[FM18] Di tamarri, Bostik e malattie veneree

Football Manager è un videogioco manageriale di simulazione calcistica. All’indomani della clamorosa mancata qualificazione dell’Italia dai mondiali di Russia 2018, gli obiettivi sono due:

– salvare il Benevento dalla retrocessione;
– diventare CT della Nazionale azzurra.

Qui gli scorsi episodi: #0 Ventura scànsate

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Ventura se n’è andato. O meglio, è stato sollevato dal suo incarico. Le dimissioni sono una cosa da persone ricche dentro, e il CT, che a quegli 800mila euro restanti non voleva proprio rinunciare, avrà deciso di mantenersi perlomeno ricco fuori. Tavecchio, invece, si è svegliato, ha fatto barba-caffè-doccia-bidet, si è vestito di tutto punto, è andato in FIGC, ha preso la confezione maxi di Bostik Super Strong&Safe, se l’è spalmata sul didietro e si è seduto, come d’abitudine, sulla sua poltrona. “Provate a togliermi da qui, se vi riesce”, ha esclamato baldanzoso, mentre componeva il numero di un certo allenatore emiliano dal sopracciglio instabile.

Ma in attesa di ulteriori sviluppi sul fronte azzurro, dedichiamoci a quella banda di scappati di casa che risponde al nome di Benevento Calcio.

La rosa

I tre portieri a disposizione non fanno sognare, nè vendono solide realtà. Preoccupa soprattutto l’alto valore di eccentricità dei due papabili titolari, Brignoli (prestito Juve) e Belec: prepariamoci a numerose cappellate.
La difesa è messa meno peggio del previsto, tre terzini su quattro sono a) decenti e b) di proprietà del club, mentre i centrali sembrano lenti ma affidabili. A centrocampo la mediocrità regna sovrana. L’elemento di spicco è Cataldi (prestito Lazio), che a prima vista pare versatile ma tutto sommato incapace in ogni ruolo. A spaccare legna in mediana c’è Chibsah, ma il gioco ci avvisa che starà fuori 3 mesi a causa di un “virus grave”. Con il sorrisino furbetto che si ritrova, l’origine del virus è facilmente intuibile.

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La faccia di chi ne ha viste tante, il sorriso di chi le ha castigate tutte

Le ali, ohibò, abbondano. Fa sempre piacere avere molte opzioni sulle fasce, ma non si capisce come mai il presidente Vigorito abbia deciso di accumulare almeno otto giocatori in quel ruolo. Melium abundare quam deficere, direbbe Lotito. In ogni caso spicca – per carisma e tamarraggine, se non per doti tecniche – il Gordito della Magliana, l’unico e insostituibile Amato Ciciretti. Seguitelo su Instagram, mi ringrazierete.
L’attacco si preannuncia stitico, a prima vista Coda, Iemmello e Puscas sono nomi da metà classifica in Serie B. Però, anche qui, c’è un punto di riferimento incontrastato. Signore e signori, vi presento Kristiano Samuel Armenteros Nunez Mendoza Jansson. Per gli amici e la Guardia di Finanza, semplicemente Samuel Armenteros. Nazionalità svedese, origini cubane e un discreto passato nella Eredivisie, la Serie A olandese – gli ingredienti per diventare un’icona del Benevento ci sono tutti.

Il mercato

Uno guarda alla rosa e pensa che il Benevento è una squadra senza una lira – balle. In estate Vigorito ha cacciato quasi 20 milioni di € per arrivare a questo popò di squadra. E infatti a noi sono rimaste le briciole: 1,5 mln da spendere e pochissimo margine sul monte stipendi. La situazione dei prestiti, poi, è imbarazzante. Cataldi prende il 100% del suo stipendio alla Lazio, ovvero 2,75 mln annui (!), mentre Iemmello e Lazaar si pappano quasi 1 mln a testa. Il raffronto con gli stipendi degli altri onesti pedatori è impietoso.

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Cosa si fa in situazioni del genere? Si interrompe il prestito e si reinveste il budget in giocatori meno esosi. E invece no, perché i quattro prestiti più dispendiosi non possono essere rispediti al mittente – mannaggia alle clausole infami. Inoltre, per via di regole noiose su cui non voglio dilungarmi, possiamo registrare solo 22 giocatori invece dei canonici 25, il che rende le manovre di mercato ancora più complicate.

Ricordando il Galliani dei tempi d’oro, mi fiondo sugli svincolati, ma i pochi obiettivi selezionati preferiscono mete calcisticamente più appetibili. A malincuore, dobbiamo rompere il salvadanaio e investire buona parte di quei 1,5 mln a disposizione. Come già detto, l’attacco promette una stagione ricca di bestemmie, ma a centrocampo la qualità è del tutto inesistente. E allora guardo a nord, a Leverkusen per la precisione, dove un giovane ucraino è più che disposto ad abbracciare l’entusiasmo e il calore campano.

