dominio Jupiler nelle bevute di gruppo: tutta gente che si lava.

Per la cronaca vanno segnalate anche: la minoranza (5%) quasi esclusivamente femminile che ha preferito darsi a birre dal forte gusto fruttato (per esempio quell’obbrobrio della Kriek); l’empia minoranza silenziosa (5%) di non bevitori; le ragazze austriache e tedesche (2%) ideatrici del mix fatale Coca Cola + vino bianco (occorre commentare?) e Jonas il Biondo ( \approx 1%, da non confondere con Jonas il Bianco), mio collega di pianerottolo, che a ogni occasione buona si è sempre dato alla Cara Pils. Guarda caso, proprio Jonas il Biondo negli ultimi giorni è stato vittima di febbre, mal di testa e dolori articolari. Coincidenze?

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Gent ’14 – La Terra Annegata

Verdrinken è un verbo olandese irregolare. Il suo paradigma è verdrinken, verdronk, verdronken e in italiano si può tradurre con «annegare». Non proprio una parola che sprizza allegria. Ma nei Paesi Bassi, terra che convive da sempre (con fortune alterne) con l’acqua in tutte le sue forme, verbi come verdrinken sono all’ordine del giorno. E non si applicano solo alle persone.

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Het Vedronken Land van Saeftinghe – letteralmente «la terra annegata di Saeftinghe» – è una regione di orgine alluvionale che occupa la parte più meridionale della Zelanda, regione olandese confinante con il Belgio. In altre parole, una palude larga 3850 ettari. Saeftinghe è invece il nome del feudo medioevale che sorgeva, secoli orsono, nelle vicinanze.

Perché questo incipit pieroangelistico? Perché oltre alle più convenzionali visite guidate di Gent, Brugge, Anversa e Bruxelles, gli inarrivabili ometti della Taalunie hanno inserito nel programma del corso estivo anche una gitarella un po’ più avventurosa, all’insegna del team-building e della goliardia. Una gitarella a Vedronken Land, per l’appunto. Una guida, due scarpe destinate al bidone della spazzatura, tre ore scarse di esplorazione della palude, tra erba alta, fango, sabbia, ruscelli di acqua salmastra, piante commestibili e animaletti di ogni sorta. Circa novanta intrepidi partecipanti (dei 116 totali) hanno accettato di correre tutti i rischi del caso, mentre i più pavidi hanno preferito visitare uno squallido museo del folklore. Ovviamente il mio giudizio nei confronti di quelle pappemolli è del tutto imparziale, spero si noti.

Sulle prime la truppa si è mostrata piuttosto attenta e disciplinata. Col passare dei minuti, tuttavia, la mancanza di adrenalina ha spinto alcuni dei presenti a movimentare l’escursione con tuffi, scivolate, wrestling improvvisato e battaglie di palle di fango. Le cose si sono animate un pochino, diciamo così, favorite anche dall’attraversamento di zone molto, ma molto paciugose (notare lo scarso equilibrio dell’omino in maglia viola).

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Ora ditemi, come si fa a preferire un museo del folklore belga a una figata come questa?

(Si ringrazia Nadim, l’idolo incontrastato del corso, per il servizio fotografico.)

Gent ’14 – Corse e scontrini

Immagino ci siano diverse idee al riguardo, ma quando si arriva al momento di rimettere tutto in valigia e ritornare a casa, dopo una fuga di due giorni o un soggiorno di un mese, tendo a non buttare via niente del “materiale di vita” accumulato in vacanza. Non è una gran definizione, per quello è tra virgolette, ma si riferisce a tutte quelle cose pressoché inutili – scontrini, biglietti, fogli vari ed eventuali – che potrebbero benissimo finire nel cestino poiché hanno già esaurito la loro funzione. Una birra, per fare un esempio a caso, potrebbe essere per alcuni un modo più intelligente di sfruttare lo spazio gentilmente messo a disposizione dai signori Ryanair. Ma la birra me la berrei qui a casa, da solo. La birra-souvenir non ha una storia con sé, o dietro di sé. Non racconta dei gradini di una chiesa, né del vento che soffiava lungo il fiume. Ben vengano le cianfrusaglie, quindi.

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Quelle a Gent sono state tre settimane intense. Così intense che in questo esatto momento sto odiando il fatto di essere davanti al pc, e il fatto di poterci stare per ore senza problemi, poiché non ci sono più lezioni da seguire, orari da rispettare o ritrovi alcolici a cui partecipare. Con il wi-fi disponibile solo nelle aree comuni, per incontrare qualcuno toccava alzare il culo, prendere badge e chiave e uscire dalla stanza. Poi, sulle scale o in ascensore, capitava di incontrare qualcun altro, fermarsi a chiacchierare e magari prendere una direzione diversa da quella prevista cinque minuti prima. Una dieta povera di tecnologia che ha fatto bene a tutti, direi.

DSC00110Niente wi-fi, ma anche niente 3G. Quindi per misurare le sessioni di corsa in terra belga si è tornati al caro vecchio cronometro Kalenji e a un quaderno di fortuna. L’unica corsa che sono riuscito a registrare con il cellulare è stata forse la più bella, di certo la più faticosa. Quindici chilometri lungo i canali di Gent, in compagnia di una collega di corso polacca trapiantata a Vienna. L’avevo notata uno dei primi giorni, stava rientrando in studentato alle 8 di mattina, quando il 70% dei presenti era ancora a letto. Canottiera, pantaloncini, scarpe Mizuno, sudore. Il germe della corsa è facile da riconoscere. Più avanti avrei scoperto che la ragazza ha un passato da runner agonista, con un personale di 42′ sui 10.000 metri (che per me è fantascienza). In qualche modo siamo riusciti ad organizzare un allenamento comune, che alla fine si è rivelato utile per i muscoli ma anche per la mente. Perché dialogare in un olandese accettabile per un’ora e venti, mentre si sta correndo intorno ai 5 min/km, non è affatto facile. Ma non ci sono state pause, né silenzi imbarazzati. Al contrario, ci siamo confrontati su diversi argomenti: studi, prospettive lavorative, famiglie, viaggi. Come se ci conoscessimo da una vita. Poi, una volta arrivati, lei mi ha detto «grazie per la compagnia», mi ha stretto la mano ed è sparita dietro una porta. Nei giorni successivi avremo scambiato sì e no venti parole in tutto. Il zomercursus è anche questo.Gent_Coupure_046

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