Vladlen Yurchenko_ Overview Profile

Vladlen Yurchenko è lento, anemico, fifone e svagato. Ma ha ottimi valori in passaggi, tecnica, visione di gioco e tocco di prima, per non dimenticare punizioni e corner – fondamentali per una squadra che punta alla salvezza. E ha accettato di venire a Benevento, non dimentichiamolo, quindi gli voglio bene a prescindere. La speranza è che il ragazzo diventi il faro della nostra mediana, la sorgente di ogni profluvio offensivo. Daje Vladlen, salvaci il culo.

Per il resto, mando un po’ di giovanotti della Primavera a farsi le ossa nelle categorie minori e termino il prestito di Puscas e Lombardi, un po’ per risparmiare sui contratti e un po’ perché farebbero panchina tutto l’anno. Il mercato si chiude così, senza ulteriori acquisti. Nota di cronaca: lo staff – preparatori, scout, fisioterapisti – viene silurato e sostituito in blocco causa scarsume molesto.

Le amichevoli estive

Ma veniamo al calcio giocato. Cinque amichevoli tra luglio e inizio agosto, la prima delle quali è senza dubbio la più tosta, in casa contro il Màlaga. Ebbene, la partita si chiude con una vittoria (2-1, gol di Coda e Armenteros). La tifoseria è più incredula che felice, i giocatori stessi sono confusi. Eppure ci dovranno fare l’abitudine, visto che anche le altre quattro partite – contro le più modeste Bari, Varese, Lecco e Tuttocuoio – si chiudono con una vittoria. Partite che non contano nulla, ma che senza dubbio portano ottimismo. Una piccola dose di timido ottimismo, ma sempre di ottimismo si parla.

Anche perché la prima partita di campionato sarà contro la Juve, e lì più che ottimismo servirà una discreta dose di culo. Vedremo.

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[FM18] Ventura scànsate

Per la prima volta dal 1958 l’Italia non si è qualificata per i Mondiali di calcio. In Russia, la prossima estate, ci saranno temibili compagini quali Arabia Saudita, Marocco e Panama (già proclamata all’unanimità Squadra Simpatia© del torneo), ma non gli Azzurri. Niente ritiro, niente popopopo, niente di niente.

Guardate che teneri, hanno pure le bandierine

Sui social network – generalmente terra di conquista di analfabeti funzionali – si parla ora di “gerontocrazia da sradicare” e di “rifondazione imprescindibile”. Ventura non è riuscito a portarci in Russia, corretto, ma gli sia almeno dato il merito di aver migliorato l’eloquenza del popolo italiano.

Così come dopo gli addii di Lippi (Sudafrica 2010) e Prandelli (Brasile 2014), la folla chiede nuovi volti e nuove idee.

Ed è per questo motivo che oggi comunico ufficialmente la mia intenzione di diventare commissario tecnico della Nazionale italiana di calcio.

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Su Football Manager.

Per chi non lo conoscesse, Football Manager (FM) è un videogioco manageriale di simulazione calcistica grazie al quale diverse migliaia di ragazzini, adolescenti e adulti in tutto il mondo passano ore a fissare 22 pallini colorati (22 omini colorati, nella versione 3D) che si muovono su un rettangolo verde e, in base al comportamento dei suddetti pallini, lanciano urla di gioia, di rabbia o – nella maggior parte dei casi – frustrazione.

Detta così pare una stupidata: non lo è. Dotato di un database gargantuesco, FM è sfruttato da diversi club professionistici per individuare i nuovi astri nascenti del panorama calcistico internazionale.

Ed è anche l’unica droga di cui abuso, con alti e bassi, da ormai 15 anni. L’astinenza autoimposta non funziona, quindi è arrivato il momento di assecondare questo vizio e scriverne apertamente. Sia mai che ne possa ricavare qualche consiglio terapeutico.

Come già annunciato, l’obiettivo finale è la panchina azzurra. Il punto di partenza? La squadra che sta infrangendo ogni record negativo in Serie A: il Benevento.

Riuscirà il nostro eroe a condurre questi apparenti sbandati giallorossi alla salvezza?

We shall see.

Welcome

Infinite Jest, spiegato male

Sono perfettamente consapevole che l’ispirazione esiste, ma ci deve trovare già all’opera, come suggeriscono i vari motivational su Pinterest – sfondi pastello, font pretenziosi, you get the picture – citando quel geometra anarchico di un Pablo Ruiz y Picasso. Ma è anche vero che è arduo mettersi all’opera quando l’obiettivo è descrivere un libro così denso e ambizioso e complesso (sfidante, direbbe la gente che vuole male alla lingua italiana). Ma ancora prima di scrivere, il solo raccogliere le idee, a lettura conclusa, risulta parecchio impegnativo. E allora ho temporeggiato, come Quinto Fabio Massimo contro Annibale, sperando di alzarmi una mattina con in testa un post strutturato, comprensivo, convincente. In realtà sto temporeggiando tuttora, con questo preambolo.

Partiamo dai concetti di base, dunque. Il libro è Infinite Jest (IJ). L’autore è David Foster Wallace (DFW). Le pagine sono 1079, e in queste 1079 pagine sono comprese 388 note che no, non sono a piè di pagina, bensì a fine libro. Ma dire a fine libro non è tecnicamente corretto, perché sono esse stesse il libro, un po’ come l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, giusto per buttare lì qualche altra citazione a caso, sempre su sfondo pastello. Le note sono il libro perché non compongono i fondamentali ma in ultima analisi inutili riferimenti bibliografici che avete messo alla fine della vostra tesi di laurea con margini 5 e interlinea 3,8 per sembrare più saputi e soprattutto aumentare il numero totale di pagine per stupire la commissione con il vostro malloppazzo rilegato in similpelle blu/rossa al modico prezzo di 35€ a copia. No. Le note di IJ sono parte integrante del racconto, così come le abbreviazioni e gli acronimi, e sono in generale uno dei tratti distintivi di tutte le opere di DFW. Alcune note durano una riga, altre cinque pagine, ma tutte sono scritte in font 7, interlinea 1, con margini 2, perché DFW non aveva bisogno di allungare il brodo; al contrario, voleva a tutti i costi che ogni pensiero, ogni episodio venisse descritto ed esposto nel modo più dettagliato possibile, senza omissioni. Non tanto per principio, quanto per un impellente bisogno interiore di chiarezza, ai limiti dell’ossessivo-compulsivo.

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L’editor propone tagli, DFW è confuso.

Chiedere di cosa parla Infinite Jest è un po’ come chiedere di cosa parla la Bibbia: non puoi dare una risposta rapida e completa. Per la risposta completa non abbiamo tempo, quindi andiamo di risposta rapida. In IJ viene descritto un mondo distopico: gli Stati Uniti, il Canada e il Messico fanno parte dell’Organizzazione delle Nazioni dell’America del Nord (o più semplicemente O.N.A.N., uno degli svariati acronimi spiazzanti del libro); il Quebec è un’enorme discarica tossica, in cui i rifiuti vengono lanciati tramite catapulte; il tempo è sponsorizzato, ovvero non ci sono più i nostri banali 2002 o 1996 ma capolavori come l’Anno della Saponetta Dove in Formato Prova oppure l’Anno del Pannolone per Adulti Depend. Giusto per stordire ulteriormente il lettore, fabula e intreccio non coincidono, quindi buona fortuna nell’incastrare i vari flashback con la narrazione principale, che avviene a cavallo tra i nostri anni ’90 – quelli dei Roy Roger’s come jeans, presumo – e l’inizio del nuovo millennio.

Se la cornice è atipica, i personaggi sono dei pazzi fulminati. Harold James Incandenza, per tutti semplicemente Hal, è un diciassettenne apatico capace di recitare a memoria interi dizionari e dotato di un ottimo talento tennistico, tale da garantirgli un posto nella Enfield Tennis Academy (E.T.A.), frequentata anche dai due fratelli maggiori (un bugiardo seriale, ora stella del football americano, e un dolcissimo ragazzo deforme con la capoccia gigante e gli arti minuscoli), fondata dal padre (regista incompreso e alcolizzato morto suicida infilando la testa in un forno a microonde modificato ad hoc) e gestita dalla madre (Milf mozzafiato, fumatrice incallita, Grammar Nazi militante, mamma migliorabile). Di fianco all’Academy sorge la Ennet House, struttura di recupero per tossicodipendenti, dove Don Gately, ex tossico ed ex ladro, nonché armadio a quattordici ante (soprannome di gioventù Bim, acronimo per Big Indistructible Moron), prova a tenere a bada gli altri pazienti, nell’insieme una notevole banda di casi umani.

Ovviamente DFW, tra una nota e l’altra, in oltre mille pagine di libro, racconta tutte le storie di questi casi umani, così come descrive i vezzi e le paturnie di moltissimi altri allievi della E.T.A.. Ogni personaggio “minore” è caratterizzato talmente bene che potrebbe benissimo essere il protagonista di un’altra opera, e in questo senso DFW pare Tarantino in Pulp Fiction. E in teoria dovrei anche spiegare cos’è l’Infinite Jest del titolo, chi sono gli Assassini Sulle Sedie a Rotelle, qual è La Più Bella Ragazza Di Tutti I Tempi e perché è finita a far parte dell’Unione Deformità Repellenti e Improbabili.

Ma in verità, in verità vi dico: fratelli, anche elencando l’intero fottio di animaletti che pervadeva la foresta amazzonica della fantasia di DFW, non riuscirei mai a trasmettervi l’essenza del libro. Perché sì, l’architettura dell’opera è maestosa, gli incastri tra i personaggi e le linee temporali sono geniali, ma a mio avviso IJ non è puro sballo cerebrale – per quanto, fidatevi, sarete in grado di avvertire le vostre sinapsi godere come ricci in calore di fronte a diversi passaggi del testo. Alcuni critici e lettori hanno sentenziato: IJ è puro esibizionismo letterario, è un estenuante esercizio di bravura formale ad opera di una mente superiore. Lo sforzo intellettuale è evidente, ci mancherebbe, ma ciò che DFW voleva trasmettere era la totale, irrecuperabile, disarmante tristezza di una generazione. In Infinite Jest non c’è un solo, singolo personaggio che sia felice – e di personaggi, sia chiaro, ce n’è almeno un centinaio. Si parla di anedonia – l’incapacità di provare appagamento o interesse per attività comunemente ritenute piacevoli – e di depressione clinica, si affronta l’impossibilità di provare ad esprimere emozioni e la conseguente fuga verso l’ottundimento, e si spiega così l’enorme spazio che l’autore dedica alla droga e all’intrattenimento. In IJ tutti, protagonisti e comparse, lottano contro i rispettivi demoni, così come farà per anni lo stesso DFW, purtroppo senza uscirne vincitore – il suo suicidio è datato 12 settembre 2008.

Ci sono pagine in cui l’autore sembra urlare che siamo vulnerabili, noi tutti, nessuno escluso, e che non dobbiamo aver paura di mostrare la nostra vulnerabilità a chi ci circonda. Da qui l’importanza data ai vari gruppi di Alcolisti Anonimi e Narcotici Anonimi, in cui solo il coraggio di mettersi a nudo e affidarsi alla solidarietà del gruppo può portare a una vita senza ombre, o perlomeno un po’ più luminosa.

Infinite Jest è una notevole palata sui denti. Per leggerlo servono pazienza e costanza – se volete vi butto lì pure la resilienza, che ultimamente va di moda. Prendetevi tutto il tempo necessario. Alternatelo a qualche testo più leggero. Sorseggiate gin tonic tra un capitolo e l’altro. Io ho impiegato tre mesi a finirlo, data l’edizione originale inglese. E in ogni caso sono arrivato alla fine, ho chiuso il tomo, mi sono grattato la nuca, l’ho riaperto, ho riletto le prime pagine (diventate un vago ricordo) e poi ho controllato un paio di siti internet. Come temevo, mi ero perso dei nessi intratestuali grandi come una casa.

Ma non importa. Ne è valsa ampiamente la pena.

-Look, a lot of the impetus for writing “Infinite Jest” was just the fact that I was about 30 and I had a lot of friends who were about 30, and we’d all, you know, been grotesquely over-educated and privileged our whole lives and had better healthcare and more money than our parents did. And we were all extraordinarily sad. I think it has something to do with being raised in an era when really the ultimate value seems to be – I mean a successful life is – let’s see, you make a lot of money and you have a really attractive spouse or you get infamous or famous in some way so that it’s a life where you basically experience as much pleasure as possible, which ends up being sort of empty and low-calorie. But the reason I don’t like talking about it discursively is it sounds very banal and cliche, you know, when you say it out loud that way. Believe it or not this was – this came as something of an epiphany to us at around age 30, sitting around, talking about why on earth we were so miserable when we’d been so lucky.

-Well, when did you realize that all the benefits you had in an educated middle-class life weren’t bringing you happiness?

-Well, look, I guess it sort of depends on what you mean by happiness. I mean, it’s not like we were walking around fingering razor blades or anything like that. But it just sort of seems as if – we sort of knew how happy our parents were, and we would compare our lives with our parents and see that, at least on the surface or according to the criteria that the culture lays down for a successful, happy life, we were actually doing better than a lot of them were. And so why on earth were we so miserable? I don’t think – you know, I don’t mean to suggest that it was, you know, a state of constant clinical depression or that we all felt that we were supposed to be blissfully happy all the time. There was just – I have a very weird and amateur sense that an enormous part of, like, my generation and the generation right after mine is just an extremely sad, sort of lost generation, which when you think about the material comforts and the political freedoms that we enjoy, is just strange.

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